Le parole del pesce

Parlare con una persona che non conosci è come imparare un’altra lingua. Anzi, è come disimparare la tua lingua madre e non avere più una lingua con cui comunicare. Ecco allora che ti inventi espressioni tutte nuove, gesti strani che non hai mai utilizzato, metafore bizzarre, ecco che ti inventi una te tutta nuova che non conosci neppure tu e che non sai nemmeno da dove sia uscita. Parlare con una persona che non conosci è perdere le parole note, è indicibilmente complicato, specialmente per una che le parole le ha già dovute smarrire quando ha imparato una lingua straniera e che già si è dovuta rassegnare a non trovare più la parola giusta in italiano ma avercela pronta in inglese, ad avere dentro sé una lingua spezzettata, fondamentalmente inutile, spesso rimpolpata di frasi fatte e luoghi comuni, forse completa in un intreccio delle due, ma povera e insufficiente senza l’una o senza l’altra. Condizione del resto abbastanza ridicola per una non bilingue. Ed ecco oggi un nuovo inciampo linguistico, un nuovo passo falso nello smarrimento delle parole. Conoscere una persona nuova è perdersi nel vuoto, senza riferimenti linguistici stabili, è come andare all’estero, è come voler imparare a parlare la lingua dei pesci. Farsi crescere un paio di branchie.

Essere una persona senza linguaggio è come essere una persona disabile ed io così mi sento oggi. Muta, comunico con sguardi, mi sbraccio per farti capire e non so nemmeno io cosa voglio mostrarti. Ti guardo afasica.

Sono un pesce, ma estremamente felice.

A brand new day

Davanti a un giovane notaio con la battuta pronta e disinvolto nella sua più completa onnipotenza, un’ agente di banca gentile ma un po’ pasticciona, tre voluminosi assegni nascosti gelosamente in borsetta; seduti accanto alla giovane coppia di venditori a cui abbiamo praticamente dichiarato il nostro amore eterno e indefesso (“va bene, ci state vendendo la vostra casa, ma a parte questo, volete diventare nostri amici? ci piacete tanto, ci vediamo ancora? e a proposito, non abbiamo soldi per arredarla questa casa, vi prego, lasciateci tutto quello che c’è dentro…”), abbiamo finalmente venduto le nostre anime alla banca, che le custodirà gelosamente per trent’anni concedendoci in cambio la generosa facoltà di alloggiare in questa casa scelta da noi, ma comprata da loro, nella quale vivremo per qualche anno dormendo per terra, cucinando su un fornelletto da campeggio e riscaldandoci al calore delle candele che ci serviranno per illuminarla. A meno che Ikea non abbia pietà di noi e avvii qualche promozione su cucine e camere da letto.

Abbiamo finito tutti i soldi.

Nel giro di un mese dobbiamo fare quel poco di lavori che ci sono, traslocare e trasferirci. Lasciamo questa casetta in cui siamo stati per cinque anni, tra muri gocciolanti, cucine unte e cadenti, letti di quarta mano, mobili degli anni cinquanta e, negli ultimi due mesi, una serranda rotta. Non c’è stato feng shui che tenesse. Eppure, ci mancheranno: le finestre enormi e la tanta tanta luce che ne entrava; il balcone lunghissimo; il senso di libertà della nostra vita senza contratti, senza residenza, senza nomi, senza definizioni precise; i vicini di pianerottolo; la amministratrice logorroica ma simpatica; la palestra davanti casa; la strada silenziosa ma vicinissima a supermercati, negozi, fermate di metro e bus.

Ci allontaniamo un po’ e non avremo l’ascensore. Ci vorrà un po’ per abituarci, come per tutti i cambiamenti, e ci inoltriamo silenziosi in questa dimensione un po’ nuova per noi, dove le cose prendono forma e hanno un nome, dove per realizzare i desideri bisogna faticare molto, dove la felicità ripaga la fatica, dove le cose pur prendendo un nome sono in continuo movimento, e sempre nuove.

Un’estate

Mi sono laureata il 25 ottobre del 2004. L’anno che seguì, non feci granché. Avevo venticinque anni. Ero libera, il mondo e la vita davanti a me, nient’altro che l’imbarazzo della scelta. Andai tre giorni ad Amsterdam a fare l’interprete presso una fiera di prodotti marittimi. Andai ad un laboratorio di tre giorni a Verona, organizzato da MLAL, movimento laici America Latina, sperando di poter partire con loro per una esperienza di volontariato all’estero.  Poi non partii con loro. Ma in America Latina ci andai lo stesso, a Quito, in Ecuador, con un’amica. Rimanemmo due mesi, lavoravamo al doposcuola di una missione. Ci prendemmo anche una piccola vacanza, tre giorni alle porte della foresta Amazzonica. Viaggiammo un po’, qua e là. Valle Hermosa, come dice il nome stesso, ci colmò di colori, profumi, rumori per molti giorni a venire, dopo il nostro ritorno.

Tornata da questo lungo viaggio, mi rimisi a studiare, letteratura italiana questa volta. A settembre, infatti, avrei dovuto partire per Dublino, per lavorare nel dipartimento di italiano dello UCD come assistente di lingua, e per fare un dottorato. Ma era uno studio tranquillo, senza scossoni, senza paure. Quando arrivò l’estate, ero rimasta senza amici e senza contatti nella palude veneta. Capita così, a volte, quando uno non si sente a casa da nessuna parte. Quell’estate però, fu forse una delle più serene della mia vita. Non la più felice, no. Ma credo, la più serena, senza pensieri, senza ansie.

Lavoravo, come tutte le estati, in piscina come istruttrice di nuoto. L’ho fatto per dieci anni. Credo sia il lavoro più bello che esista, all’aperto, sotto il sole, in costume, coi bambini. Quell’anno mi pagavano parecchio, ed eravamo una bella squadra. Così, dalle 9 all’una, e a volte anche il pomeriggio, stavo in acqua, coi bimbi, Ma la cosa che mi interessa raccontare era il pomeriggio. Il pomeriggio smettevo i panni della istruttrice, mi rivestivo e andavo alla segreteria della piscina. Lavoravo lì fino alle sette di sera. Tutti i giorni. Era un lavoro semplice, bisognava iscrivere i nuovi bambini ai corsi, trattare con i genitori, far entrare gli ospiti del pomeriggio, organizzare i nuovi corsi. Ero impegnatissima. Ma era semplice. Io, in quei mesi, non ho pensato a nulla. Facevo quello che dovevo fare e basta. Stavo in piscina tutto il giorno. Trattare con le persone era facile. Ho dei modi naturalmente gentili, e la gente è normalmente ben disposta nei miei confronti. Era facile essere gentili, perché non era un lavoro faticoso.

Ecco, ultimamente penso che forse avrei dovuto fare un lavoro così. Un lavoro quasi meccanico, senza grandi pretese, dove le ore trascorrono, e tu ti senti utile, ma non attaccato, non in pericolo, non sotto esame.

Alle sette andavo un po’ al mare, poi tornavo a casa, con la mia bicicletta rossa. Cenavo con la mia mamma, e insieme guardavamo un film. Mi sentivo sola, sì. Però non stavo male, era tutto molto  regolare, molto tranquillo.

Poi a settembre partii. Quella fu l’ultima estate di lavoro in piscina.

Forse se non l’avevate capito dai post precedenti, sicuramente non mancherete di arrivarci con questo post benaugurante un nuovo anno a tutti: non amo molto le vacanze natalizie

Mi infilo in questo 2013 vestita di stracci, circondandomi di borocilline per la tosse, cospargendo malumore chi pijo pijo, e autopunendo la mia capacità di autodeterminazione con viaggi in treno non esattamente programmati, fughe verso la solitudine romana e borse non richieste sotto gli occhi. Buon anno a tutti.

Rientrata a Roma dopo una sorta di rocambolesca fuga da me stessa, ho diciamo così, programmato questi due tre giorni di studio forsennato, studio che è stato per così dire eletto a elemento scaccia-ansia, portatore di ordine interiore ed esteriore, pace dell’anima e armonia con parenti amici fidanzati e professori tutti. Il programma prevedeva sveglia presto, entro le otto, ascolto di pagina tre durante la frugale e breve colazione, velocissima riordinata dei locali domestici al fine di garantire un ambiente armonico e ordinato che riflettesse lo stato d’animo del diligente  studioso e, finalmente, dopo giorni di nostalgica sofferenza, l’ambito trono: collocazione alla dolce scrivania su cui riposano le amene carte dei miei studi dottorandeschi.  Sì, questo il programma. L’attuazione del suddetto è ben altra cosa. Si dia il caso che in questi ultimi giorni io sia riuscita spostare un tantino in avanti il ritmo del sonno così, pur essendo andata a letto molto presto per favorire il buon ritmo di apprendimento del discente compunto, mi sia di fatto addormentata ben oltre le tre. Ça va sans dire, la sveglia alle ore otto è stata ignorata, e preferita a una ben più volgare sveglia alle ore diecietrenta, l’infervorante riordinata interiore ed esteriore è stata sostituita a una scialba e oziosa passatina di spugnetta qui e là, e l’inizio del solenne e onorevole studio è stato ritardato alle ore mezzogiorno, cinque minuti dopo il quale ho ritenuto opportuno mettermi a cucinare per il pranzo.

Ma non temete. Sto prendendo il ritmo.

Jessico, riunioni collegiali, Mummy

– Non più sottoposta allo stress traumatico di ricorrenti viaggi in fatiscenti treni verso il lontanissimo nordest, e al conseguente stress settimanale di lezioni, seminari e riunioni, con tutto il suo strascico di ansia da prestazione, rughe, caduta capelli, tachicardie, lavoro accumulato, ansia e poi ancora? ah sì, ansia, mi ritrovo, sorprendentemente, ad avere più tempo. Tempo che dovrei comunque dedicare al dottorato, perché, non dimentichiamocelo, ora che ho finito tutta la frequenza, è arrivato il momento di scrivere una tesi di dottorato, ma, trovandomi lontana dalla sede universitaria e non avendo ancora incontrato il mio tutor che è appena tornato dopo un soggiorno di un anno in Africa, diciamo che mi ha colto una certa rilassatezza, uno svagamento, un senso di riposo, e così, insomma, mi sono iscritta in palestra. Ebbene sì. Sì, lo so, avrei preferito il charleston, il teatro e lo yoga, ma ci arriverò, prima o poi, ancor qualche migliaio di euro da spendere in officina, e ci arriverò. Per ora, avendo la palestra proprio davanti casa, mi diletto a sudare come un’ossessa saltellando alle lezioni di aerobica step e cose così. Torno a casa leggera come un’uccellino, di buon umore, canticchiando, e con tutto il mondo che mi sorride. E’ incredibile quello che può fare la serotonina. Anyway, dopo la mia lezione di aerobica, c’è la lezione di Zumba. Sì, la Zumba. No, non ve lo spiego cos’è, gugolate. Lo so, mi ero ripromessa che mai e poi mai, ma parevano tutti divertirsi un mondo, e il maestro è un ballerino di un metro e ottanta super snodato e muscoloso, e mi ha colto una fitta di dolore per il mio anno di immobilità forzata, e niente, ho provato (omg).  Che posso dirvi? L’ultima canzone proposta (sì sono arrivata alla fine), un motivetto calabrese o catanese, diceva più o meno così : “muovi il culo a destra, muovi il culo a sinistra, culo di qua, culo di là, trallallero trallallà”. E io l’ho ballato…Ma la cosa più bella è il nome del maestro, tanto per concludere il quadretto: si chiama Jessico, anzi Jethico, con un po’ di zeppola.

– oggi c’è stata la famigerata riunione di passaggio di anno dei dottorandi, sì, quella che ogni anno vi stresso. Posso dirvi in totale tranquillità e direi ormai con pacifica rassegnazione, che ho fatto schifo. Letteralmente. Solo che questa volta invece di essere in cinque, eravamo una quarantina di persone tra dottorandi e professori. Ma ormai se la saranno passata la voce che bagnarole è una povera idiota che non sa parlare in pubblico, e dunque nessuno mi ha interrotto (anche perché ho parlato 15 secondi in tutto) e dopodiché ho potuto scivolare nuovamente sotto la sedia,  a leccarmi le ferite.

– Piccolo siparietto familiare:

Mamma: senti, ma l’ultima volta che sei stata qui, sei stata educata nei confronti della vicina anziana? hai risposto male? hai fatto qualcosa?

io: no, perché? anzi, l’ho pure accompagnata al supermercato.

Mamma: perché l’altro giorno mi ha detto che la più simpatica della famiglia sei te. Mi sembra strano…

io: Eh, l’ha detto sul serio, pensavi che fosse ironica?

Mamma: veramente sì.

io: …

E’ la fase della procella

Finito il tempo della sveglia dopo le dieci, delle depilazioni compulsive, delle tintarelle lampo; finito il tempo delle vacanze all’estero, delle biblioteche europee e delle serate sul Reno; finito anche il tempo dei soggiorni parentali, della televisione tappabuchi e della birretta dopocena. Riapprodata in una giornata piovosa nella  città natia, casa mi ha accolto con un sorriso storto e sbilenco, quasi a volermi dire: ‘che ti aspettavi, così mi hai lasciato e così mi ritrovi’. Le finestre di legno marcito, i muri sgocciolanti (stanotte ho dormito al suon di plin plin), nuovi angoli nascosti che mai hanno visto la luce né sentito il tocco di una spugnetta. L’anima della massaia che alberga in me ha dato un spintone all’anima in bikini che ancora mi s-ciabatta dentro, e con un brusco ‘scansati’, ha preso la situazione in mano: armata di scopettone e Cif si è messa a svuotare e pulire le credenze della cucina. Nel frattempo, l’anima dagli occhialetti e lo sguardo affannato che dovrebbe studiare si sta tenendo nascosta dietro la solita colonna e fa la gnorri. Ancora qualche giorno, poi bisognerà stanarla dal suo nascondiglio e costringerla a produrre una relazione sullo stato di avanzamento della ricerca da consegnare entro metà settembre. E con tutte le me che vagano qui dentro, potete capire la confusione.

Fernando, il ferrocactus, si è rimpicciolito, raggrinzito e accartocciato su se stesso, è una pena guardarlo. Ho dato un’occhiata sull’internet, spiega che in estate doveva essere innaffiato abbondantemente ogni dieci giorni… è stato lasciato esposto al sole e al caldo torrido di luglio e agosto senza una goccia d’acqua. Ora lo stiamo accudendo con molte carezze e paroline dolci, e attendiamo miglioramenti.

Scuola è ricominciata stamattina. E’ una specie di teatrino che si ripete di anno in anno, sempre uguale a se stesso, con la sua parte piacevole e quella più ingrata. Essendo tutte donne, si alternano senza alcuna logica scoppi di risa, scoppi di pianto, grandi abbracci e grandi cattiverie. Ho una famiglia di sole donne, in classe alle superiori eravamo tutte femmine, all’università i maschi si contavano sulle dita della mano, ora anche il lavoro… uomini, me lo potete spiegare come (e dove) siete nel mondo?

Bibi

E’ una giornata uggiosa e monotona, grigia e piovosa.  Mi attende questa sera una cena familiare, con tutti i miei sette parenti riuniti  attorno all’antico tavolo dove un tempo si sedeva mia nonna a capotavola con la sua zazzera arancione e con le sue battute piccanti e poco consone alla sua veneranda età.

Non è passato molto tempo in questa famiglia da quando lo scatto generazionale ha prodotto in poco tempo quattro, no cinque, facciamo sette se consideriamo le ramificazioni da famiglia allargata, sette marmocchi dagli occhi grandi e le mani paffute, quasi tutti con lo stesso nome. Dovete sapere che nella mia famiglia si utilizzano quasi esclusivamente due nomi. Uno è il nome di mio padre, mio nipote, il primo marito di mia zia, il secondo marito di mia zia, il nipote del secondo marito di mia zia, e la lista potrebbe andare ancora avanti. L’altro nome è il mio, e anch’esso si tramanda di generazione in generazione.

Ma fino a pochissimo tempo fa, la piccola della casa, la pupa, per così dire ero io. E il mio nome, quell’inflazionatissimo nome di cui vi dicevo, nei primi anni della mia vita, non è stato mai usato. In casa, fin dalla nascita, io ero Bibi. Bibi, la piccola. Bibi, è piccola lei. Bibi, non la sgridate, che è piccola.

A cinque anni, forte della mia età e dei miei capricci, nella casa dei miei nonni, dove si passavano le vacanze e che ora non c’è più, non come la ricordo per lo meno, ho portato in casa la prima rivoluzione: io non sono Bibi. Io sono grande. Non sarebbe stata l’ultima. Mi sono buttata a letto a strillare e scalciare e agitarmi, piangendo lacrime, chissà, forse vere. Io sono grande, io non mi chiamo Bibi. Dopo due ore, hanno capitolato. Andando a cena con fare maestoso e ‘da grande’, nonni, genitori e cugini mi guardavano con aria intimorita e riverente. Non è più Bibi, è grande. Mi circondava un’aura di regale grandezza, di nuovo battesimo. Se per dirmi: su mangia, si sbagliavano e dicevano su, mangia Bibi, si mordevano le labbra, correggendosi subito. Ah no, non Bibi, è grande lei.

Dopo un po’, smisero di chiamarmi Bibi del tutto, non si sbagliavano più. Per un certo tempo, ho rimpianto questo soprannome, essere piccoli a volte fa comodo. Andò a finire nel dimenticatoio e ne  rimane traccia solo come scritta dietro alcune vecchissime foto in cui sorrido in un passeggino con dei sassolini in mano.

Ho conquistato il mio nome con le unghie e con i denti, come del resto tutto ciò che oggi mi appartiene.