Vuoti assenze e lentezze varie, in compenso si gioca a frisbee

Non è solo che non scrivo. E’ anche che non leggo. A mala pena scrivo la tesi. Il capitolo che doveva essere il più semplice, che doveva scriversi da solo più degli altri, che era praticamente già scritto nel mio cervello e necessitava soltanto di essere riportato su carta, sullo schermo. Ebbene, non lo trovo. Quel capitolo non c’è. Nella mia testa non c’è. C’è solo un gran vuoto di parole. Non entrano e non escono. E’ una sensazione strana. Vuota.

E’ vero che gran parte delle mie energie la spendo a ricacciare indietro la valanga di futilità che mi ha investito nel momento in cui è cominciata l’organizzazione di quella cosa che vi dicevo. Credo e spero però che in questo silenzio della mia testina tutta concentrata a combattere con le armi dell’austerità e della moderatezza la piaga del consumismo feroce e del piattino di cristallo, si stiano immagazzinando perle di grande ilarità, di vero delirio, e di follia totale con cui spero, prima o poi, di allietare quell’unico lettore che mi è rimasto, e che giustamente pure lui ormai compare qui una volta ogni due tre mesi. Del resto, io stessa apro questa pagina piuttosto raramente. Comunque con il piattino di cristallo ci giocheremo a frisbee, se volete sapere la mia.

Quando cominci a interrogarti sulla dimensione del confetto, allora capisci che quasi tutto è andato perduto.

 

Il Natale Incombe

– Su questa pagina imperversa una tempesta di neve (io la vedo, non so se la vedete anche voi), e questa è una buona metafora dello stato in cui versa questo blog ultimamente.

– il Natale incombe. E con ciò ho detto tutto quello che c’è da dire sul mio stato d’animo rispetto all’avvicinarsi delle feste natalizie.

– Due bambini di prima media mi hanno fatto il ritratto. Entrambi hanno colorato la parte alta dei capelli marrone scuro. La parte più bassa marrone chiaro. Allora ho capito che forse è il momento di tornare dalla parrucchiera.

– Il lunedì e il martedì mi sveglio, faccio colazione e mi metto al computer. Dopo di che entro in una specie di trance, uno spirito si impossessa di me e comincia a scrivere la tesi. Anzi no. E’ la tesi che comincia a scrivere se stessa. Si scrive da sola. Sicuramente non sono io. E’ una sensazione molto strana e molto bella, vorrei averla anche in altri campi un po’ più creativi, che so, questo blog. Invece ultimamente questo blog, sono decisamente io a scriverlo. Nessuna musa ispiratrice. Mi sforzo di riuscire a lavorare un po’ anche nel fine settimana. Mi incito con frasi del tipo: “Dai! Quell’articolo su Rebecca in Ivanhoe di Walter Scott è fichissimo! Ti interessa tantissimo!” Ma la verità è che l’unico sforzo che devo fare è mettermi seduta al computer (e non soccombere alla maledizione della massaia nevrotica), dopo di che lo spirito della tesi si impossessa di me ed io non devo fare più nulla, è lui che scrive.

Ed ecco come passo il tempo io

Qualche giorno fa, la mia cara amica, quella tedesca dentro, quella perfetta e invincibile nel mondo del lavoro e sciattissima e pasticciona nel mondo della vita quotidiana, quella con cui intraprendo sedute saltuarie e salutari di apnea da chiacchiera compulsiva, quella che nella mia visione appannata del mondo si trova nell’olimpo del rendimento accademico – lei – mi ha chiesto se per caso le potevo leggere la sua tesi di dottorato, in vista della consegna definitiva, a breve. Onorata di cotanta fiducia e  gongolandomi nel ruolo dell’accademica che corregge una tesi di dottorato, le ho detto subito di sì, manda pure il file via email.

Mi manda il file. Le rispondo dopo pochi secondi: “ti sei sbagliata, mi hai mandato solo un capitolo, manda tutta la tesi!” Mi risponde: “E’ quella tutta la tesi. Ti mando anche l’indice.” Interdetta do’ una scorsa veloce alla tesi: 156 pagine, Times New Roman, carattere 14. Strabuzzo gli occhi. 14?! Poi comincio a leggerla: snella, veloce, sintetica. La prof. la vuole così, breve, mi ha detto la mia amica.

Allora ho pensato alla mia tesi, il mostro deforme che sta prendendo vita tra le mie mani. Non so per quale arcano mistero, ho deciso che una tesi di dottorato deve avere almeno 300 pagine. La mia tesi le supererà di gran lunga, se continuo così, nonostante, giusto per il fatto che mi voglio particolarmente male e ho poco tempo, ho anche scelto un carattere molto piccolo, Garamond. Se per esempio, nella mia tesi, viene citata la parola intertestualità, ecco che parte il capitolo 5.4.6.3.2 che si intitola: “intertestualità, dalle origini oggi” e fa un excursus semi completo di che cos’è e chi ha scritto dell’intertestualità. Ma siccome dell’intertestualità hanno parlato Saussure, Roland Barthes, Bakhtin, ecco che partono in fila tre bei capitoli su questi tre autori, vita opere e pensiero, che già da soli riempirebbero ben più di dieci tesi di dottorato. Ma siccome Barthes, per dire, era anche un semiologo come Umberto Eco… che faccio, non ci metto un capitolo su Umberto Eco? Ecco subito un bel capitolo su Eco, e così all’infinito, in una specie di Sei Gradi della morte!!

Ed ecco come passo il tempo io.

Questa estate non abbandonare il tuo Blog in autostrada

Solo per dire che:

– ho passato lo scritto del concorso. Se passo anche l’orale, a settembre mi vedrete insegnare in una scuola pubblica in una non ancora identificata località del Lazio, potrebbe essere Roma, ma chissà. Ne risulta che anche questa estate sarà dedicata a studio assiduo, eclettico, estenuante: un giorno la tesi e un giorno il concorso, così, a ruota libera.

– il caldo canicolare mi provoca vuoti di memoria, sonno compulsivo, un certo isterismo di maniera, e lentezza cronica.

– stamattina orali di terza media. La collega di francese mi dice “si vede che eri tesa.” … Io? La docente di inglese? La consapevolezza che torniamo irrimediabilmente al punto di partenza accende in me sconforto, rabbia, e un gran voglia di gelato al cioccolato.

– come vedete mi sto impegnando alla causa del non abbandono: ne consegue, per quei due tre che mi leggono, che vi dovrete sorbire post più o meno noiosetti, alte quote di monotonia, nulla trito e ritrito, e quella dose indispensabile di finta ironia senza la quale non sopravviverei.

Miss Noiosetta is back.

Scuoletta, guance bagnaticce e bisogno di pappa reale

Stamattina a scuola ho scritto una comunicazione sul diario di una bambina. Ho scritto: “……… Si prega di alleghare certificato medico”.

! Alleghare! con l’acca! poi sono stata ore a pensare a come correggerlo senza che si notasse l’errore. Vedete io non faccio errori di ortografia, non li ho mai fatti, sono una pignola della grammatica. Non qui sulla tastiera magari, ma la lingua scritta è importante, e io ci sono sempre stata attentissima. Io non scrivo alleghare! Ci deve essere qualcosa che non va.

Che dite, meglio la pappa reale o una tirata di cocaina ogni tanto?

Poi. Questo è il periodo della commozione.

Sono una cosa indecente. Ascolto Jennifer Egan, mi commuovo. Spengono le luci a teatro, mi commuovo. Ascolto l’interrogazione di un mio bambino bravissimo, devo andare alla finestra perché mi sento il groppone. Ascolto l’interrogazione di un mio bambino-capra, mi viene il groppone lo stesso per tutta la fatica che ci mette. Leggo un romanzo per la centesima volta, niente da fare, quando arrivo a quella pagina dove il personaggio muore, io piango, puntualmente, ogni volta. Guardo il film più serie B che esista, il film più americanata dell’anno, piango lo stesso. Mi basta vedere due che si guardano, perché mi spunti la lacrimuccia. Il radio-giornale, nemmeno ve lo dico.

Del resto lo sapevo di già che ero uno spettatore passivo. Lo sapete che la tesi di laurea, tanti anni fa, la scrissi sul cinema? e, tra i vari testi di analisi del film che lessi, mi colpì molto un saggio che spiegava che la prima visione di un film è quella da spettatore passivo, cioè quello spettatore che guardando il film, si lascia travolgere e trasportare totalmente dalla trama del film, dimentico di tutto, non si cura di come è strutturato, ma solo di cosa racconta, e quindi piange e ride e ama e odia, insieme ai personaggi.

Dopo di che, però, si passa ad una visione più attenta, più analitica, ci si distacca dagli eventi narrati e si osserva con attenzione la costruzione del film. E’ il passaggio da spettatore passivo a spettatore attivo. Ecco. Io per la mia tesi dovevo analizzare due film. Li ho visti centinaia di volte, specialmente uno dei due. Puntualmente ogni volta, sapevo benissimo, a memoria, ogni battuta e cosa sarebbe successo, ma ogni volta, puntualmente, mi commuovevo e versavo le mie lacrime per la morte dell’eroe. In me, il distacco non avveniva mai. Non diventerò mai uno spettatore attivo.

Sono una irriducibile, irrecuperabile spettatore passivo.

Qui dentro c’è l’eco. Comunque il titolo è un altro. Il titolo è: Complicazioni della vita accademica.

La parola chiave di questo secondo anno di dottorato è: pubblicazioni. C’è una specie di frenesia isterica riguardo questo argomento, quando conosci qualcuno in dipartimento la prima domanda che gli fai è: hai pubblicato? Se sono io a fare questa domanda, il corollario è: come si fa?

Sono circondata da sciami di dottorandi pubblicatori: quel mio collega di cinema alla fine del primo anno aveva già pubblicato. Un articolo? un capitolo? no. Un libro, un libro intero scritto e firmato da lui. Quell’altro dottorato di tedesco ogni anno sforna decine di articoli pubblicati in diverse riviste italiane e tedesche. In lingua tedesca, ovvio. Quell’altra collega di comparatistica è al suo secondo dottorato e ha appena pubblicato un libro anche lei.

Poi ci sono io.

Ci sono io che verso settembre vado dal mio tutor e gli dico: “Io…ecco, veramente io… ma non lo so, ehm, forse, anzi sicuramente è meglio di no, ma diciamo forse forse io, solo per imparare come si fa, eh, non avrei mai e poi mai la presunzione di… ma.. ecco…io… avrei un articolo!”. Poi gli scrivo una mail che si intitola “Ambizioni premature”, che è come darsi subito una zappa sui piedi, in cui gli invio suddetto articolo, e poi basta. Basta, finito. L’articolo è ancora lì nascosto nel mio computer. Tanta è stata l’angoscia di addirittura inviarlo al mio professore, che mi si è esaurita la scorta di coraggio per inviarlo a qualche rivista. Diciamo che ora, che sono passati quattro mesi, sto recuperando le forze perdute, e posso pensare di rimettermi a correggere quelle parti che il professore mi ha consigliato di riguardare e poi fare il grande passo nel vuoto.

Ora vi dico un’altra cosa. Segreta. Pare, ma sembrerebbe quasi certo ormai, che il mio autore, quello su cui un giorno dovrò scrivere la mia tesi di dottorato, venga in dipartimento verso aprile, per un convegno di scrittori che la mia facoltà organizza ogni anno. Ora, un dottorando normale cosa proverebbe? grande emozione e gioia, orgoglio, entusiasmo nell’organizzare un’intervista, lo direbbe a tutti quelli che incontra. Direbbe: “io e il mio professore stiamo organizzando….”, oppure “ebbene sì, è sicuro, John viene a trovarci” (non si chiama John, è un nome fittizio, non ve lo dico come si chiama il mio autore) oppure “io e il professore stiamo organizzando l’accoglienza, sì ieri ci ho parlato al telefono, del resto, sapete, è il mio autore”. Se voi foste un dottorando normale, al massimo un tantino cagacazzo, direste così.

Io no. Io da quando ho avuto questa tragica notizia, non dormo la notte. Attendo con orrore e disperazione quel momento. Mi aggiro per il dipartimento nascondendomi dietro le colonne, sperando che nessuno mi chieda nulla. Prego dio ogni giorno di mandargli, che so, una febbre, una diarrea, un’influenza in quei giorni così che non possa venire. Impreco pensando, ma con tutti gli autori che dovevano chiamare, proprio il mio! E proprio di sì doveva dire! Spero ogni giorno che il mio professore mi dica: “Ovviamente lei non è pronta per parlare con il nostro eccelso autore, si tenga nascosta, non dica a nessuno che lei lo sta studiando, non si faccia coinvolgere se vuole evitare brutte figure”. Ah come mi sentirei umiliata e sollevata. Allora sì che girerei per il dipartimento a testa alta, e felice!

Ecco, io mi sto avvicinando all’incontro con il mio autore con questo stato d’animo, augurandogli di tutto cuore una diarrea.

piccole amenità quotidiane.

Tu, sappilo che oggi devi:

– andare a fare la spesa se vuoi sopravvivere;
– finirla di spidocchiare l'internet quando dovresti essere concentrata a scrivere;
– lavarmi i capelli, che sennò non sarà più l'internet che dovrò spidocchiare;
– non dimenticarti che oltre alla tesina, tu hai un lavoro, un lavoro vero, che ti pagano, e dunque: devi preparare le prove scritte per l'esame di terza media, la relazione per la prima b anche se li odi, e i voti per gli scrutini;
– comprare la frutta, che è estate, ebbasta con queste mele marce;
– lavare il bagno che si sente solo (ma possibile che ogni tre giorni questo c'ha bisogno di cure!?);
–  fare le fotocopie.

Ah.
– comprare la carta igienica, che è finita.