Ancora la nipotina

Lei: In braccio tzia.

Io: Vieni in braccio, pallina mia.

Io: Ma dove stai infilando le manine?

Lei: Le tettine di tzia! hihi.

Io: Tettine?! Tettone!

Lei: hihi.

Io: dai un bacino a zia.

Lei: Si!

Io: Ma! mi hai leccato!

Lei: Ti ho fatto il bagnetto io! hihi.

Io: E ti pare? sono cose da fare?

Lei: Si! Sono la bambina del fiume io.

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Conversazione con la nipotina di tre anni

Io: allora amore di zia, sei andata dal dottore ieri, che hai fatto?

Lei: tzia, ti pettino io.

Io: sì, ma che hai fatto dal dottore, ti sei comportata bene?

Lei: ehm, ho capricciato io.

Io: ah. E vabeh.

Lei: tzia, mi accompagni a fare la cacca?

Io: certo amore, andiamo.

Io: amore, hai un neo sull’ombelico? bellina sei.

Lei: io sì, anche sul piede.

Io: hai un neo sul piede?

Lei: no, un ombelico sul piede. Ti mottro. Guadda.

Io: eh già, hai proprio ragione.

Lei: tzia, vieni con me. Ti trucco io.

Io: ok, truccami.

lei: ma per finta però.

lei: tzia, ti pettino io.

io: ok, in verità sono im-pettinabile, è da quando ho la tua età che non lo faccio, però non importa, pettinami pure, nipotina mia prediletta.

lei: tzia. Ho fatto una puzzetta io.

Io: …

Lei: tzia. guaddami il naso.

Io: che c’è?

Lei: ho il moccioletto io.

Io: soffiamo subito il nasino ok?

lei: tzia.

io: dimmi.

Lei: ho fatto un rutto, io.

 

Wild Montana skies

La pineta stamattina era una distesa di neve bianca, puntellata qui e là di stralci di rami sradicati durante le notti di vento.  La pineta è una parentesi della Roma romana, un fazzolettone di terra incoltivata, con discese e salite, arbusti e alberelli, che inaspettatamente si srotola nel bel mezzo di due quartieri trafficati, tra un semaforo e un altro.  Qui niente panchine, ogni tanto una sedia di metallo appoggiata ad un albero. Come ai Jardins du Luxembourg. In settembre, quando il caldo e l’inquietudine di fine estate impedivano di rimanere in casa, venivo a sedermi in una di quella seggiole di metallo a leggere Guerra e Pace e ascoltare i grilli. Così queste quattro parole – settembre, grilli, Tolstoj, pineta – vanno ora per mano nella geografia delle parole che addolciscono la mia permanenza qui.

Stamattina, il rumore dei piedi affondati nella neve,  le grida dei bambini su slittini improvvisati con materassini e pezzi di cartone, il sibilo degli sci di qualche ironico sportivo, mi ha riportato mille anni lontano da qui. Mentre chiudevo gli occhi e assaporavo il tepore del sole sul viso, mi ha colpito qualcosa in pieno viso. Pensavo fosse una palla di neve. Invece no. Era una madeleine.

A quando si era piccolissime, io e mia sorella, e si passavano due settimane a gennaio sulla neve. Lo so che oggi potrebbe sembrare impopolare, ma si passavano a Cortina, dal momento che la mia famiglia, quando noi eravamo piccolissime, si trattava molto bene. Poi siamo decaduti, abbiamo dimenticato molte cose, abbiamo cambiato pelle e case molte volte. Oggi cerchiamo di raccattare brandelli e pezzettini di quello che eravamo una volta.

Allora era tutto bellissimo ed eravamo felicissime, io e mia sorella. Ricordo il colore della neve, giallino o rosa pallido a seconda dell’anno, con quelle mascherine da provette sciatrici addosso, e il loro inconfondibile odore di gomma. Tutto il mondo era giallino o rosa pallido in quelle sciate lunghe pomeriggi. Le manopole che non tenevano mai abbastanza caldo. Gli scarponi rossi di Tecnica, i ricci bagnati e scomposti che uscivano da sotto cappelli di lana. Il calore del sole sulle panchine della baita. Io che cantavo come una pazza mentre scendevo col mio stile di piccola della famiglia che lasciava alla sorella maggiore il compito e la responsabilità di quella brava negli sport. A me, non me ne fregava niente. Mi bastava fare la scema e cantare con un po’ di neve in bocca. Ogni tanto mi lasciavo cadere per terra. Per farmi male. Per farmi coccolare. Per riposarmi un po’. Cadevo anche da ferma. In quel trenino fatto di tre persone che scendevano in fila indiana, con mio padre che a ogni curva ripeteva, come un mantra: punta il bastoncino, e via! , l’ultima della fila ero sempre io, con il naso rosso e le braccia aperte come ad abbracciare l’aria.

Le parole. Le parole ricordano tutto. Ricordano più di quanto sia in grado di fare io. Le parole hanno conservato il batticuore di quei giorni, l’euforia e la bellezza. Le parole cristallo, faloria, socrepes, tofane, valbadia, isidoro (il nostro cattivissimo maestro privato), portano in sé il colore della neve che brilla al sole, o il grigiore di una giornata di bufera, la leggerezza di uno ski lift facile facile o il terrore di una seggiovia a seggiolini singoli sospesa nel vuoto, la velocità di una pista verde, e l’asprezza, la lentezza complicata di una pista rossa, o nera. Quanta paura a volte.

Poi in macchina, tornando all’albergo, ci si toglieva i calzettoni e le calze, ci si metteva comodi e si guardavano dal finestrino le ombre che si allungavano mentre le solite cassettine, quelle adibite ai viaggi in montagna, suonavano quelle canzoni che per me rimarranno sempre indissolubilmente legate a quella macchina, quelle montagne così belle, quei viaggi.

Vi prego, portatemi a sciare. Prometto, sto buona.

Respiro di Madre sul Collo.

Vi ringrazio se siete passati a visitare questo blog, nonostante io sappia perfettamente che l’avete fatto unicamente indotti da miei macchinosi e senza scrupoli stratagemmi degni della peggiore osteria di Caracas. Ehm. Volevo dire, degni della peggior ladra di visite di blog mai esistita prima.

Però ogni tanto potreste anche lasciarmi un segno della vostra fulminea presenza. Tanto per non farmi sentir sola. Qui su wordpress sono quasi certa che il mio blog sia destinato a soccombere, ingoiato dall’oblio.

Comunque volevo raccontarvi che circa un mese fa mia sorella venne a trovarmi qui a casa a Roma, accompagnata dall’allegra ciurma familiare. Non sto qui a spiegarvi le manovre per rendere questa casa presentabile, fatto sta che dopo un paio di giorni che era qui, ho avuto la brillante idea di chiederle:

“Che ne dici di questa casa? è tanto brutta come sembra a me? Che dici?” (traduzione: Cerco comprensione e solidarietà, la casa è un po’ brutta ma mi ci impegno tanto a dargli un tocco di originalità e bellezza, l’hai notato? Le porte vecchie e sporche, le finestre diroccate, gli angolini bui che ti precipitano direttamente in un’altra dimensione, le pareti umide e ammuffite, non si notano, vero? Voi non guardate queste cose vero? è dunque una casa normale, vero?)

questa è stata la risposta di mia sorella:

“Beh, sai, sicuramente è possibile vedere che qualcosa hai sistemato. però… però… beh, ci sono delle cose, che vedi, NON puoi NON fare! (costruzione sintattica direttamente ereditata dal focolare familiare d’origine). Prendi ad esempio ( i fornelli? i pavimenti? la tavola?) LE MATTONELLE DEL BAGNO! Sono tutte opache. Come puoi lasciarle così? ma io ti dico un segreto: un panno asciutto e un po’ d’alcool, una passata e via! tutto lucido e pulito! Prendi ad esempio (i piatti da lavare? la vasca? i letti?) I TERMOSIFONI! è un attimo! come puoi non spolverarli?”

Sono sicura, ci deve essere stata un’interferenza di identità, non poteva essere mia sorella che mi parlava, quella era mia madre!

Io mi sono molto offesa e risentita e ho lasciato cadere il discorso e soprattutto mi sono morsa la lingua ripetendomi “così ti impari a chiedere conforto e rassicurazione domestica alle persone”. Però, una sera, mentre tutti dormivano, mi sono recata silenziosamente in punta di piedi in bagno e, alcool e panno asciutto alla mano, mi sono messa a lucidare, lucidare, lucidare le mattonelle….ma che passata e via! ci vogliono ore e ore di olio di gomito! Poi, sempre nel cuore della notte, ho fatto anche di peggio, con un vecchio spazzolino da denti mi sono messa a spolverare i termosifoni, righina per righina…

Io credo che questa sia una malattia il cui nome è: Respiro di Madre sul Collo.

Io comunque a quest’ora del pomeriggio dovrei stare scrivendo una relazione sul rapporto tra criminalità e letteratura nell’Irlanda del diciottesimo secolo e non raccontarvi il mio rapporto curiosamente recentemente malato con le faccende domestiche…

Forse è proprio per sfuggire alla scrittura di codesta relazione che in ordine cronologico nell’ultima ora ho: preparato il té, lucidato i rubinetti del bagno con un panno asciutto e l’alcool, e scritto questo post.

e di nuovo moccichini tutt’intorno a me…

ho appestato tutto il vagone del mio solito treno, vendicandomi così sugli inermi incolpevoli passeggeri e sull’odiata ferraglia di trenitalia.

la transumanza è ripresa.

I moccichini pure. 

La settimana scorsa ho avuto due piccoli ospiti a casa: uno di cinque e una di tre anni. La casa si è improvvisamente riempita di urli, rincorse, risa, pianti, nascondini, ricciolini e sgambettamenti. Quello di cinque ha detto: “zia questa casa è vecchia, è proprio vecchia. E’ vecchia ma è bella”. Quella di tre ha detto: “hai sbagliato. Hai sbagliato. Zia, non è bella. è bellittttttima. Però è vecchia”. Poi al momento del nascondino quella di tre ha anche urlato piangendo: “Tocca a io! Tocca a io!” . Però quella di tre dice anche, perfettamente: Metropolitana. Invece quello di cinque dice: mepotrolipitana, ma anche metrotopolipana, o melopotripitana e simili.

Quando se ne sono andati la casa si è svuotata ed ha ripreso ad essere un cesso, come disse il nostro muratore colto.