Questo dottorato è un po’ come avere un amante

In questi due giorni di squisita solitudine, mi soffermo a riflettere sull’ingrata relazione tra una giovane fiammiferaia in carriera e il suo esigente amante: il dottorato. Il dottorato è bello, affascinante, ti seduce languido, ti emoziona profondamente, ti risucchia nella sua anima focosa e imprevedibile. Il dottorato si è scelto un luogo d’incontro che è il luogo degli incontri romantici e proibiti per eccellenza: Venezia. Non poteva trovare regno più indicato per incontrarmi e confondermi con le sue parole difficili, con il suo alto erudire, con le sue scoperte ardue ma gratificanti. Tuttavia,  come tutte le storie proibite che si rispettano, anche questa storia d’amore è destinata all’infelicità e ad una fine amara e prevedibile. La relazione con il proprio dottorato, pur conoscendo momenti di altissima intensità e  beatitudine, è una relazione  tormentata, angosciosa e a volte devastante. Scenate di gelosia, crisi di rabbia e pianti ansiosi e disperati sono all’ordine del giorno. Il dottorato è implacabile. Capriccioso ed esigente, non esita a ignorarti, punirti, affliggerti con giochini crudeli e spietati. Ti promette un futuro roseo insieme, per poi dimenticarsi di te, e abbandonarti al tuo destino di insicura dottoranda in cerca di conferme che non arrivano.  Il dottorato è un amante crudele. Il suo fascino è un oasi irraggiungibile in un deserto di frustranti attese, fragili speranze, finti sollievi.

Ieri ad esempio, mi trovavo a Venezia per motivi accademici (dottorato mi mancavi) e familiari (ziite acutissima). Sono passati mesi dall’ultima volta, eppure non è cambiato nulla. A lezione – una bellissima lezione su Se questo è un uomo – la solita emozione, la solita commozione, la solita passione. Poi, il momento delle domande. Non ci dilunghiamo su cose già dette innumerevoli volte, La Domanda non l’ho fatta. Ma avevo una domanda bellissima, puntualissima, appropriatissima. La domanda di Bagnarole, piccola fiammiferaia in carriera, preparata mentalmente  e alla perfezione, le è rimasta dentro come un fastidioso singhiozzo.

E’ un amante scomodo, ve l’ho detto.

Sbucciata

Oggi, mentre correvo in pineta, sono caduta. Sono inciampata su un ramo che sporgeva e ho fatto un volo in avanti. E’ stato bellissimo. Le gambe che mi tremavano, la fatica a rialzarsi, l’elettricità del dolore alle ginocchia  e ai piedi, l’imbarazzo impacciato, l’attenzione su di me, la voglia di ridere. Il mio momento di gloria, sono caduta. Non mi sono rotta i pantaloni, che sarebbe stata la massima onorificenza (dannazione), ma mi sono sbucciata un ginocchio. Sì, sbucciato, con un po’ di sangue perfino. Per me che ho un disperato bisogno di muovermi, la sbucciatura al ginocchio è una medaglia al valore, un trofeo di guerra, un riconoscimento importante. Una nobile ferita, la mia sbucciatura al ginocchio, che ho dedicato ai quei bei tempi  in cui cadere, sporcarsi nella terra, rotolarsi nel fango e nello sporco, erano passatempi prediletti. Sono caduta. Sono davvero orgogliosa di me.

Riposo arretrato, time out

La scuola è cominciata da un mese e mezzo. Le prime settimane ho sfoggiato un’energia, un entusiasmo, un’allegria mai viste. Mi svegliavo alle sette con il sorriso sulle labbra, facevo le mie cinque ore di scuola, tornavo a casa e mi mettevo a studiare, tutto il pomeriggio, senza problemi. Verso le sette si andava a correre in pineta, e poi la sera, a casa, la cena, a letto. Un ritmo invidiabile.

Da qualche giorno le cose sono cambiate. La mattina mi alzo a fatica, vado a scuola. Dopo un paio d’ore di lezione sono stanca, mi si abbassa la voce, mi spengo. Oggi per esempio, vado a scuola alle otto e termino alle tre (scusate, tra parentesi, l’orario del mercoledì: due ore, un’ora di buco, due ore, un’ora di buco – in cui mi porto il computer e tento, invano, di studiare un po’ –  e dalle due alle tre il famigerato pranzetto*). Torno a casa, mi mangio un etto di pasta alle vongole, collasso al letto, dormo due ore, mi sveglio alle cinque e tre quarti, rintronata, vado a correre, giusto per dire di non aver buttato il pomeriggio, torno a casa, ceno e dormo. Di studiare, nonostante i miei continui tentativi, nemmeno l’ombra. La mia testa è una nebbia confusa di fotocopie, pagine di libri, esercizi, note sul diario, etc.

Allora, ho capito che la stanchezza arretrata dura almeno un anno; il riposo arretrato dura esattamente un mese.

Che poi, non mi piegherò a lamentarmi della mia nobile professione, però una cosa la devo specificare. Non solo io non ho mai detto nella mia vita (e tu cosa farai grande?) che avrei voluto fare l’insegnante, ma anzi, ho sempre detto che non avrei voluto farlo. E nonostante io ci metta tutta me stessa per miei bambini di scuola, qualcosa vorrà pur dire. E, a proposito di lamentele, ci sono molte, molte cose che potrei dire della mia nobile professione, ma tutto sommato le potete trovare altrove sull’internet e non mi dilungherò.

Comunque, oggi sono andata da una mia bambina di prima media, quella classe di ventisei incontenibili carognette. Le ho detto: “Lo sai che io e te, oltre ad avere lo stesso nome, compiamo gli anni anche nello stesso giorno?”. Lei mi ha guardato e mi ha risposto: ” Preferirei che mantenessimo una distanza professionale nella relazione studente-insegnante”. Haha. No, mi ha detto: “Eh!! Davvero prof. io e te oltre ad avere lo stesso nome compiamo gli anni nello stesso giorno? Che bello!!” Me li sono conquistati, lei e tutto l’entourage dei banchi accanto.

* pranzetto: prendete le vostre lauree, le vostre abilitazioni, i vostri sforzi per dottorarvi, la vostra professionalità e la vostra competenza, e buttatele tutte nel cesso! Dalle due alle tre, smettete gli scomodi panni dell’insegnante, riponete le penne rosse, indossate un comodo grembiulone e prendete in mano il vero strumento che vi si addice, il mestolo! Dalle due alle tre, eccoci tutte trasformate in assistenti al pranzo! Versate l’acqua nei bicchieri, mettete il sale nei piatti, pulite e sparecchiate, è l’ora del pranzetto! E  dimenticate che nonostante il vostro buon proposito di essere utili all’umanità, in realtà a questo pranzetto aderiscano numero due studenti, che si sanno gestire benissimo da soli, e che dunque la vostra presenza lì è assolutamente immotivata ma perfetta per rimandare il vostro viaggio a Venezia alle ore cinque del pomeriggio. Dimenticate e godete, l’odore stantio di quella mensa, la nuvola di zanzare in cui è immersa, e il ricordo dei tredici-diciotto anni, quando facevi la baby sitter ripromettendoti che sarebbe stata l’ultima volta.

Ah dimenticavo. Mi sveglio di notte di soprassalto, sudata e gridando: “Kindle, Kindle! Dove sei? Torna da me…” Non c’è più. L’ho restituito.

Di tarantole e pipistrelli

Devono essere capitati su questo blog digitando su google: “sognato che venivo mangiata da una tarantola”. Un po’ la cosa mi inquieta e mi domando che blog sia mai questo, che la gente ci capita dentro cercando risposte confortanti ai propri incubi notturni.

Ma poi mi sono ricreduta. Del resto, che cosa si può mai pretendere – mi sono detta – da un blog la cui titolare stanotte ha sognato che aveva la casa infestata da pipistrelli grossi come cani.

Nipotini e ansia da studio galoppante

Uno dei piaceri nell’avere un nipotino di quasi sei anni è la sorpresa nel ricevere inaspettate telefonate dal cellulare di mia sorella. Telefonate che si ripetono sempre uguali a se stesse, con variazioni minime. A volte queste telefonate sono pilotate, generalmente da una voce adulta di sottofondo, un intermezzo sussurrato che fa più o meno così:

– (Chiedile quando viene!)

– Quando vieni zia?

– (Dille: Zia ci manchi tanto!)

– Ci manchi tanto zia

– (Dille: Perchè non vieni, io non ti vedo mai!)

– Zia perché non vieni, non ti vedo mai!

io: Amore, passami nonna un attimo!

Altre volte però è la solita piacevolissima routine. Immaginatevelo al centro del corridoio di casa con la testa in su e una gamba arrotolata sull’altra, esattamente come farebbe il suo papà.

– Zia, posso dirti un’ultimissima cosa? Ma vieni al mio compleanno?

– sì tesoro, quest’anno vorrei tanto venire. Faccio il possibile.

– Senti zia, un’ultimissima cosa. Ma me lo fai un regalino quest’anno?

– Certo che ti faccio un regalino! te l’ho fatto anche l’anno scorso!

– No, non me l’hai fatto l’anno scorso.

– Ma sì che te l’ho fatto!

– mmm, no non me l’hai fatto.

– Ti ho regalato il puzzle di Ben Ten, ti ricordi?

– Ah, quello. Ma non me l’hai portato proprio il giorno del mio compleanno.

– Hai ragione, te l’ho portato la settimana dopo.

– Ti passo mamma.

(Ho scoperto che i bambini, beati loro, non conoscono le formule di chiusura di una telefonata).

Vi starete chiedendo che fine ha fatto la piccola fiammiferaia/dottoranda che dimora in me. Qualche giorno fa si è risvegliata da un lungo, lungo sonno. Ha sbadigliato e, ancora intorpidita, senza occhiali, e con gli occhi ancora chiusi è andata nello studio – quella stanza segreta in fondo al corridoio sempre chiusa, dove nessuno si reca mai -dove ha trovato una pila di libri impolverati e pieni di ragnatele, un odore di muffa e stantio, mozziconi di matite sparse sulla scrivania. Presa da un’improvvisa nausea, ha alzato un ditino e ha dichiarato, solenne e assonnata: “Il mio regno per un piatto di lenticchie!”. Ed è tornata a dormire.

Evidentemente stava ancora sognando.