Indicazioni stradali

Mi fermano per strada, smarriti, preoccupati, incerti. Mi fermano, intravedono in me modi gentili, disponibilità, sicurezza. Mi vedono, credono io sia del posto.

– Mi scusi, sa dov’è via Battistini?

– Sto cercando Campo Santa Margherita.

– Devo raggiungere il San Camillo.

– Sa dov’è la fermata dell’autobus?

Li ascolto pazientemente, soffermandomi sulle loro parole. Mi concentro, ripercorro la strada nella mia mente. Poi sorrido. La so.

– Vada dritto, al semaforo giri a destra. Incontrerà un bivio, lei prenda a sinistra.

– Deve tornare indietro, lo vede quel cartello? lì deve girare a destra.

– Alla rotonda prenda la terza uscita.

Li vedo rincuorati, contenti, grati. I loro sguardi riprendono luce. La voglia di ripartire, di raggiungere la meta ravviva i loro movimenti. Se ne vanno più leggeri, rassicurati, ringraziandomi con sguardo affettuoso. Hanno ritrovato la perduta via.

Ignari.

Essi non sanno che nel momento in cui mi volto e riprendo la mia strada, mi rendo conto, con agghiacciante certezza, di avergli dato delle indicazioni totalmente sbagliate. Destra al posto di sinistra. Il Filippo Neri al posto del San Camillo, la terza invece che la prima, e così via.

Non esistono limiti alla mia fantasia, quando si tratta di dare indicazioni stradali.

Annunci

A shopping con mia madre

Colonna di Marco Aurelio

Mi trovo a Piazza Colonna con mia mamma, davanti alla Galleria Alberto Sordi. Quando viene a Roma, mamma pensa di trovarsi in una specie di zoo dell’infanzia dove può recuperare l’antica padronanza dell’essere romana, condizione che lei ha abbandonato a diciannove anni, quando poi, dopo molto peregrinare, è approdata in terra veneta. Così ecco che me la ritrovo a chiacchierare col fruttarolo mentre lei assaggia amabilmente la frutta direttamente dal banchetto come se fossero suoi, banchetto e frutta insieme; la trovo a minacciare il macellaio di darmi la carne buona, pena una padellata in testa; la trovo a fermare le persone per strada per chiedere loro il grado di erudizione personale sulla loro città, la sua oramai perduta capitale, tutto ciò come se per recuperare l’antica romanità, come se tutto quello che i romani sono bravi a fare sia darsi un’amichevole pacca sulla spalla, contrattare il prezzo delle zucchine e attaccar bottone tutte le volte che la vita lo permetta. Tutte cose che i polentoni veneti a quanto pare non fanno.

Dunque, questa è la volta del siparietto di erudizione. mi trovo improvvisamente catapultata in una specie di candid camera dove mia madre ferma i passanti e chiede loro con innocente candore, appunto, come si chiama la solenne colonna che torreggia su Piazza Colonna. Dal momento che ogni volta che viene fatta una domanda nozionistica io sprofondo improvvisamente nel mare dell’ignoranza, e se la domanda viene fatta a bruciapelo a tutti i passanti di via del Corso, e per giunta da mia madre, ecco che mi trasformo in un ignorante pozzo di vergogna, mi dimentico immediatamente come mi chiamo, e di conseguenza, anche come si chiama quella colonna. L’unico straccio di certezza che rimane aggrappato dentro di me è che non si tratta della Colonna Traiana che risaputamente si trova nei Fori Imperiali, e lo so perché ci sono stata da poco. Ma quando la risposta dei passanti è nove volte su dieci, “Quella? La colonna Traiana,” anche quell’ultimo straccio decade, lasciandomi nuda ad affrontare la scena di mia madre che chiede a grandi e piccini “Scusi che colonna è quella?” mentre io mi nascondo e fingo di non conoscerla.

La risposta più bella, quella a cui neanch’io sarei forse potuta arrivare, è quella di una giovine ragazza con falcata determinata da shopping compulsivo che, senza il seppur minimo dubbio risponde a mia mamma: “Quella? Ma è la colonna Alberto Sordi!”

PS: La colonna si chiama Colonna di Marco Aurelio o Aureliana o Antonina!

bianco

tramonto a via dei condotti

Ieri il professore mi ha mandato un mail, mi ha scritto, le è arrivato il pacchetto che le ho spedito? Sì, mi ha spedito un pacchetto con un racconto di Clive Sinclair autografato, credo. A me non è arrivato il pacchetto. La prima cosa che ho pensato è stata. Ecco gli ho dato l’indirizzo sbagliato. Che dico, potrebbe esserci stato uno dei soliti ritardi postali, o lui ha scritto male. E’ difficile che uno si sbagli a dare il proprio indirizzo di casa. Speriamo che arrivi.

Ieri dovevo andare in centro, in un negozio alle quattro. Dovevo andarci con una mia amica. Poi alla mia amica hanno messo il collegio docenti e non è venuta più. Potevo disdire l’appuntamento in negozio ma poi non l’ho fatto, ci sono andata da sola, come una ragazza moderna. Il negozio è in Via Dei Condotti e prende sei numeri civici. E’ la prima volta che entro dentro un negozio in Via Dei Condotti. Di fronte ci sta Cartier, e accanto ci sta Dior.Un mondo a parte, credo, dove una borsetta costa 980 euro.  Ha diluviato tutto il giorno, ma alle quattro c’era una bella luce rosata. Al negozio sono stata molto coccolata, fino alla fine quando ti dicono i prezzi. Quando sono uscita ero molto contenta, e mi sono fermata a guardare le vetrine dei ricchi. A quel punto il cielo era tutto rosa e rosso e le pozzanghere per terra brillavano di luce. Mi sono molto divertita e Roma a volte è bellissima. La prossima volta però al negozio voglio andarci con le mie amiche, che non credevo, ma ho anche delle amiche che mi accompagnano al negozio.

Comunque il vestito che sono andata a vedere era bianco.

due dialoghi

Ieri tornavo a casa a piedi. Davanti a me camminavano un bambino a mano con il suo papà. Bambino di quinta elementare, un bell’orecchino con diamante ben visibile sull’orecchio sinistro, sereno e felice mentre camminava accanto al padre. Si vedeva, erano contenti, il papà portava lo zaino, il bambino era probabilmente appena uscito da scuola, e si raccontavano la giornata. Ascolto il dialogo.

– papà, che forza, sai cosa ho fatto oggi in classe? haha, che figo.

– Dimmi che hai fatto?

– la professoressa, spiegava, spiegava… io a un certo punto mi sono arrabbiato, ero proprio arrabbiato, e appena lei si è girata sbam! ho lanciato la gomma contro la lavagna! Nel resto della classe silenzio, tutti zitti… la prof. era furibonda, chi è stato? chi è stato? E io zitto, ridevo sotto i baffi….. ahhh che forza!

– ma tu perché hai lanciato la gomma?

– come perché? ero arrabbiato no?

– bravo figliolo.

Poi ho beccato due vecchiette:

– e te? quanto c’hai di pressione?

– io oggi la massima c’avevo 120. ‘Nfatti nun  me sento granchè, forse è pè questo che sò caduta.

– ehh, forse è pè questo. Ma ‘ndove se’ caduta?

– cor sedere so’ caduta. Ahò.

– Ahh ma allora hai dato ‘na culata!

– Na culata, sì

– Na culata. Eh.

Una piacevole passeggiata

Partecipo al test di preselezione al concorso per docenti, quella truffa legalizzata che ti costringe a fare un concorso per essere inserito in una graduatoria in cui già ti trovi. Mi mandano a Guidonia alle 9 di mattina di lunedì. Mi preparo bene, controllo il tragitto più volte su Google Maps, dalla stazione di Guidonia alla scuola è poco più di un chilometro, mi faccio una passeggiata. E così va, arrivo alla stazione con un’ora e dieci di anticipo, mi fermo a prendere caffè e cornetto, mi guardo qualche vetrina ancora chiusa, ho il sorriso sulle labbra. A un certo punto la strada cambia del tutto. Via le vetrine, via i bar, via i marciapiedi. Mi trovo su uno stradone statale in mezzo ad una zona industriale, mentre camion sfrecciano a tutta velocità. Proseguo, mi supera un autobus. Comincio a pensare che forse dovrei prenderne uno. Chiedo a un raro passante. Mi dice che la scuola è lontanissima, non ci si arriva a piedi. Sono le otto e mezza, ancora mezzo’ora, sono esausta. Mi fermo ad aspettare un autobus. Neanche l’ombra. Alle 845 mi rimetto in marcia, ormai quasi rassegnata che la scuola non la troverò. Corro. comincia una strada nel bel mezzo di campi coltivati, cammino rasente il guardrail, niente marciapiede, i camion mi sfiorano le orecchie. Finisce la strada, sono le 8.59. Non vedo scuole attorno a me, rallento, mi fermo. Le 9. L’ho perso. Alzo la testa e leggo: Liceo Scientifico M…. Volo al primo piano, gli addetti alla registrazione bloccano tutto, stavano cominciando ma mi aspettano. Mi danno il tempo di riprendermi, entro nell’aula predisposta, il commissario mi apostrofa con un: “E lei arriva direttamente con la gondola? Si sbrighi!” E poi: “La veneta, dov’è la veneta? è pronta?”. Rispondo di sì. Ho camminato per 4 chilometri. Maledetto Google Maps. Passo il test.

Sbucciata

Oggi, mentre correvo in pineta, sono caduta. Sono inciampata su un ramo che sporgeva e ho fatto un volo in avanti. E’ stato bellissimo. Le gambe che mi tremavano, la fatica a rialzarsi, l’elettricità del dolore alle ginocchia  e ai piedi, l’imbarazzo impacciato, l’attenzione su di me, la voglia di ridere. Il mio momento di gloria, sono caduta. Non mi sono rotta i pantaloni, che sarebbe stata la massima onorificenza (dannazione), ma mi sono sbucciata un ginocchio. Sì, sbucciato, con un po’ di sangue perfino. Per me che ho un disperato bisogno di muovermi, la sbucciatura al ginocchio è una medaglia al valore, un trofeo di guerra, un riconoscimento importante. Una nobile ferita, la mia sbucciatura al ginocchio, che ho dedicato ai quei bei tempi  in cui cadere, sporcarsi nella terra, rotolarsi nel fango e nello sporco, erano passatempi prediletti. Sono caduta. Sono davvero orgogliosa di me.

My color preferit is grin

Cammino con la testa tra le nuvole. Ogni tanto prendo in pieno un palo. E’ vero. Guardo in alto. Le persone passano, mi osservano. Seguono la traiettoria del mio sguardo, si domandano. Cercano. Un uomo sul tetto, un ufo, un lampo. Un aereo, un aquilone, un barbagianni. Scuotono la testa, passano. Io cammino, guardo in alto. Guardo i tetti delle case. Gli attici dei condomini. Osservo i balconi, le antenne, le finestre. Gli abbaini, le inferriate, i vasi. Mi dimentico a volte che le città sono fatte di piani alti, che le case hanno un tetto, spesso un terrazzo. Poi, a un tratto, mi ricordo. La città che c’è lassù, al settimo piano. Faccio così quando devo cambiare casa. Quando devo scegliere un luogo, un quartiere. Guardo in su, i cornicioni delle case, gli angoli, i colori. Immagino che sia casa mia. Le piante, le tende, le finestre illuminate. Ora non devo scegliere nessun luogo e non devo cambiare casa. Ma ho ripreso a guardare in su. Guardando in su ogni tanto noto le insegne dei negozi. Ne hanno aperto uno nuovo sotto casa. Si chiama Amò. Con l’accento a forma di cuore. Verde e fucsia. Forse è per questo che immagino di cambiare quartiere.

Ieri sono andata a una festa di colleghi non miei in cui ora vi dirò tre parole e voi capirete subito di che festa si tratta: karaoke, vamos a la playa, balli di gruppo. Aggiungete varie tresche extraconiugali tra colleghi con marito o moglie al seguito e avrete un’idea del luogo in cui mi trovavo ieri. Appena entrata nel locale affittato (altro elemento inquietante) mi sono detta: o bevo o muoio. Ho scelto la prima opzione. I miei freni inibitori sono saltati come i tappi del prosecco che volavano qui e là. Con la scusa di: ‘ballo post-modernamente, non temere’, ho dato il meglio di me al suon di: “una man nella cabeza, un movimento sexi” (la i di sexi è volontaria, è post-moderna), però a un certo punto ‘post-modernamente’ non mi riusciva più di pronunciarlo, ma l’intento era lo stesso quando mi sono messa a cantare ‘la cura’ di Battiato. Il problema è che tutti quelli accanto a me non ballavano e non cantavano post-modernamente. Loro ci credevano veramente. Spero di non avere detto nulla di compromettente per nessuno, ma mi assicurano che sono stata sim-pa-ti-cis-si-ma. Mi hanno anche detto che assomiglio a Giorgia, il che mi ha fatto pensare che non fossi l’unica ubriaca, dal momento che Giorgia ha i capelli scuri, lisci e gli occhi castani e io no.

Non vi ho ancora parlato delle ventisei piccole carogne della nuova prima media. L’unità 1 del libro che ho adottato ha tre belle paroline da imparare: sleepy, bored, tired. Maledetti. “Prof. I’m tired. Prof I’m sleepy. Prof. I’m very very very bored. Prof I’m tired sleepy and bored”. La prima lezione è stata davvero gratificante. Mi danno del tu. Mentre parlo alzano la mano: Prof. tu da quanti anni insegni? prof. ma il quaderno a righe o a quadretti? prof. il titolo con la penna rossa? Prof. posso fare un disegno? Prof. ma si è messa la canottiera! Che caldo! (risposta della prof. trattenuta tra i denti: ‘sì, ragazzi mi sono messa la canottiera sennò la vicepreside va dalla preside e le dice di dirmi di coprirmi un po’ di più la prossima volta’.. e qui potete farvi una sommaria idea delle dinamiche patologiche in corso nella mia scuola).

 Ho fatto un test d’ingresso in cui ‘preferit, gennuary, cib’ sono all’ordine del giorno. Vivo in un mondo parallelo in cui 40su80 è sufficiente.