Ora sì che mi sento bene.

Molo audace - mi godo questa parentesi di libertà - spero di dimenticarmi di chiuderla

Molo audace – mi godo questa parentesi di libertà – spero di dimenticarmi di chiuderla

A proposito di quella lista delle attività post-doc.

La cosa più bella di aver finito il dottorato è fare le cose senza pensare: “in questo momento non dovrei stare qui dovrei stare a casa a lavorare”. E’ una sensazione nuova. Vado al supermercato e, incredibile, posso starci, ho il permesso! non dovrei stare in nessun altro luogo. Vado in palestra, mi prendo un pomeriggio libero, e non mi sento in colpa. Tutto questo è molto nuovo per me. E’ bellissimo.

Questo periodo nuovo bellissimo e immacolato è già finito.

Sono riuscita a incastrarmi nuovamente. In pochissimo tempo. Il dottorato è, per così dire, ancora caldo nella sua tomba, e già ho trovato un nuovo modo per rovinarmi la vita. Si chiama autoboicottaggio. Ne sono somma esperta. Ho incontrato uno dei professori con cui ho discusso la tesi. E’ irlandese, lavora a Roma e vive a Trieste. L’h incontrato a Trieste. Semplice, no? Insomma due chiacchiere, un parere informale sulla tesi. Tra lodi e dubbi sulla tesi, mi ha consigliato di chiedere al mio tutor di pubblicarne almeno una parte, di lavorarci, che sarebbe un peccato lasciare tutto così. Poi mi coinvolgerà a settembre prossimo per dei seminari alla sua facoltà. Informali, dice. Tra amici, dice. Sì, gli volevo dire, come la discussione della tesi! Che ne pensi? Io ho detto: bellissimo, mi piacerebbe tanto, volentieri. Poi mi volevo impiccare.

Ora, quando vado a fare la spesa, penso, dovrei stare a casa a scrivere il libro. Quando mi prendo un giorno libero penso, devo scrivere al tutor, quando vado in palestra penso, devo fare il seminario. Ora sì che mi sento bene.

Comunque, Trieste è bellissima. Ma anche il piacere di prendersi due giorni di vacanza senza pensare a nulla, è già finito. Devo tornare a casa, devo scrivere il libro.

Ora sì che mi sento bene.

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Cliché!

Siccome la mia vita al momento è fatta di partenze e valigie, treni e ritardi, nostalgie e ritorni, domani prenderò un treno che mi porterà a Trieste. Chiamatela nostalgia del mare, chiamatela anatomia dell’irrequietezza, chiamatela vocazione al movimento. Io opterei per un più banale e odioso senso del dovere. Fatto sta che Trieste è bellissima, e che lì mi attendono (mi attendono?! ma chi ti si fila!) una manica di Joyciani pazzi che parleranno di Leopold Bloom, Finnegan’s Wake e della pioggia. Tutte cose che piacciono a me, insomma. Io invece non parlerò, non temete, sennò avrei cominciato a stressarvi mesi fa. No, io sarò seduta nell’ultimo angolino della sala col il mio quadernetto. Non conosco nessuno. Probabilmente mi sfogherò qui dentro, aspettatevi post disperati.

A Trieste io spero di passeggiare sul lungomare, indossare sandaletti e godermi il sole. In realtà pioverà tutto il tempo, così dicono.

Oggi quindi devo: fare la valigia, lavarmi i capelli, scrivere il paper su Kalooki Nights, cucinare, fare la spesa, depilarmi. Poi sabato verranno a dormire degli ospiti a casa, quindi devo: preparare una stanza e i letti, rendere presentabile o chiudere a chiave le altre stanze, dimenticare che i muri trasudano acqua e che gli infissi delle finestre cadono a pezzi. Del resto, è più importante ospitare gli amici che avere una casa bella, vero? vero?

E siccome il tempo che mi rimane è tragicamente poco, e l’autostima piuttosto bassa, sono scesa giù al negozio e ho fatto incetta di vestiti… Cliché! Cliché!