Una serie di domande che vorrei fare alle mie colleghe

Una serie di domande che vorrei fare alle mie colleghe, così, senza pensarci troppo:

– Ma tu, mi vuoi bene?

– Mi odi vero? Dimmi che mi odi. Fai bene.

– Ti sto simpatica? trovi che io sia simpatica? per lo meno piacevole?

– Sono proprio sgradevole, vero? Dimmi che sono sgradevole, già lo so, puoi dirmelo.

– Ma secondo te, io, sono una brava insegnante?

– Faccio schifo come insegnante vero?

– Ma secondo te lo so parlare l’inglese? No, vero?

– Ma secondo te, sono brava?

– Mi daresti un voto, per piacere? Sì un voto, come insegnante, e poi anche come persona.

– Non lo raggiungo il sei, vero?

Questa estate non abbandonare il tuo Blog in autostrada

Solo per dire che:

– ho passato lo scritto del concorso. Se passo anche l’orale, a settembre mi vedrete insegnare in una scuola pubblica in una non ancora identificata località del Lazio, potrebbe essere Roma, ma chissà. Ne risulta che anche questa estate sarà dedicata a studio assiduo, eclettico, estenuante: un giorno la tesi e un giorno il concorso, così, a ruota libera.

– il caldo canicolare mi provoca vuoti di memoria, sonno compulsivo, un certo isterismo di maniera, e lentezza cronica.

– stamattina orali di terza media. La collega di francese mi dice “si vede che eri tesa.” … Io? La docente di inglese? La consapevolezza che torniamo irrimediabilmente al punto di partenza accende in me sconforto, rabbia, e un gran voglia di gelato al cioccolato.

– come vedete mi sto impegnando alla causa del non abbandono: ne consegue, per quei due tre che mi leggono, che vi dovrete sorbire post più o meno noiosetti, alte quote di monotonia, nulla trito e ritrito, e quella dose indispensabile di finta ironia senza la quale non sopravviverei.

Miss Noiosetta is back.

La bellezza del fai-da-te

Il primo giorno di vacanza da scuola mi sveglio presto, con una strana luce nello sguardo. Mi chiedono cos’hai? sei strana, io faccio la vaga, rispondo niente, non ho niente. Vado di là, mi assento. La luce curiosa nello sguardo si trasforma in un fuoco luciferino man mano che la mattinata trascorre, non ci credo nemmeno io, ma sta accadendo. Sento che è vero. Ho deciso.

Stamattina ridipingo le pareti di una stanza.

E’ così, non decido mai nulla, ma quando dentro di me si accende il fuoco vivo della determinazione non mi ferma più nessuno. Da troppi mesi vagheggio l’idea di farlo da me. Il meccanico dice basta indugiare, fai le cose; la gente dice, fallo tu! è bellissimo, è divertentissimo, ti fai unculocosì eh! però so’ soddisfazioni. Hanno ragione. Basta è ora di agire. Me l’ha detto il meccanico. Mi guardo un paio di video da Youtube sul fai-da-te, mi chiudo nella stanza, stando bene attenta a non farmi notare da sguardi indiscreti. Si comincia: devo spostare con la sola forza dei miei bicipiti due letti, una cassettiera, un’altra cassettiera, una libreria, una scrivania, una poltrona e soprattutto un armadio pieno di roba, il tutto senza farmi notare. Facile. Comincio.

Alla seconda cassettiera caccio un urlo. Manca un piedino e la cassettiera cade all’indietro, i libri accumulati sopra cadono facendo un gran baccano, la stampante per un soffio non cade anch’essa, e la cassettiera per poco non crolla addosso alla sottoscritta che nel frattempo caccia l’urlo. Continuo a fare la vaga e l’indifferente cercando rifugio sotto la suddetta cassettiera ma il nascondiglio non dura a lungo. Vengo trovata, soccorsa, rimproverata e rimessa nell’angolino.

Trascorrono alcuni giorni di sconforto e scoramento in cui tento di elaborare una morale per questo piacevole raccontino. Mi do obiettivi troppo alti? Mi metto in testa cose impossibili? ma se è impossibile, perché gli altri lo fanno? Mi inceppo in argomentazioni sterili.

Mi inceppo. Mi inceppo. Mi inceppo.

Qui dentro c’è l’eco. Comunque il titolo è un altro. Il titolo è: Complicazioni della vita accademica.

La parola chiave di questo secondo anno di dottorato è: pubblicazioni. C’è una specie di frenesia isterica riguardo questo argomento, quando conosci qualcuno in dipartimento la prima domanda che gli fai è: hai pubblicato? Se sono io a fare questa domanda, il corollario è: come si fa?

Sono circondata da sciami di dottorandi pubblicatori: quel mio collega di cinema alla fine del primo anno aveva già pubblicato. Un articolo? un capitolo? no. Un libro, un libro intero scritto e firmato da lui. Quell’altro dottorato di tedesco ogni anno sforna decine di articoli pubblicati in diverse riviste italiane e tedesche. In lingua tedesca, ovvio. Quell’altra collega di comparatistica è al suo secondo dottorato e ha appena pubblicato un libro anche lei.

Poi ci sono io.

Ci sono io che verso settembre vado dal mio tutor e gli dico: “Io…ecco, veramente io… ma non lo so, ehm, forse, anzi sicuramente è meglio di no, ma diciamo forse forse io, solo per imparare come si fa, eh, non avrei mai e poi mai la presunzione di… ma.. ecco…io… avrei un articolo!”. Poi gli scrivo una mail che si intitola “Ambizioni premature”, che è come darsi subito una zappa sui piedi, in cui gli invio suddetto articolo, e poi basta. Basta, finito. L’articolo è ancora lì nascosto nel mio computer. Tanta è stata l’angoscia di addirittura inviarlo al mio professore, che mi si è esaurita la scorta di coraggio per inviarlo a qualche rivista. Diciamo che ora, che sono passati quattro mesi, sto recuperando le forze perdute, e posso pensare di rimettermi a correggere quelle parti che il professore mi ha consigliato di riguardare e poi fare il grande passo nel vuoto.

Ora vi dico un’altra cosa. Segreta. Pare, ma sembrerebbe quasi certo ormai, che il mio autore, quello su cui un giorno dovrò scrivere la mia tesi di dottorato, venga in dipartimento verso aprile, per un convegno di scrittori che la mia facoltà organizza ogni anno. Ora, un dottorando normale cosa proverebbe? grande emozione e gioia, orgoglio, entusiasmo nell’organizzare un’intervista, lo direbbe a tutti quelli che incontra. Direbbe: “io e il mio professore stiamo organizzando….”, oppure “ebbene sì, è sicuro, John viene a trovarci” (non si chiama John, è un nome fittizio, non ve lo dico come si chiama il mio autore) oppure “io e il professore stiamo organizzando l’accoglienza, sì ieri ci ho parlato al telefono, del resto, sapete, è il mio autore”. Se voi foste un dottorando normale, al massimo un tantino cagacazzo, direste così.

Io no. Io da quando ho avuto questa tragica notizia, non dormo la notte. Attendo con orrore e disperazione quel momento. Mi aggiro per il dipartimento nascondendomi dietro le colonne, sperando che nessuno mi chieda nulla. Prego dio ogni giorno di mandargli, che so, una febbre, una diarrea, un’influenza in quei giorni così che non possa venire. Impreco pensando, ma con tutti gli autori che dovevano chiamare, proprio il mio! E proprio di sì doveva dire! Spero ogni giorno che il mio professore mi dica: “Ovviamente lei non è pronta per parlare con il nostro eccelso autore, si tenga nascosta, non dica a nessuno che lei lo sta studiando, non si faccia coinvolgere se vuole evitare brutte figure”. Ah come mi sentirei umiliata e sollevata. Allora sì che girerei per il dipartimento a testa alta, e felice!

Ecco, io mi sto avvicinando all’incontro con il mio autore con questo stato d’animo, augurandogli di tutto cuore una diarrea.