Il mio paese

Ancora non l’ho capito se un paese di circa cinquantamila abitanti può essere elevato alla categoria delle cittadine, io ultimamente mi sto abituando a chiamarlo paese, anche se forse sarebbe più corretto chiamarlo cittadina, mentre non credo possa nemmeno sognarsi lo status di città. In ogni caso questo è  un dubbio che mi ha arrovellato il cervello a lungo, tutt’ora direi, dal momento che il mio non è un paese/cittadina che molti conoscono, quindi quando ti chiedono di dove sei sei costretto a dare spiegazioni, a darne le coordinate, a dire è una cittadina/paese vicino V. C’è sempre stato questo indugiare della voce al momento di rispondere: è un…..cittadina, vicino V. In ogni caso dicevo che ultimamente io sarei più propensa a chiamarlo paese, a chiamarla paese, direi, dato che è femmina. E’ una bella femmina, niente da dire. E’così bella, incastonata come una perla dentro la laguna veneta..ah no, che dico, quella è Venezia, scusate. Beh allora il mio paese, che è femmina, è incastonato nella laguna veneta, se non come una perla, quantomeno come un mollusco rinsecchito dentro la sua conchiglia.

Il mio paese è un pesce, altro che Venezia, Tiziano Scarpa pensava ad altro quando ha scritto quel libro. Il mio paese è costruito a forma di lisca di pesce, veramente però. Dal corso del popolo, dipartono a destra e a sinistra le calli interrotte da ponti e attraversate da canali, le calli che sono le spine del pesce. Io ci ho abitato per qualche mese in una di queste spine di pesce, quando giocavo al gioco che prima o poi mi ci sarei abituata a vivere nel mio paese e allora vivevo in una di queste spine, stendevo i panni fuori dalla finestra, ascoltavo la radio che cantava dalle finestre delle donne dirimpettaie che cantavano ramazzotti e tozzi dalle loro finestre, manco fossimo tornati negli anni 80. Mi sembrava di vivere nel sottobosco del mondo, il sottobosco fatto di mattine passate a lavare le tende, pulire le finestre passare lo straccio, spettegolare con la vicina della finestra di fronte, in dialetto stretto, ovviamente che poco ci capiresti se non fossi del posto, e io ci capivo quasi. Io non le facevo queste cose, io mi facevo il bucato una volta al mese, che è il tempo che ci mettevo per riempire una intera lavatrice, però le guardavo queste cose, le sentivo le donne, dalla finestra. E mi chiedevo che ci faccio io qui?

Il gioco che mi abituavo a vivere nel mio paese è finito che me ne sono andata nella capitale, e che ho smesso di stendere i panni fuori, e di ascoltare la radio delle altre signore e di fingere di essere l’insegnante straniera che è venuta da molto lontano a lavorare al paese, mentre in realtà la mia vera casa stava a un chilometro di distanza.

Una cosa bella del mio paese anche se è un po’ inquietante, è quando le sere d’inverno imbavagliate dalla nebbia, si sente in lontananza il suono delle navi che si chiamano e si avvertono. é un suono triste  e cupo, che strappa il lenzuolo bianco che è calato sul mare e sui ponti, e che parla di lontananza e di nostalgia, di freddo e di oblio. E’ così bianca la laguna quando è imbavagliata dalla nebbia.

Piangono le navi nella nebbia come balene intrappolate nella rete.

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One thought on “Il mio paese

  1. io vio in un paese di quattordicimila abitanti e si vanta di essere “città” e lo ha scritto pure sui cartelli… bah
    sarà, per me sempre paese è 🙂

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