Ancora la nipotina

Lei: In braccio tzia.

Io: Vieni in braccio, pallina mia.

Io: Ma dove stai infilando le manine?

Lei: Le tettine di tzia! hihi.

Io: Tettine?! Tettone!

Lei: hihi.

Io: dai un bacino a zia.

Lei: Si!

Io: Ma! mi hai leccato!

Lei: Ti ho fatto il bagnetto io! hihi.

Io: E ti pare? sono cose da fare?

Lei: Si! Sono la bambina del fiume io.

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Tutt’attorcigliata

Oggi mi è arrivata una mail che spiega le incombenze di una giovane dottoranda alle prese con il ricevimento di un importante scrittore in arrivo nella città elastica. La mail elenca in pochi punti i doveri di dottoranda attenta, responsabile, capace. La mail così recita:

Tutor
I tutor sono gli angeli custodi degli autori durante le giornate del festival. Saranno sempre a loro disposizione e, in particolare, dovranno:

  • occuparsi di accompagnare l’autore affidatogli al suo incontro;
  • far scorrere le slides durante la lettura;
  • assistere la troupe che fa le riprese video durante la breve intervista che si tiene alla fine dell’incontro (o in un altro momento), facendo anche da traduttore;
  • accompagnare l’autore agli eventi sociali in programma (se aderisce);

La giovane dottoranda in questione, trasudante responsabilità, sicurezza, capacità e orientamento sarei io. Haha.

Alla lettura della mail, nell’annebbiamento che ne è seguito, con improvvisi giramenti di testa, senso di vertigine e sudorazione fredda, non riuscivo a ricondurre a me il significato di alcune vocaboli. Festival? Slides? Troupe? Riprese video? Traduttore?

Ma di che cosa si tratta? di chi, di chi si sta parlando? Di me? Ne è seguito una fase di intensa depressione, pensieri di morte e sotterramento, macumba nei confronti di scrittori e professori tutti,  strappamento di capelli, lancio di sguardi di abbandono e incomprensione al cielo, pestamento di piedi a terra, piagnucolii al suon di No no e No.

Dopodiché ho dovuto ricompormi, visto che nel frattempo nello studiolo era entrato un professore a prendere un libro, e non mi sembrava il caso che mi vedesse stesa per terra a piangere con la faccia incassata nel gomito.

Allora mi sono ricomposta e ho deciso che passerò i prossimi venti giorni parlando solo inglese, allenandomi con il power point, imparando a muovermi per la città allungabile come fanno gli indigeni, con la testa tra le nuvole e dieci centimetri da terra, e nascondendo il fatto che dentro mi sento così, tutt’attorcigliata.


La vita della fattoria

Avevo circa vent’anni quando sono tornata in Irlanda. Era quello il periodo dei sacrifici e del mutuo da pagare, soldi in casa non ce n’erano. Per permettermi di fare una vacanza studio mia madre si mise in contatto con amici di amici di amici di amici. Infine trovammo una famiglia che poteva ospitarmi per circa un mese senza dover pagare nulla. Abitavano in campagna, in un paese vicino Cork che si chiamava Carrignavar. Ma che dico un paese, Carrignavar era una viuzza di aperta campagna, puntellata, di tanto in tanto, di grandi fattorie con stalle, pollai e pascoli annessi. La coppia che mi ospitava aveva otto figli di cui cinque sparsi tra Australia Stati Uniti e Inghilterra. Gli altri tre, più o meno miei coetanei, penzolavano dal divano del soggiorno al pub e sostanzialmente oziavano a spese dei genitori.

Il papà di famiglia, Dan, professione fattore, rientrava da lavoro più o meno all’ora in cui io mi svegliavo per fare colazione. Ritrovavo lui e sua moglie Nuala in cucina, intenti a friggere enormi rashers, come gli irlandesi chiamano il più comune bacon, su una piastra trasudante oli e grassi atavici. Dan, in tenuta da lavoro – maglioni stracciati, pantaloni coi buchi e le pezze e una gran porzione di merda di vacca spalmata su gomiti e polsini – si distingueva dalla moglie per l’abitudine di non usare il cucchiaino per prendere la marmellata e spalmarla sulle fette di pane tostato. Perché usare un rozzo cucchiaino, del resto, quando ci sono le dita delle mani, che sembrano fatte apposta per questo? E perché usare il tovagliolo poi, quando il maglione sporco di merda di vacca è lì per questo?

Essendo io a quel tempo impedita nella lingua, imbranata nei rapporti e in definitiva sprovveduta e incapace, non riuscii a districarmi da un luogo che si rivelò ben presto essere bellissimo nell’aspetto ma limitante e ristretto in tutto il resto. Ci misi settimane solo per capire che a pranzo nessuno cucinava e che doveva essere usanza comune quella di semplicemente andare in cucina e mettere sotto i denti la prima cosa che trovi in frigo: un cetriolo, un pezzo di formaggio, una barretta di cioccolato. Quando compresi anche che non c’erano autobus che mi portavano in città per trovare un lavoretto, conoscere qualcuno, fare qualcosa, qualunque cosa, mi ritrovai a trascorrere le mie giornate guardando la televisione, facendo lunghe passeggiate serali con un bellissimo labrador che chiamavo creamydog, andando a correre per sbollire rabbie represse e lontane. Un paio di volte tornai a casa stralunata e sconvolta perché mi avevano rincorso e quasi azzannato dei cani delle fattorie circostanti. In quei casi creamydog scappavarivelandosi un vigliacco. Qualche volta aiutavo Dan e Nuala nel lavoro entusiasmante della fattoria.

Imparai così a mungere le mucche, raccogliere le uova, e dar da mangiare ai conigli. Due volte mi chiesero di portare la macchina, e fare da apri-pista per le mandrie che mi seguivano. La prima volta feci cadere la macchina nel fossato sulla sinistra, la seconda volta presi in pieno dei rovi e strisciai tutta la fiancata. Una volta i figli di Dan e Nuala mi chiesero di aiutarli a portare le mandrie da un recinto all’altro. Mi misero al centro di un crocicchio e mi dissero: “Tu stai qui. Noi ora arriviamo con questo centinaio di mucche. Tu devi farle andare a destra, non dietro di te. Hai capito? Mi raccomando, non dietro di te, deviale a destra!”

Voi avete mai avuto a che fare con delle mucche? Sembrano tanto bonarie e innocue, ma non lo sono per niente. Sono gigantesche, ti fissano con occhi enormi lucidi e inquietanti, sono ingombranti e imprevedibili. Io ricordo che mentre stavo lì, al centro di quel crocicchio, mi sentivo minuscola e terrorizzata, e che sentivo da lontano, avvicinarsi sempre di più, con foga e velocità, il rumore di zoccoli impazziti e muggiti angoscianti. Ma voi l’avete mai sentita muggire una mucca. La mucca non fa mu. La mucca geme, strilla, urla. Io udivo, agghiacciata, gli urli sinistri di questa mandria eccitata in cerca di nuovi pascoli ed erba fresca, e che si lanciava in corsa verso di me. E io. Io dovevo deviare la loro corsa. Io dovevo fermarle e dirigerle verso destra. Io. Con la mia forza e il mio coraggio.

Arrivarono. Mi ignorarono. Andarono tutte dove non dovevano andare. La mia presenza al centro del crocicchio fu del tutto inutile. Del resto, chi era quel pazzo che si aspettava il contrario.

Ora a rivedermi lì, al centro di quel crocicchio ad attendere spaventata l’arrivo di cento mucche all’assalto, penso che quella doveva essere una perfetta metafora per quello che era la mia esistenza a quel tempo, smarrita in mezzo a persone di cui non capivo la lingua, atterrita all’idea che la vita mi raggiungesse e mi calpestasse.  Fu un bene che poi lo fece.

Ho fatto una passeggiata

Villa Pamphili non è lontana da dove abito io e camminando poco meno di mezz’ora ci si arriva. Non abito in un quartiere bello di Roma. Abbastanza comodo e abitabile, ma le macchine, i negozi rumorosi e noiosi, le persone che passeggiano senza una meta con addosso la tuta gli occhiali da sole e le carrozzine, e poi i marciapiedi bucati e sconnessi, la spazzatura accostata ai cassonetti ricolmi, rifiuti buttati ad un lato della strada, motorette dalle gomme a terra e ormai arrugginite e sfatte abbandonate da anni addosso ad un palo della luce. Questa città è fatta così. Non sempre camminarla è piacevole. Ma arrivata al cancello della villa, mi sono sentita investita da un mondo primaverile e colorato, un mondo fatto di luce e calore,  un mondo di cui io, che ancora indosso la patina e lo sguardo dell’inverno, ho perso le tracce da tempo.

Ho fatto una passeggiata guardandomi intorno,  come se in vita mia non avessi mai visto un albero, o dei fiori rossi sbocciati. Ma dove è andato a finire il tempo? Dov’è andato il tempo in cui si giocava a palla e si correva e si portava il pranzo al sacco? il tempo dei picnic, il tempo in cui ognuno porta qualcosa, il tempo in cui i grandi organizzano le cacce al tesoro per i piccoli, il tempo delle fotografie e dei filmini.

Forse è meglio  così, che  quel tempo sia finito.

Mi sono seduta a leggere un po’. Un bambino si è avvicinato e mi ha detto ‘lo sai che io so saltare quel cancelletto? Vuoi che ti faccio vedere?’. Un altro bambino mi ha tirato un pallone in faccia. C’era un cucciolo davanti a me che piagnucolava perché la sua famiglia giocava a pallone mentre lui era legato a un albero. Si lamentava e poi scodinzolava un po’. Si sentiva una tromba che suonava, in lontananza, forse oltre quegli alberi, che mi guardavano nell’ombra.

Verso casa, avendo ripromesso a me stessa di ingrassare almeno due chili per riempire, se non la camicetta, per lo meno i pantaloni, ho preso un gelato. Pera e marron glacé, i miei gusti preferiti.

Conversazione con la nipotina di tre anni

Io: allora amore di zia, sei andata dal dottore ieri, che hai fatto?

Lei: tzia, ti pettino io.

Io: sì, ma che hai fatto dal dottore, ti sei comportata bene?

Lei: ehm, ho capricciato io.

Io: ah. E vabeh.

Lei: tzia, mi accompagni a fare la cacca?

Io: certo amore, andiamo.

Io: amore, hai un neo sull’ombelico? bellina sei.

Lei: io sì, anche sul piede.

Io: hai un neo sul piede?

Lei: no, un ombelico sul piede. Ti mottro. Guadda.

Io: eh già, hai proprio ragione.

Lei: tzia, vieni con me. Ti trucco io.

Io: ok, truccami.

lei: ma per finta però.

lei: tzia, ti pettino io.

io: ok, in verità sono im-pettinabile, è da quando ho la tua età che non lo faccio, però non importa, pettinami pure, nipotina mia prediletta.

lei: tzia. Ho fatto una puzzetta io.

Io: …

Lei: tzia. guaddami il naso.

Io: che c’è?

Lei: ho il moccioletto io.

Io: soffiamo subito il nasino ok?

lei: tzia.

io: dimmi.

Lei: ho fatto un rutto, io.

 

Scuoletta, guance bagnaticce e bisogno di pappa reale

Stamattina a scuola ho scritto una comunicazione sul diario di una bambina. Ho scritto: “……… Si prega di alleghare certificato medico”.

! Alleghare! con l’acca! poi sono stata ore a pensare a come correggerlo senza che si notasse l’errore. Vedete io non faccio errori di ortografia, non li ho mai fatti, sono una pignola della grammatica. Non qui sulla tastiera magari, ma la lingua scritta è importante, e io ci sono sempre stata attentissima. Io non scrivo alleghare! Ci deve essere qualcosa che non va.

Che dite, meglio la pappa reale o una tirata di cocaina ogni tanto?

Poi. Questo è il periodo della commozione.

Sono una cosa indecente. Ascolto Jennifer Egan, mi commuovo. Spengono le luci a teatro, mi commuovo. Ascolto l’interrogazione di un mio bambino bravissimo, devo andare alla finestra perché mi sento il groppone. Ascolto l’interrogazione di un mio bambino-capra, mi viene il groppone lo stesso per tutta la fatica che ci mette. Leggo un romanzo per la centesima volta, niente da fare, quando arrivo a quella pagina dove il personaggio muore, io piango, puntualmente, ogni volta. Guardo il film più serie B che esista, il film più americanata dell’anno, piango lo stesso. Mi basta vedere due che si guardano, perché mi spunti la lacrimuccia. Il radio-giornale, nemmeno ve lo dico.

Del resto lo sapevo di già che ero uno spettatore passivo. Lo sapete che la tesi di laurea, tanti anni fa, la scrissi sul cinema? e, tra i vari testi di analisi del film che lessi, mi colpì molto un saggio che spiegava che la prima visione di un film è quella da spettatore passivo, cioè quello spettatore che guardando il film, si lascia travolgere e trasportare totalmente dalla trama del film, dimentico di tutto, non si cura di come è strutturato, ma solo di cosa racconta, e quindi piange e ride e ama e odia, insieme ai personaggi.

Dopo di che, però, si passa ad una visione più attenta, più analitica, ci si distacca dagli eventi narrati e si osserva con attenzione la costruzione del film. E’ il passaggio da spettatore passivo a spettatore attivo. Ecco. Io per la mia tesi dovevo analizzare due film. Li ho visti centinaia di volte, specialmente uno dei due. Puntualmente ogni volta, sapevo benissimo, a memoria, ogni battuta e cosa sarebbe successo, ma ogni volta, puntualmente, mi commuovevo e versavo le mie lacrime per la morte dell’eroe. In me, il distacco non avveniva mai. Non diventerò mai uno spettatore attivo.

Sono una irriducibile, irrecuperabile spettatore passivo.

Spazzoloni, declamazioni letterarie rivolte al secchio e polipi neri

Ho appena scoperto che se ripeto a voce alta mentre passo lo straccio in cucina, mi concentro benissimo.

Quando la prossima settimana andrò a parlare con la professoressa di quello scrittore lì, che dite, posso portarmi appresso secchio e spazzolone e mettermi a pulire il pavimento dello studio? …”Ehm, le spiace se le dò una bella passata con lo straccio mentre discutiamo? No, sa, ehm, mi rilassa molto…!”

Stanotte invece ho sognato che il tasto dell’ascensore si era trasformato in un polipo nero che si nascondeva nel mio zaino, e quindi non potevo tornare a casa. Si accettano interpretazioni.