Librone

Mi tornano alla mente vecchissime conoscenze bibliche, retaggio di una controllata e ristretta educazione cattolica, rivelatasi troppo avanti negli anni del tutto fallimentare. Interpreto a volte eventi della giornata o interi periodi di tempo con un linguaggio che ho dismesso, ma che riemerge involontariamente  in forma di blocchi fossilizzati, conchiglie che si sbriciolano nell’attimo in cui tento di tenerle in mano. Così, quando mesi fa la stanchezza e il torpore avevano ricoperto tutto come una patina grigia e opaca, risalivano alla mente  le famose parole delle nozze di Canaan, “non c’è più vino,” me le ripetevo più volte durante la giornata, e trovavo che descrivessero esattamente il mio stato d’animo. Non c’è più vino, mi dicevo, e in cuor mio pregavo senza pregare che il miracoloso corollario della mancanza di vino potesse attuarsi anche nel mio caso, e che l’acqua a cui mi stavo abbeverando a questo magro banchetto potesse essere presto trasformata in vino. Sono passati dei mesi, e questo blocco linguistico riemerso dalle profondità dei ricordi si è nuovamente inabissato, lasciandomi sola a riflettere sulla vastità di parole che non trovo più, scomparse come ghiacci sommersi sotto coltri di neve pesante.

In questi giorni invece mi sovviene la storia di Abramo e di Isacco. Mi ritorna più volte durante il giorno il pensiero di Abramo che sacrifica il suo unico figlio Isacco. Abramo riceve la promessa di un figlio in tarda età, è il bene più prezioso che ha, è suo figlio. Ma Dio gli chiede a un certo punto di immolarlo in sacrificio. C’è questo lungo viaggio che padre e figlio intraprendono. Salendo faticosamente a un monte, il piccolo Isacco chiede al padre dove sia l’agnello per il sacrificio e Abramo gli risponde, sul monte Dio provvede e, pieno di angoscia, continua il viaggio verso la sommità. E’ soltanto all’ultimo istante, quando Abramo sta per piantare il coltello nel corpo di suo figlio, che un angelo ferma la sua mano e gli dice, non uccidere tuo figlio Isacco, e misteriosamente appare un ariete impigliato nei cespugli, e Abramo sacrifica quello a Dio.

Ecco, mi torna in mente questa incomprensibile storia biblica, in cui a un padre è richiesto di uccidere il proprio figlio. E trovo che questa storia descriva nuovamente molto bene come mi sento, e quello che sto vivendo.

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Blankets

Ieri era il treno, la neve, il tempo che si dipanava vagone dopo vagone, città dopo città, la nostalgia che si allungava come il fumo della locomotiva che mi trasportava lontano. Anche se in realtà era solo un intercity, ma così buia la notte fuori dal finestrino, benchè fossero solo le sei del pomeriggio, così bianca la neve, nel nero buio della sera, così vuoto il paesaggio come i pensieri miei, che forse era quello l’intercity del tempo, che invece di infilarsi nello spazio vuoto della pianura padana, si infilava silenzioso nello spazio vuoto del tempo, riportandomi indifferente indietro nella mia infanzia, o trascinandomi avanti, nel mio futuro, dove i miei nipotini del resto mi stavano aspettando, impazienti, per ricevere i regali dell’epifania. E in effetti di questo si trattava. Ma il mio stato di salute febbricitante e la parodica angoscia di chi sempre parte hanno dato a questo viaggio pomerdiano carattere onirico e fantasioso, cosicchè stamattina mi sveglio e non so bene dove mi trovo. E nel sogno e nel sonno di questo viaggio bianco e buio e nella culla calda e soporifera del mio scompartimento affollato del vagone 6 ho letto questo libro che si chiama Blankets di Craig Thompson.
A me già il titolo piaceva perchè blankets sono i ricordi di questo giovane autore, i ricordi che lo avvolgono come coperte protettive e calde. Blankets. Le coperte di lana, il plaid scozzese in cui ti avvolgi tutto quando leggi il tuo libro sul divano, tisana bollente appoggiata per terra sotto di te, in attesa che si freddi un po’. Ecco questa coperta calda e confortante è la tua storia, il tuo passato, le tue ferite rimarginate che ti hanno portato dove sei ora. E questo romanzo a fumetti racconta le coperte dell’autore, che qui sono il rapporto con il fratello, le difficoltà con il padre, e soprattutto il primo amore, il primo amore totalizzante e assoluto, l’amore dei diciotto anni, (anche se per alcuni arriva a trenta), l’amore dei “Non ci lasceremo mai” e dei “Fuggi via con me, il mondo non capisce”. E pur essendo un argomento alla moccia, un tema fritto e rifritto – il rischio di banalità è tanto – io non l’ho trovato banale. Uno dei motivi per cui non l’ho trovato banale è che la storia d’amore e il rapporto con la famiglia si mescolano anche alla crescita personale dell’autore e soprattutto al suo rapporto con la fede e il cristianesimo di cui la sua infanzia era imbevuta. Cosicchè il testo si arricchisce di riferimenti all’antico e al nuovo testamento, spunti e riflessioni di un giovane alla ricerca di un suo punto di vista, fatto suo tramite l’esperienza e non perchè affibbiato dal senso comune del paese in cui vive e dalla famiglia che gliel’ha trasmesso. Thompson si distacca progressivamente dalla fede trasmessagli dai suoi genitori ma lo fa con delicatezza e amore per il suo passato, senza disprezzare il peso della tradizione che la sua famiglia ha fatto piombare sulle sue spalle.
A me piace questo modo delicato e rispettoso seppur dissenziente e critico nei confronti della religione, forse perchè mi appartiene di più, che di natura non sono una radicale ma cerco sempre l’incontro possibile tra gli opposti. Ecco allora questo distacco senza disprezzo senza condanne senza risentimenti amari e bestemmiati, ecco io mi ci sento più vicina. Perchè se, anche malgrado te stesso, la religione è il tessuto che ti ha cresciuto per vent’anni della tua vita, non puoi semplicemnte rinnegarlo e far finta che non sia mai esistito, come fanno in tanti. Mi spiace, è parte di te e tornerà sempre, malgrado te, appunto. Tornerà nelle tue parole, tornerà nella natura stessa del tuo pensiero e delle tue emozioni. Allora devi imparare a conviverci, criticamente e consapevolmente, ma ci devi convivere, perchè sei tu, perchè tu sei anche, anche, così.
Io vorrei che il mio passato fatto di lettura della bibbia e di preghiere e di messa e di tutto ciò che mi ha cresciuto e formato e che non posso buttare via perchè è il mio passato la mia infanzia i miei ricordi, io vorrei fossero le mie coperte, quelle che mi avvolgono la sera in divano mentre leggo il mio libro, quelle che ripongo nel cassetto, dolcemente, quando viene caldo, quando l’inverno è passato.
Blankets.

Il librone

Nella Bibbia ci sono le storie della Bibbia, che a leggerle sulla Bibbia possono anche sembrare noiose, un po’ lunghe, perché spesso la Bibbia si dilunga sui nomi sulle genealogie sulle distanze sui luoghi sulle prescrizioni anche se a me tutte queste parole di luoghi remoti e nomi esotici a me mi piacciono, e poi c’è questo Dio che ogni volta gli chiede a questi ebrei di fare un sacco di cose strane e di farle in un certo ordine preciso sennò non vale, e se si sbagliano questo Dio che si arrabbia e allora sono cazzi amari, però alle volte lui è anche misericordioso e li perdona questi ebrei che a fare tutte queste cose in questo ordine preciso a volte si sbagliano o si dimenticano o si confondono o a volte si rompono letteralmente le palle a fare queste cose precise in quel dato ordine che sennò non vale. Allora quando si stufano dicono basta dio stavamo meglio prima quando non ti conoscevamo e vogliono tornare indietro, tipo nell’Egitto dove erano schiavi però almeno si potevano mangiare le cipolle col brodo, anche se il brodo tutto sommato era acquetta riscaldata, però siccome Dio li ha creati lui lo sa che il suo popolo alla fine è stanco e un po’ si arrabbia Dio però alla fine li perdona sempre, e dice tanto lo so che voi siete uomini e gli uomini si stancano e poi hanno bisogno di sicurezze eh io lo so che anche se in Egitto eravate schiavi adesso che ci avete fame le volete le cipolle d’Egitto. E Dio si fa una bella risata a vedere questi ebrei che vogliono tornare in Egitto perché stanno nel deserto da quarant’anni e ci hanno fame. E chi gli darebbe torto, dico io. Che se uno ti promette la terra promessa, e dopo quarant’anni stai ancora a girare in tondo nel deserto, quando poi non hai nemmeno più da bere o da mangiare, per forza che vuoi tornare indietro.  E allora Dio qui fa il misericordioso che lo conosce bene il suo popolo, che l’ha fatto lui, e tutto sommato gli dà anche ragione a lamentarsi, che ci hanno fame, questi, però poi gli dice anche ma se non me ne occupavo io di voi, che dio ero? E infatti se ne occupa lui, e gli dà prima la manna, poi l’acqua. Però dopo che per altri venticinque anni questi mangiano la manna, gli ebrei cominciano di nuovo a dire e basta manna che sono venticinque anni che questo dio ci propina sempre lo stesso menu, che sarà pur dio, però cuoco certo non è. E Dio li sente, perché sente tutto lui, e allora gli dice di nuovo, eh che è! Non vi fidate di me che sono dio? E allora gli dà le quagliette, in mezzo al deserto, che poi però mi sa che dio il suo popolo se lo scorda ogni tanto perché poi gli fa mangiare quagliette per altri 10 anni.

A me la bibbia mi piace, perché a pensarci mi sembra un librone importante con le grandi rivelazioni della vita e dell’esistenza e ti aspetti che ci siano tutte cose tipo Dio il Verbo il Paraclito, tutte queste parole che non si capiscono mica, invece poi la leggi e ci stanno tutte queste storie della bibbia che sono pure belle, e sono anche comiche spesso, con questo dio che chiacchiera con gli ebrei e che si parlano e si mettono d’accordo su un sacco di cose e la cosa bella è che alla fine di tutto, alla fine quando tu diresti eh ma dio è dio, mica può capire tutto di noi uomini, alla fine nella bibbia dio li capisce sempre i capricci degli uomini, pensa, lui che è dio che sta appresso a cambiargli il menu agli ebrei in fuga d’Egitto. A me questa storia mi piace assai, non lo so perché.