Tutt’attorcigliata

Oggi mi è arrivata una mail che spiega le incombenze di una giovane dottoranda alle prese con il ricevimento di un importante scrittore in arrivo nella città elastica. La mail elenca in pochi punti i doveri di dottoranda attenta, responsabile, capace. La mail così recita:

Tutor
I tutor sono gli angeli custodi degli autori durante le giornate del festival. Saranno sempre a loro disposizione e, in particolare, dovranno:

  • occuparsi di accompagnare l’autore affidatogli al suo incontro;
  • far scorrere le slides durante la lettura;
  • assistere la troupe che fa le riprese video durante la breve intervista che si tiene alla fine dell’incontro (o in un altro momento), facendo anche da traduttore;
  • accompagnare l’autore agli eventi sociali in programma (se aderisce);

La giovane dottoranda in questione, trasudante responsabilità, sicurezza, capacità e orientamento sarei io. Haha.

Alla lettura della mail, nell’annebbiamento che ne è seguito, con improvvisi giramenti di testa, senso di vertigine e sudorazione fredda, non riuscivo a ricondurre a me il significato di alcune vocaboli. Festival? Slides? Troupe? Riprese video? Traduttore?

Ma di che cosa si tratta? di chi, di chi si sta parlando? Di me? Ne è seguito una fase di intensa depressione, pensieri di morte e sotterramento, macumba nei confronti di scrittori e professori tutti,  strappamento di capelli, lancio di sguardi di abbandono e incomprensione al cielo, pestamento di piedi a terra, piagnucolii al suon di No no e No.

Dopodiché ho dovuto ricompormi, visto che nel frattempo nello studiolo era entrato un professore a prendere un libro, e non mi sembrava il caso che mi vedesse stesa per terra a piangere con la faccia incassata nel gomito.

Allora mi sono ricomposta e ho deciso che passerò i prossimi venti giorni parlando solo inglese, allenandomi con il power point, imparando a muovermi per la città allungabile come fanno gli indigeni, con la testa tra le nuvole e dieci centimetri da terra, e nascondendo il fatto che dentro mi sento così, tutt’attorcigliata.

 

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La vita della fattoria

Avevo circa vent’anni quando sono tornata in Irlanda. Era quello il periodo dei sacrifici e del mutuo da pagare, soldi in casa non ce n’erano. Per permettermi di fare una vacanza studio mia madre si mise in contatto con amici di amici di amici di amici. Infine trovammo una famiglia che poteva ospitarmi per circa un mese senza dover pagare nulla. Abitavano in campagna, in un paese vicino Cork che si chiamava Carrignavar. Ma che dico un paese, Carrignavar era una viuzza di aperta campagna, puntellata, di tanto in tanto, di grandi fattorie con stalle, pollai e pascoli annessi. La coppia che mi ospitava aveva otto figli di cui cinque sparsi tra Australia Stati Uniti e Inghilterra. Gli altri tre, più o meno miei coetanei, penzolavano dal divano del soggiorno al pub e sostanzialmente oziavano a spese dei genitori.

Il papà di famiglia, Dan, professione fattore, rientrava da lavoro più o meno all’ora in cui io mi svegliavo per fare colazione. Ritrovavo lui e sua moglie Nuala in cucina, intenti a friggere enormi rashers, come gli irlandesi chiamano il più comune bacon, su una piastra trasudante oli e grassi atavici. Dan, in tenuta da lavoro – maglioni stracciati, pantaloni coi buchi e le pezze e una gran porzione di merda di vacca spalmata su gomiti e polsini – si distingueva dalla moglie per l’abitudine di non usare il cucchiaino per prendere la marmellata e spalmarla sulle fette di pane tostato. Perché usare un rozzo cucchiaino, del resto, quando ci sono le dita delle mani, che sembrano fatte apposta per questo? E perché usare il tovagliolo poi, quando il maglione sporco di merda di vacca è lì per questo?

Essendo io a quel tempo impedita nella lingua, imbranata nei rapporti e in definitiva sprovveduta e incapace, non riuscii a districarmi da un luogo che si rivelò ben presto essere bellissimo nell’aspetto ma limitante e ristretto in tutto il resto. Ci misi settimane solo per capire che a pranzo nessuno cucinava e che doveva essere usanza comune quella di semplicemente andare in cucina e mettere sotto i denti la prima cosa che trovi in frigo: un cetriolo, un pezzo di formaggio, una barretta di cioccolato. Quando compresi anche che non c’erano autobus che mi portavano in città per trovare un lavoretto, conoscere qualcuno, fare qualcosa, qualunque cosa, mi ritrovai a trascorrere le mie giornate guardando la televisione, facendo lunghe passeggiate serali con un bellissimo labrador che chiamavo creamydog, andando a correre per sbollire rabbie represse e lontane. Un paio di volte tornai a casa stralunata e sconvolta perché mi avevano rincorso e quasi azzannato dei cani delle fattorie circostanti. In quei casi creamydog scappavarivelandosi un vigliacco. Qualche volta aiutavo Dan e Nuala nel lavoro entusiasmante della fattoria.

Imparai così a mungere le mucche, raccogliere le uova, e dar da mangiare ai conigli. Due volte mi chiesero di portare la macchina, e fare da apri-pista per le mandrie che mi seguivano. La prima volta feci cadere la macchina nel fossato sulla sinistra, la seconda volta presi in pieno dei rovi e strisciai tutta la fiancata. Una volta i figli di Dan e Nuala mi chiesero di aiutarli a portare le mandrie da un recinto all’altro. Mi misero al centro di un crocicchio e mi dissero: “Tu stai qui. Noi ora arriviamo con questo centinaio di mucche. Tu devi farle andare a destra, non dietro di te. Hai capito? Mi raccomando, non dietro di te, deviale a destra!”

Voi avete mai avuto a che fare con delle mucche? Sembrano tanto bonarie e innocue, ma non lo sono per niente. Sono gigantesche, ti fissano con occhi enormi lucidi e inquietanti, sono ingombranti e imprevedibili. Io ricordo che mentre stavo lì, al centro di quel crocicchio, mi sentivo minuscola e terrorizzata, e che sentivo da lontano, avvicinarsi sempre di più, con foga e velocità, il rumore di zoccoli impazziti e muggiti angoscianti. Ma voi l’avete mai sentita muggire una mucca. La mucca non fa mu. La mucca geme, strilla, urla. Io udivo, agghiacciata, gli urli sinistri di questa mandria eccitata in cerca di nuovi pascoli ed erba fresca, e che si lanciava in corsa verso di me. E io. Io dovevo deviare la loro corsa. Io dovevo fermarle e dirigerle verso destra. Io. Con la mia forza e il mio coraggio.

Arrivarono. Mi ignorarono. Andarono tutte dove non dovevano andare. La mia presenza al centro del crocicchio fu del tutto inutile. Del resto, chi era quel pazzo che si aspettava il contrario.

Ora a rivedermi lì, al centro di quel crocicchio ad attendere spaventata l’arrivo di cento mucche all’assalto, penso che quella doveva essere una perfetta metafora per quello che era la mia esistenza a quel tempo, smarrita in mezzo a persone di cui non capivo la lingua, atterrita all’idea che la vita mi raggiungesse e mi calpestasse.  Fu un bene che poi lo fece.

Si accettano consigli

A quanto pare, il pesante e macchinoso ingranaggio che mi vede coinvolta nell’accompagnamento di uno scrittore in giro per la città elastica, all’insaputa di me, anzi malgrado me e i miei vari tentativi di boicottaggio e auto-boicottaggio, si è messo in moto, e con esso incubi, ascelle bagnate, balbettio, ansia accompagnata da apici di esilarante onnipotenza alternati a baratri di disperata angoscia.

Devo sviluppare delle strategie di sopravvivenza per: a) sopravvivere, appunto; b) socializzare con il suddetto scrittore possibilmente con delle ascelle asciutte e bene odoranti; c) portare a termine i miei compiti di accompagnatrice senza scossoni o traumi, dunque farlo arrivare all’albergo, al teatro dove presenterà e in giro sano e salvo, possibilmente vivo e con tutte le ossa al loro posto, il che, nella città elastica, non è poco.

La prima strategia a cui ho pensato è la seguente: Bere. Sì, lo sapete, bere sviluppa le abilità di socializzazione, abbassa i freni inibitori e dunque l’imbarazzo la paura l’ansia, rende simpatici e loquaci. Con me funziona. Anche se quando sono ubriaca parlo molto bene il francese, che non mi aiuta molto con un autore inglese. Funziona quasi sempre. Cioè  quando mi trovo in una situazione in cui già sto a mio agio. Se invece bevo per non sentirmi a disagio non funziona più, anzi mi ritrovo generalmente in situazioni imbarazzanti, angoscianti, da incubo. Per esempio, una volta che ho bevuto per non sentirmi a disagio con delle persone che conoscevo poco, sono svenuta, il che non mi è sembrata una buona strategia di socializzazione. Insomma, che ne sappiamo noi, metti che bevo e poi gli vomito addosso mentre lo accompagno a teatro, poi?

A meno che a partire da oggi stesso non mi metta  a provare diversi tipi di alcool, per vedere quale bevanda mi rende socievole senza dannosi effetti collaterali e senza grossi pericoli per l’incolumità mia e del nostro scrittore.

Il secondo aspetto nefasto del bere, però, è il fatto che devo portarlo in giro. Lo sapete voi che io ho abitato un anno in quella città lì, e dopo otto mesi, ancora sbagliavo strada per andare a casa mia? Sì, a casa mia. Il senso dell’orientamento è un altro bel problema, e se bevo, io credo che a teatro non ci arriviamo, magari ci facciamo una bella chiacchierata, ma al teatro la sera del suo evento, non ci arriviamo.

Infatti, oltre a sapere cosa dirgli, io dovrò prepararmi molto bene su dove andare. Mica è facile quella città lì!

Poi lo sapete che oltre a non avere senso dell’orientamento spaziale, io non ho nemmeno quello temporale? Ve l’ho detto che l’anno scorso sono andata a un convegno sugli studi irlandesi all’Irish College a Roma. Era di sabato, mi sono svegliata presto per arrivare, avevo sonno ma ci sono andata lo stesso. Sono arrivata e ho messo in crisi il ragazzo della portineria che non ne sapeva niente.  E perché non ne sapeva niente? Ma perché era un convegno dell’anno prima, ovvio! Non mi ero accorta nel volantino, che si parlava del 2010, non 2011…

Insomma, capite nelle mani di chi lo mettono questo scrittore qui? Nelle mie, rendetevi conto.

Io non mi fiderei se fossi in loro.

Sempre quella volta che stavo in erasmus ed ero inesperta e sempre ubriaca.

Abitavo tra gli altri con una coinquilina irlandese che sembrava appena uscita dal film Singles. Per mesi io e i miei inquilini ci siamo lambiccati con le ipotesi più assurde sulla vita privata di questa misteriosa fascinosa avvocato in carriera proveniente da Derry: ex-militante dell’IRA? ricca ereditiera? orfana di qualche passata tragedia?

Comunque. Non è di Deborah che vi voglio parlare stasera. Vi voglio parlare di Eoin, l’amico intellettuale di Deborah. Eoin: biondo, occhialetto di tartaruga, anello d’argento al dito. Eoin, professione drammaturgo e regista. Eoin, giovane promessa del teatro. Eoin, già diverse pièce teatrali alle spalle. Eoin, pure bello. Non bello nel senso tradizionale del termine. Bello nei suoi modi ovattati e curiosi, bello nel suo fare silenzioso e osservatore, bello nella sua voce suadente e nell’accento di Dublino (che, a Cork vuol dire tanto). Deborah mi parlava sempre di Eoin, lo devi conoscere, ti piacerà tantissimo, lui si intende di letteratura, lui ti può aiutare con la tesina su Beckett, vi capirete tantissimo.

Il giorno che mi fa conoscere Eoin mi porta direttamente a casa sua. Io, a malapena mi destreggio con la loro lingua, loro più grandi di me, più adulti, più consapevoli. Deborah mi presenta. Questo è stato il dialogo:

Deborah: “Questa è la mia coinquilina. E’ molto sofisticata. Sa tutto di letteratura. E’ una vera appassionata. Com’è carina, la vedi? Ma è anche intelligente, sai”.

io: “ehm… ciao”

Eoin: “Piacere di conoscerti”

Deborah: ” E’ anche una vera appassionata di Beckett. Deve scrivere una tesina su Beckett. La aiuteresti?”

Eoin: “Ho questo poster di una rappresentazione di Beckett che ho messo in scena un paio di anni fa. Lo vuoi? tieni, te lo regalo”.

Io: “Ehm. Grazie mille.”

Eoin: “Sai. Sarei interessato a leggere un po’ di letteratura italiana contemporanea. Non ne conosco molta. Mi aiuteresti? Cosa mi consigli?”

io: “…” (vuoto)

Eoin: “Qualche nome… italiana…”

io: “…” (vuoto più totale: italia.. contemporaneo… ne ho letto uno un mese fa…come si chiamava? come?…. è…buio….qui…dentro….)

io:”…” (buttati, inventa, inventa un nome, non lo saprà mai, inventa!)

io: “… ehm…Pirandello?”

Eoin: “… contemporanea”.

io: “…” (voglio andare a casa)

Cosa avrei potuto dire allora? vediamo….Avrei potuto dire: Baricco, De Carlo. Li conoscevo, li avevo letti. Lo so non è proprio il massimo, ma sarebbero pur stati due nomi. Eco! Eco lo avevo letto, Eco lo sapevo. Neppure Eco mi è venuto in mente.

Ora ditemi voi, perché io sto qui a raccontarvi dell’Irlanda mentre dovrei essere su word a scrivere quella presentazione orale che ho per giovedì. E intanto il tempo passa, le giornate si allungano, le notti si accorciano, le rughe si scavano, i caffè si trangugiano senza sosta, e si fanno bucati che nemmeno se mettevo il maglione grigio nel tritacarne non mi usciva così.

Scrivi pure quello che ti senti, non ti preoccupare, non ti diamo il voto.

Continua la saga dei semiseri seminari, che vede protagonista una dottoranda capace di rendere tragicomica anche la più banale, scontata, comune scena di routine accademica.

La settimana scorsa prendo l’oramai odiatissimo treno nuovamente circondata da mentine, fazzolettini, antalgil e borocilline. Tutto inutile, visto che questa volta il problema non era la febbre o il raffreddore ma una persistente tosse che neanche una vecchia catarrosa di novant’anni. Non vi dico lo spettacolo che ho dato nell’inusuale silenzio del mio vagone, con me che cercavo di sopprimere la tosse, gli occhi che lacrimavano, il viso paonazzo e la gente che si scambiava sguardi furtivi pensando, forse dovremo chiamare un dottore, questa soffoca, questa muore.

Comunque. Venerdì vado alla prima lezione di un seminario di tedesco. Perchè, tu conosci il tedesco? no (anche se l’ho studiato negli anni della scuola, ma chi ricorda più nulla ormai). Ma è l’unico seminario che fanno di venerdì, quindi l’unico a cui posso partecipare. E poi, c’è un argomento che mi può essere utile. Arrivo nello studio della prof. C’ero solo io. Nessun altro partecipa a questo seminario. Solo io. Io e lei, sole. Io e lei. E lei è quella che mi ha contestato alla riunione di passaggio, sì lei, quella che ha distrutto progetto e autostima nel giro di pochi ma lunghissimi minuti, sì, miei affezionati lettori, vi ricordate.

Per fortuna che nonostante le fiamme che uscivano dalle sue fauci durante suddetta riunione, la prof in questione è in realtà una persona molto disponibile, gentile, e comprensiva. Ma saperlo non serve a niente.

Io ho paura.

Siccome questo seminario sarà solo per me, allora la prof si preoccupa di tagliarlo su misura per le mie necessità e conoscenze. Dunque, sedute sul divanetto del suo enorme studio che guarda sul canale della Giudecca, mi chiede: dunque, mi dica tutte le letture che ha fatto su tale argomento, così posso capire bene da dove cominciare. Mi dica.

Mi dica. In un secondo eccomi catapultata su un banco di scuola media, con la sola differenza che io alle medie ero sempre preparata, non mi è mai capitata una cosa del genere. E allora, eccomi catapultata su un banco di scuola media, nel corpo di un altro. Uno che non sa nulla. Un idiota. Nulla. E’ un anno e mezzo che leggo cose su quel preciso argomento, ma che importa. Tabula rasa, silenzio totale, sudore lungo la schiena, macchie rosse sul collo. Scena muta.

Ma non si preoccupi, non è un’interrogazione, non le dò il voto… si metta tranquilla, tranquilla… si prenda il tempo che le serve…

Donna trentaduenne, intraprendente, sicura, positiva, con un brillante futuro da accademica davanti a sè. Io. Non sono riuscita a spiccicare una parola. Mi faccio ancora dire: non le dò il voto (frase che uso con i miei studenti di prima media).

(Poi, non vi preoccupate, mi sono un po’ sciolta, qualcosa mi è tornato in mente.)

Ma il momento più bello è stato quando la professoressa mi ha detto: ma perché si sente sempre in colpa? Si sente sempre in colpa, perché? le fa male alla salute. Stia tranquilla.

Allora ho capito che fanno bene a chiamarmi Pip, che è il diminutivo di mezza-pippetta.

E voi? voi me lo date il voto?

L’adulto di riferimento

Qualche giorno prima delle vacanze di Natale, nella mia scuola è venuto il prete per fare una piccola catechesi di preparazione alla confessione (scuola privata – scuola cattolica – scuola di suore). Dopo la piccola catechesi in cui ha raccontato una storiella inquietante su don Bosco, è stata consegnata la solita fotocopia con il solito esame di coscienza, sempre il solito, quello con cui siamo cresciuti noi tutti e ci siamo fatti venire tanta ansia in quei minuti terribili prima della confessione a pensare cosa dire e cosa non dire al sacerdote. Le solite domande divise in tre sezioni: il tuo rapporto con dio, il tuo rapporto con gli altri, il tuo rapporto con te stesso e il tuo corpo. Ma andiamo subito al dunque. Il tuo rapporto con il corpo. Domande: hai visto immagini sporche? hai rispetto del tuo corpo? sai che il tuo corpo è un tempio sacro?

Fine dell’esame di coscienza, si torna in classe, in attesa del proprio turno di confessione. Io avevo gli ultimi cinque minuti con la terza media (ricordo che insegno in una scuola media e aggiungo che i miei bambini sono proprio bambini, particolarmente piccoli, non ancora adolescenti). In terza media, rientrati  in classe, scoppia il dibattito:

Le femmine, indignate:

– Prof! Ma cosa vuol dire immagini sporche? ma con chi si credono di parlare? noi siamo piccoli, ancora non ci siamo arrivati a quell’età, insomma!

– Prof! Ma io l’altro giorno sono andata al cinema a vedere Twilight, me lo devo confessare?

– Prof! ma insomma! immagini sporche….ma, ma… come si permettono, noi del resto siamo una scuola privata! (….)

I maschi, invece, molto più beceri e grezzoni, si sono accontentati di indicare  ripetutamente, sghignazzando e starnazzando, pronunciandola più volte, quasi avesse un potere misterioso e apotropaico, la parola in questione, questa parola magica portatrice di inconsueta ilarità, “sporche”, questa parola polivalente (la mia collega quando l’ha letta ha detto: immagini sporche.. ma perchè qualcuno ha calpestato il foglio?)  che ha suscitato un incontrastato successo tra le fila maschili della classe terza media.

Un solo maschio, che io mi sia accorta, ha preso la parola: prof! io so per certo che lo studente G. ci va in certi siti, lo so perché me l’ha detto… io invece no! io invece ci sono andato una volta sola e li ho denunciati, che schifo, che schifo che mi ha fatto!

Gli altri, o hanno solo riso di fronte alla parola incriminata, oppure si sono tenuti a debita distanza dalle orecchie della prof.

Del resto l’adulto di riferimento, l’educatore della situazione, la voce saggia del formatore (cioè io) per tutto il tempo si aggirava tra le file dei banchi, con un immaginario sacchetto sulla testa, in religioso e imbarazzato silenzio, senza saper dare una parola di spiegazione, incoraggiamento, comprensione, di fronte a questa terribile spaventosa parola: “sporche”. La personale opinione della scrivente è che l’adulto di riferimento non dovrebbe fare la prof.  Detto tra noi, la parola “sporche” in quel contesto, mi sembrava molto infelice.

In seconda media, nel frattempo, la collega di italiano era alle prese con ben peggiori quesiti: Prof! ma cosa vuol dire: hai avuto rispetto del tuo corpo? in che senso? non capisco. Me lo può spiegare lei per piacere? io non riesco a capire.

La voce dell’innocenza.