Vivo la fase dello studente tisico

Vivo la fase dello studente tisico, dell’immobilità forzata, dei muscoli fiacchi, della schiena rigida. Vivo la fase dello studente tisico, della posizione seduta o orizzontale, del collo dolorante, dello sguardo affaticato. La fase dello studente tisico, la pelle violacea, il piedino agitato, il tic all’occhio. Lo studente tisico: teso, disperato e triste. Tisico: malaticcio, immobile, impossibilitato. Tisico: nevrotico, sottratto, diminuito.

Vivo la fase dello studente tisico: immagino distese verdi, piedi stanchi dal troppo camminare, sporchi di fango. Immagino di rimanere senza fiato, per il troppo correre e il troppo ridere. Immagino di arrampicarmi su un albero, calarmi dentro una grotta, nuotare fino a non sentire più le braccia. Immagino l’Amazzonia e Santiago, le montagne e l’oceano, la bicicletta e le onde.

E invece sono seduta su una sedia e scrivo al computer.

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Due bottoni

Ieri all’esame scritto di inglese c’erano diversi oggetti interessanti sui banchi dei miei studenti: un santino del Papa, un orsetto, un portachiavi, una ranocchia, una reliquia della beata a cui è intestata la mia scuola, un santino del Papa, un anello con inciso il padre nostro. E così via. Non so se hanno funzionato o se c’è che ormai mi sono talmente abituata a lavorare in codesta scuola che oramai mi sono tarata a dare voti dal sei al dieci, dove sei corrisponde allo schifo più totale ma ormai per me corrisponde alla sufficienza perché sono un’insegnante dalla parte dello studente. Fatto sta che il voto più basso è stato sei più. Poi non lo so, forse dovrei cominciare anch’io a fare uso di questi santini se è vero che funzionano, se non fosse che io i santini preferisco non averceli a casa, che poi se li ho a casa non riesco più a buttarli via, per via che sono cresciuta in una famiglia che se buttavi un santino non so quale disgrazia poi ti capitava, io tengo i santini in un cassetto in camera mia nascosti, un giorno vorrei prenderli e buttarli via tutti. Mia mamma per esempio quando perde qualcosa invoca Sant’Onofrio Pilusu attraverso una preghiera in rima che è piuttosto una filostrocca che comincia così: “Sant’Onofrio Pilusu fascitemi ‘sta grazia”. Mia mamma dice che funziona, poi ogni volta le trova le cose. Tipo perde le chiavi, Sant’Onofrio Pilusu fascitemi ‘sta grazia, la chiavi stavano nella borsa, dove le aveva lasciate. Perde gli occhiali, Sant’onofrio Pilusu fascitemi ‘sta grazia, gli occhiali stavano appoggiati sulla lavatrice dove li aveva lasciati cinque minuti prima. Mia mamma usa il verbo ‘perdere’ ma in realtà intende ‘lasciare’.

Poi ieri sono andata a cena con le mie colleghe, che io mi ci trovo bene con loro e spesso dico peccato che sono solo mie colleghe, che bello sarebbe se fossero anche mie amiche, che l’argomento “amiche” ultimamente diciamo negli ultimi 15 anni è un argomento abbastanza delicato, ve lo risparmio. Sono andata a cena, mi sono fatta anche bella, che a scuola di solito ci vado che sembro una fetecchia, anche se mi faccio la toletta e tutto quanto, ma non c’è speranza, la scuola mi succhia via tutta la luce, entro in quel luogo sono una fetecchia senza luce. A cena è andato tutto bene, mi sono anche divertita diciamo, se non fosse che mentre loro ridevano, si divertivano chiacchieravano e tutte quelle cose normali che si fanno a cena io pensavo: come mi sento triste. Poi queste battute che a loro facevano molto ridere, ma proprio scoppiare a ridere a crepapelle, a me mi facevano ridere un pochino appena due tre secondi poi basta, e poi a un certo punto siccome loro ridevano tanto io no, ho pensato, forse stanno ridendo di me, sennò non si spiegherebbe il fatto che loro ridono io no. E poi dopo il secondo bicchiere di vino io avevo questo desiderio impellente di raccontare i fatti miei,  e dopo ogni fatto mio pensavo ma che cazzo racconti a fare i fatti miei miei quelli che non racconto a nessuno. Devo esser imbecillita pensavo. E poi anche quell’altro discorso che ho fatto alla collega di italiano, che le ho detto, mi sa che ormai sono tarata dal sei al dieci, ma io dico proprio a lei lo devi fare questo discorso, sempre a mettere in dubbio le tue capacità di insegnante, poi per forza la gente non ti prende sul serio, mi sono detta. E poi anche quando la collega di arte dopo che ho detto una cosa mi ha risposto con una battuta secca e un po’ da stronza, io ho pensato ecco era meglio che stavo zitta, era meglio che stavo a casa anzi. Era meglio che le colleghe rimangano tali, che tanto lo sapevi che tu a questo tipo di uscite, tu, non ti diverti per niente. Anzi, dopo sei solo più triste, che ti chiedi cosa hai tu che non va che gli altri si divertono tu no, che gli altri vanno al concerto di madonna tu no, forse è solo il fatto che tu con queste persone che ti stanno tanto tanto simpatiche ma poi non ci stai bene per niente, tu non devi uscirci, lo sapevi già. Come anche il dottorato, tanto bello tanto bello, me mi sembra che mi sento solo molto triste.

Poi ieri dopo l’esame scritto di inglese, la collega che ha fatto assistenza, quella di ginnastica mi ha detto, ora sei più tranquilla? devi stare tranquilla non agitarti , riposati questo weekend. Poi alle due mi ha chiamato la collega di francese mi ha detto, volevo sapere come stavi, come è andata ti ho visto così agitata ieri, devi stare tranquilla. Poi oggi è venuto il proprietario della casa a riscuotere l’affitto, gli ho chiesto se per piacere ci sistema la serranda della cucina che si è rotta, poi ho detto, dov’è il cacciavite, dov’è, l’abbiamo usato ieri, lui ha detto: stai tranquilla, non ti agitare, usiamo qualcos’altro, tranquilla, ora sistemiamo tutto.

Allora ho pensato che seconde me ultimamente, mi sembra che io sono un po’ come Coraline, al posto degli occhi, io ho due bottoni.

Piccole persecuzioni della vita accademica

Mi ripeto la lezione qui seduta davanti alla bottiglietta dell’acqua e il muro bianco, sul quale regolarmente passano correndo neri ragnetti spaventati. Ogni tanto li vedo calarsi dal soffitto imbragati con il loro fili come degli arrampicatori provetti. Poi mi chiedo perché tutte le notti sogno insetti nascosti nel sale, tra i piedi, che mi volano sui capelli. Mi ripeto la lezione, sono bravissima. Non ho nemmeno bisogno di passare lo straccio. Mi calo perfettamente nella parte. Spero segretamente che qualcuno mi stia ascoltando, un morto, un ragno, un angelo, non mi importa, qualcuno. Non è possibile che quando sono sola in casa, a porte e finestre barricate, mi esca una voce così cristallina, sicura, appropriata, perfino simpatica. Datemi un pubblico ed eccomi precipitare nell’oscuro vortice dell’incompetenza: eccomi balbettare, smozzicare mezze parole, farfugliare, interrompere frasi a metà, parlare in falsetto, sputacchiare, sudare, tremare.

Poi che faccio? Ah sì, mando una mail al mio tutor, una di quelle che gli mando una volta ogni sei mesi, avvertendolo di ciò che lo aspetta con un titolo di questo tipo: “Ambizioni Premature”, oppure “Dubbi progetto”, oppure “Non ce la faccio”, oppure “Sopprimetemi”, questa si chiamava “non datemi responsabilità non sono in grado di portarle” e in questa mail gli sottopongo una volta di più la mia confusione mentale ed esistenziale. La sua risposta, secca e asciutta come al solito contiene tra le altre cose le seguenti locuzioni: “la trovo impantanata”, “le avrei consigliato… ma…” “vedo ancora un nodo che va sciolto” e infine “mi stupisce che lei non noti…” Sadico. La notte è susseguita ad occhi sbarrati in preda ad interrogativi di non facile soluzione.

Nel frattempo, cercando di compensare nel cibo e nell’arte culinaria la totale assenza di alcuna gratificazione intellettuale, ho rovesciato la terrina dell’insalata di riso per terra, con tutto il suo contenuto. Speravo che Isidoro mi aiutasse a ripulire, ma quello non fa niente, non mangia neppure le zanzare.

Sono cominciati gli esami di terza media, domani c’è lo scritto di francese e giovedì lo scritto di inglese. Spero di potervi portare qualche chicca di ignoranza, possibilmente fatta da loro, non da me.

Giugno è arrivato

Sono andata a correre, perché questo libro che sto ri-leggendo è un sasso che mi cade addosso ad ogni pagina voltata. Giugno è arrivato, a Roma è fiorita la spazzatura. Dal cemento caldo della strada, dal porfido dei marciapiedi sale il fetore umido di liquidi marciti, frutta caduta dai banchi della mattina, il risciacquo puzzolente della bancarella del pesce fresco. Dai bidoni ricolmi il richiamo pungente di olezzi putridi e maturi. Alcuni coraggiosi vi infilano le mani, fin tutte le braccia e la testa in cerca di oggetti ancora utili, monetine sfuggite per sbaglio, stracci e abiti ancora utilizzabili se pur vecchi, i loro carrelli sporchi e stinti lì accanto, già pieni di cianfrusaglie.

Io sono andata alla pineta, in cerca di quei pensieri leggeri e colorati che di solito mi inseguono come farfalle quando cammino per le calli silenziose della vecchia città lagunare. La pineta mi colpisce sempre per i suoi ospiti variopinti e alticci.  Soprattutto famiglie filippine, in questo sabato pomeriggio. Il mio, è quartiere di filippini. Festeggiano la festa della repubblica italiana? Perchè no, mi dico, oppure è ricorrenza importante nel loro paese, di cui ignoro l’esistenza. Hanno fatto il barbecue, e ora che è sera sono tutti seduti davanti a bottiglie di birra vuote da tempo, a ridacchiare a voce bassa. Alcune coppie si appartano – macché si appartano, stanno al centro del parco –  e si baciano passionali seduti sopra un tronco spezzato. Alcuni ragazzi giocano a calcio, molti corrono, molti fanno passeggiare il cane. Peccato, a volte si intravedono dei gruppi di giovani vestiti di bianco che giocano a cricket, più lontano, dove i pini si diradano e la distesa di erbacce può sembrare un morbido prato verde, con un po’ di fantasia. Ci si accontenta, qui da noi.  Sono spuntati tutt’intorno fiori viola e spighe. Le ombre degli alti pini si sono allungate e la luce è di un arancione intenso e verdastro. La punta della cupola, in lontananza, si mostra, sembra sorridere ironica a questo angolo di Roma popolare e cosmopolita.

Io corro. Corro. Quando sono stanca, cioè dopo pochi minuti, penso a quei dinosauri dei miei professori che passano le ore sedute davanti al computer e si lamentano del mal di schiena, del torcicollo, dell’ansia che li attanaglia. Io no. Io corro. Quando finisce la canzone degli Wilco, chiedo mentalmente allo shuffle di scegliere qualcosa di un po’ più consono al ritmo del mio passo. Non mi ascolta. Canzoni lente e malinconiche. Una dopo l’altra. Oggi non va. Dopo quindici minuti mi fermo.

Tra poco è estate, penso.

Rientrata in casa, vengo accolta con un: “Non disturbare Isidoro, è appena andato a dormire.” Isidoro è il nuovo inquilino di questa casa. Vive sotto il frigorifero, e durante il giorno mangia zanzare, almeno si spera. E’ qui da noi da poco, e si è già guadagnato amici e un ritratto. Io ancora non l’ho visto, ma mi assicurano che esiste.