La storia della smartbox

La storia della smartbox racconta che due natali fa lui (gli daremo anche un nome, datemi tempo) – cosciente del suo amore smodato ma represso per i viaggi, del suo bisogno di evasione dal ritmo monotono della vita di tutti giorni e  del suo desiderio di liberarsi di tanto in tanto del ruolo fortemente rigoroso e controllato che il suo lavoro e il suo temperamento le impongono – le regalò una smartbox – Fuga dalla città. Tale regalo fu ricevuto con somma sorpresa, grande entusiasmo e finanche commozione, quella commozione che solo una persona che ti conosce fin nel profondo del cuore può suscitare.

Dopodiché lei attese. Attese che suddetta scatola si trasformasse magicamente in un’effettiva notte (un’unica notte) trascorsa fuori casa. Attese che il buono, perché di ciò si tratta, si convertisse in regalo. Attese che il viaggio in potenza si tramutasse in un viaggio reale. Ciò non avvenne mai. Il regalo era quello. La smartbox.

La promessa di un viaggio, ma senza il viaggio.

La nostra eroina capì che l’unico modo per impedire che la scatolina si trasformasse in un vaso di pandora colmo di malanimo e cattivi sentimenti, era quello di organizzare lei stessa il viaggio. E così fece, tralasciando ogni seppur minimo residuo di romanticismo rimasto. Dopo due giorni le annullarono il weekend. La struttura era già piena, il posto era quello sbagliato, i tempi erano mal calcolati.

Ora è passato un anno e mezzo. La smartbox scade ad aprile. Reduci da un mese piuttosto faticoso e da sbalzi di umore non sempre facilmente gestibili, i due hanno deciso di riprovarci. Domani partono.

Lei ha la febbre da tre giornii. E dicono che domani nevicherà in tutto il centro Italia.

Partono ugualmente. Del resto lei ama l’avventura e di questo piccolo viaggio ne ha molto bisogno.

A brand new day

Davanti a un giovane notaio con la battuta pronta e disinvolto nella sua più completa onnipotenza, un’ agente di banca gentile ma un po’ pasticciona, tre voluminosi assegni nascosti gelosamente in borsetta; seduti accanto alla giovane coppia di venditori a cui abbiamo praticamente dichiarato il nostro amore eterno e indefesso (“va bene, ci state vendendo la vostra casa, ma a parte questo, volete diventare nostri amici? ci piacete tanto, ci vediamo ancora? e a proposito, non abbiamo soldi per arredarla questa casa, vi prego, lasciateci tutto quello che c’è dentro…”), abbiamo finalmente venduto le nostre anime alla banca, che le custodirà gelosamente per trent’anni concedendoci in cambio la generosa facoltà di alloggiare in questa casa scelta da noi, ma comprata da loro, nella quale vivremo per qualche anno dormendo per terra, cucinando su un fornelletto da campeggio e riscaldandoci al calore delle candele che ci serviranno per illuminarla. A meno che Ikea non abbia pietà di noi e avvii qualche promozione su cucine e camere da letto.

Abbiamo finito tutti i soldi.

Nel giro di un mese dobbiamo fare quel poco di lavori che ci sono, traslocare e trasferirci. Lasciamo questa casetta in cui siamo stati per cinque anni, tra muri gocciolanti, cucine unte e cadenti, letti di quarta mano, mobili degli anni cinquanta e, negli ultimi due mesi, una serranda rotta. Non c’è stato feng shui che tenesse. Eppure, ci mancheranno: le finestre enormi e la tanta tanta luce che ne entrava; il balcone lunghissimo; il senso di libertà della nostra vita senza contratti, senza residenza, senza nomi, senza definizioni precise; i vicini di pianerottolo; la amministratrice logorroica ma simpatica; la palestra davanti casa; la strada silenziosa ma vicinissima a supermercati, negozi, fermate di metro e bus.

Ci allontaniamo un po’ e non avremo l’ascensore. Ci vorrà un po’ per abituarci, come per tutti i cambiamenti, e ci inoltriamo silenziosi in questa dimensione un po’ nuova per noi, dove le cose prendono forma e hanno un nome, dove per realizzare i desideri bisogna faticare molto, dove la felicità ripaga la fatica, dove le cose pur prendendo un nome sono in continuo movimento, e sempre nuove.

Indicazioni stradali

Mi fermano per strada, smarriti, preoccupati, incerti. Mi fermano, intravedono in me modi gentili, disponibilità, sicurezza. Mi vedono, credono io sia del posto.

– Mi scusi, sa dov’è via Battistini?

– Sto cercando Campo Santa Margherita.

– Devo raggiungere il San Camillo.

– Sa dov’è la fermata dell’autobus?

Li ascolto pazientemente, soffermandomi sulle loro parole. Mi concentro, ripercorro la strada nella mia mente. Poi sorrido. La so.

– Vada dritto, al semaforo giri a destra. Incontrerà un bivio, lei prenda a sinistra.

– Deve tornare indietro, lo vede quel cartello? lì deve girare a destra.

– Alla rotonda prenda la terza uscita.

Li vedo rincuorati, contenti, grati. I loro sguardi riprendono luce. La voglia di ripartire, di raggiungere la meta ravviva i loro movimenti. Se ne vanno più leggeri, rassicurati, ringraziandomi con sguardo affettuoso. Hanno ritrovato la perduta via.

Ignari.

Essi non sanno che nel momento in cui mi volto e riprendo la mia strada, mi rendo conto, con agghiacciante certezza, di avergli dato delle indicazioni totalmente sbagliate. Destra al posto di sinistra. Il Filippo Neri al posto del San Camillo, la terza invece che la prima, e così via.

Non esistono limiti alla mia fantasia, quando si tratta di dare indicazioni stradali.