in cui a stento si conserva l’ironia che caratterizza questo blog e trapela un certo risentimento mal celato

Sono cresciuta in una casa con forti sbilanciamenti cattolico-oltranzisti. A circa diciotto anni uscivo con una ragazzo che una volta ogni due mesi mi portava a Belluno a parlare con un prete allampanato e cisposo che ci domandava se avevamo commesso atti impuri. Casa mia era  tappezzata di madonne e santi dappertutto che ti guardavano con il ditino puntato. Le mie amiche si sentivano alquanto osservate quando venivano a trovarmi. Quando, dopo il fidanzato dei diciotto anni, mi è capitato di prendere la macchina per andare ‘in diga’, luogo rinomato nella palude veneta se vuoi ‘appartarti’ con qualcuno , bisognava fare i conti con un esercito di santini armati che dal cruscotto assistevano alle scomode manovre con occhi di fiamma e sguardi di riprovazione. Ho dovuto convivere con figure della madonna nascostemi sotto il materasso, boccette di acqua santa cosparsami addosso mentre dormivo. Il fondo credo di averlo toccato il giorno in cui mia madre mi ha rincorso per il corridoio con la bibbia in mano tentando di esorcizzarmi mentre io minacciavo di buttarmi giù dalla finestra e mia zia saliva trafelata con l’ascensore per salvare il salvabile. Era il giorno in cui dovevo andare a fare un gioco di ruolo con una mia amica. Ma si sa, i giochi di ruolo, la soglia del satanismo.

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Ed ecco come passo il tempo io

Qualche giorno fa, la mia cara amica, quella tedesca dentro, quella perfetta e invincibile nel mondo del lavoro e sciattissima e pasticciona nel mondo della vita quotidiana, quella con cui intraprendo sedute saltuarie e salutari di apnea da chiacchiera compulsiva, quella che nella mia visione appannata del mondo si trova nell’olimpo del rendimento accademico – lei – mi ha chiesto se per caso le potevo leggere la sua tesi di dottorato, in vista della consegna definitiva, a breve. Onorata di cotanta fiducia e  gongolandomi nel ruolo dell’accademica che corregge una tesi di dottorato, le ho detto subito di sì, manda pure il file via email.

Mi manda il file. Le rispondo dopo pochi secondi: “ti sei sbagliata, mi hai mandato solo un capitolo, manda tutta la tesi!” Mi risponde: “E’ quella tutta la tesi. Ti mando anche l’indice.” Interdetta do’ una scorsa veloce alla tesi: 156 pagine, Times New Roman, carattere 14. Strabuzzo gli occhi. 14?! Poi comincio a leggerla: snella, veloce, sintetica. La prof. la vuole così, breve, mi ha detto la mia amica.

Allora ho pensato alla mia tesi, il mostro deforme che sta prendendo vita tra le mie mani. Non so per quale arcano mistero, ho deciso che una tesi di dottorato deve avere almeno 300 pagine. La mia tesi le supererà di gran lunga, se continuo così, nonostante, giusto per il fatto che mi voglio particolarmente male e ho poco tempo, ho anche scelto un carattere molto piccolo, Garamond. Se per esempio, nella mia tesi, viene citata la parola intertestualità, ecco che parte il capitolo 5.4.6.3.2 che si intitola: “intertestualità, dalle origini oggi” e fa un excursus semi completo di che cos’è e chi ha scritto dell’intertestualità. Ma siccome dell’intertestualità hanno parlato Saussure, Roland Barthes, Bakhtin, ecco che partono in fila tre bei capitoli su questi tre autori, vita opere e pensiero, che già da soli riempirebbero ben più di dieci tesi di dottorato. Ma siccome Barthes, per dire, era anche un semiologo come Umberto Eco… che faccio, non ci metto un capitolo su Umberto Eco? Ecco subito un bel capitolo su Eco, e così all’infinito, in una specie di Sei Gradi della morte!!

Ed ecco come passo il tempo io.

due dialoghi

Ieri tornavo a casa a piedi. Davanti a me camminavano un bambino a mano con il suo papà. Bambino di quinta elementare, un bell’orecchino con diamante ben visibile sull’orecchio sinistro, sereno e felice mentre camminava accanto al padre. Si vedeva, erano contenti, il papà portava lo zaino, il bambino era probabilmente appena uscito da scuola, e si raccontavano la giornata. Ascolto il dialogo.

– papà, che forza, sai cosa ho fatto oggi in classe? haha, che figo.

– Dimmi che hai fatto?

– la professoressa, spiegava, spiegava… io a un certo punto mi sono arrabbiato, ero proprio arrabbiato, e appena lei si è girata sbam! ho lanciato la gomma contro la lavagna! Nel resto della classe silenzio, tutti zitti… la prof. era furibonda, chi è stato? chi è stato? E io zitto, ridevo sotto i baffi….. ahhh che forza!

– ma tu perché hai lanciato la gomma?

– come perché? ero arrabbiato no?

– bravo figliolo.

Poi ho beccato due vecchiette:

– e te? quanto c’hai di pressione?

– io oggi la massima c’avevo 120. ‘Nfatti nun  me sento granchè, forse è pè questo che sò caduta.

– ehh, forse è pè questo. Ma ‘ndove se’ caduta?

– cor sedere so’ caduta. Ahò.

– Ahh ma allora hai dato ‘na culata!

– Na culata, sì

– Na culata. Eh.