Starete benissimo

Mio cugino al telefono:

“Allora voi arrivate a Ginostra alle 630 di mattina. Dovete cercare Gaetano che vi da le chiavi di casa… Gaetano è un vecchio moro moro scuro scuro con gli occhi azzurri… cercatelo. Lo troverete sicuramente, sta al porto o a casa sua… no, il suo numero non ce l’ho, mi si è rotto il cellulare, non credo di riuscire a recuperarlo, ma non importa, voi chiedete di gaetano, vi porteranno da lui. Se proprio non lo trovate andate da Gianluca, al bazar. Lui vi darà il suo numero.

Ora, Gaetano è un tipo diciamo un po’ strano, un po’ folle, beh, in realtà siamo davvero sull’orlo della pazzia…Beh in realtà non c’è nessuno di veramente sano su quell’isola, sono tutti un po’ matti, sono isolani, capite, questa gente non parla con nessuno per mesi… ma voi non vi spaventate, non vi allarmate, lui vi dirà delle cose, voi non vi stupite di nulla, qualunque cosa lui vi dica, voi non vi meravigliate. Ma soprattutto, non lo provocate! Se gli piacete, vi inviterà a cena a casa sua e vi porterà in giro in barca, soli, voi due e lui, isolati, in mare aperto…. se non gli piacete non lo vedrete più.

Non c’è nulla di cui dobbiate preoccuparvi. Starete benissimo.”

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Incontri e occasioni perdute

Stamattina sono andata al dipartimento di Soziologie a consultare alcuni libri. Me li sono tenuti alla fine perché erano gli ultimi della lista e questi due giorni di lavoro prima di partire li voglio dedicare a leggere alcuni articoli. Ho chiesto informazioni al bibliotecario della sezioni USA BIBL, un signore con dei grossi occhiali da vista e una maglietta bianca sui cui c’era scritto: ‘Jews who love Jesus’. Mi ha mostrato dove si trovavano i libri sull’Irlanda. Ho fatto delle fotocopie. Poi mi ha portato allo scaffale in cui si trovavano dei testi su Jewish Cultural Studies che mi servivano. Mi ha chiesto: ah ma allora ti interessi di ebraismo? Gli ho risposto di sì. Mi ha sorriso, mi ha mostrato la maglietta. ‘Sì ma non sono ebrea’. Gli ho spiegato in breve l’argomento della tesi. Era interessato, mi ha offerto il suo aiuto per la ricerca bibliografica. Parlava a voce alta, gli studenti seduti ai tavoli hanno fatto: shhhh.

Gli ho chiesto di dov’era. Mi ha detto “Sono tedesco. I miei hanno avuto qualche problema una settantina di anni fa, ma sono sopravissuti, mio padre era tedesco e mia madre era austriaca, e a un certo punto ho dovuto decidere se prendere la cittadinanza tedesca o austriaca. Ho scelto di rimanere in Germania”. E ha fatto una risatina ironica. Si vedeva che aveva voglia di
chiacchierare, anche se evitava in tutti i modi di guardarmi negli occhi.

Vedete, ho finito di leggere Jean Améry da pochi giorni, la scelta della patria, l’identità, la memoria sono cose di cui leggo tutti i giorni. Sulla pagina. Non mi capita poi di ascoltarle davvero da un bibliotecario incontrato per caso.Lo scrivo qui perché voglio ricordarmelo.

Avrei voluto molto chiedergli altre cose, o per lo meno ascoltare ciò che aveva da dire, prolungare la conoscenza di qualche minuto, chiedergli aiuto per la bibliografia, non so. E invece sono sempre la solita. Taglio corto. Sono gentile, sorrido, ma non mi sbottono. Non so dare risposte lunghe, non so mettere le persone a loro agio. Mi imbarazzo e metto gli altri in imbarazzo.

Gli ho stretto la mano, gli ho detto il mio nome. Lui mi ha detto il suo. Sono andata a consultare i miei libri.
Quando sono ripassata da lì non c’era più.

Un dolce sottofondo

Sono arrivata in biblioteca verso le dieci, nella piccola saletta di studi postcoloniali dove non c’è mai quasi nessuno. Seduta al grande tavolo c’era una ragazza dei Caraibi, assorta nel suo studio, davanti a sé il computer e una pila di libri sulla letteratura caraibica. Accanto a lei, disposta ordinatamente, una coperta di lana viola, un lenzuolino di lino bianco, e un muretto di libri a mo’ di barriera. Sul lenzuolo disteso sopra il tavolo, ne intravedevo solo i piedini, un neonato di quattro, cinque mesi, che se ne stava buono buono, scalciava e lanciava urletti, e guardava incantato la mamma che studiava.

La giornata è cominciata bene.

Il giusto squilibrio

Mi trovo momentaneamente a soggiornare in una calda cittadina nel mezzo della Germania, attraversando in sandali e maniche corte le stradine fintamente medievali che portano al centro. Prendo l’autobus e vado in biblioteca, una biblioteca grandissima che apre alle otto e chiude a mezzanotte, dove le fotocopie costano 3 centesimi e dove si possono scannerizzare libri interi nella propria chiavetta usb a 1 cent la pagina. E’ il paradiso di noi piccoli  dottorandi sfigati che passiamo le vacanze studiando. Ogni tanto mi arrivano dei messaggi di parenti e amici: Buone Vacanze! mi dicono. Non hanno capito che passare le giornate dentro una biblioteca a studiare, in Germania come in Italia, non è esattamente vacanza.

Che poi voi mi direte, ma tu non eri un’anglista? e in Germania, che ci sei andata a fare? E avete pure ragione, perspicaci come siete. In Germania ci sono andata perché le fotocopie costano meno, e poi fa caldo e la sera si passeggia a maniche corte, e perché i libri, che li prenda in Irlanda, o in Germania, sempre quelli sono.

Io e la mia amica siamo due mostri. Quando ci mettiamo a studiare, non ci ferma nessuno, siamo due carriarmati, due soldati. Io non mi fermo nemmeno a fare pausa, rimango seduta tre, quattro ore allo stesso tavolo, e mi dimentico di tutto. Studio e basta. Poi arriva l’ora del pranzo, e allora ci scateniamo. Parliamo, parliamo parliamo, fitto fitto, pare che non parliamo con qualcuno da dieci anni, pare che dobbiamo raccontarci tutta la vita, e in effetti ce la raccontiamo, ci analizziamo, psicanalizziamo, ci spieghiamo le tesi, i libri che abbiamo letto, le teorie su cui ci basiamo, parliamo di professori, di uomini, di capelli, di cibo. Parliamo senza fermarci un secondo, prendiamo a malapena il respiro, andiamo in apnea. Prendiamo il caffè, ci rimettiamo a studiare.

La sera, poi, è fatta per chiacchierare ancora, senza tregua. E’ molto piacevole. Io, mi sa che durante l’anno parlo troppo poco, poi con la mia amica con cui vado all’estero mi sfogo.

Oggi ho scoperto che i tedeschi mentre studiano si tolgono le scarpe, e poi girano per la biblioteca a piedi nudi, come se nulla fosse. Domani lo faccio anch’io.

La mia amica di Sardegna.

La mia amica di Sardegna, in realtà non è di Sardegna. La mia amica di Sardegna, come tutte le vere amicizie che si rispettano, l’ho conosciuta in Irlanda, quando io ero una assistente di lingua italiana che si cimentava per la seconda volta nella sua vita con l’estero, l’emancipazione, le delusioni sentimentali e una casa tutta per sé, lei era una rampante dotttoranda del Trinity College e il suo compagno di una vita era un mio collega. Ci si vedeva qualche volta alle cene tra colleghi, a un cinema a una birra a una partita di calcio al pub. Non spesso. Ma spesso pensavo, li devo invitare a pranzo ci si deve vedere loro mi piacciono. I miei amici di Sardegna sono capelloni riccioluti e con gli occhi chiari. Poi le cose vanno così, io tornai in italia, loro pure, ma non li sentii più. Ritrovai la mia amica, per caso, all’esame di ammissione alla siss, a Roma, dopo due anni. 

La mia amica di Sardegna ora vive in Sardegna, ma ha vissuto due anni in Egitto, cinque anni in Irlanda, svariati anni a Roma. Loro fanno così: la loro vita è fatta di momenti di grandi scossoni e grandi cambiamenti, traslochi improvvisi e poi anni di silenzioso adattamento alla nuova vita. In Sardegna ci rimangono un anno ancora, e poi via, partono per una cittadina dell’Emilia Romagna, dove forse c’è meno mare, ma più cinema e più libri. 

Lo scossone dell’ultimo anno è stato la nascita di un figliolo che sembra un folletto e che ha appena imparato a correre. 

La mia amica di Sardegna è l’unica con cui posso parlare di preservativi, psicoterapia, genitori mancati, birra, teorie dell’apprendimento linguistico e  insicurezza cronica. Andarli a trovare, lei e il suo compagno di una vita, vuol dire farmi chiacchierate di ore e ore, ridere a crepapelle, sentirmi a casa, approdare. Significa tornare con tante idee e tanti pensieri, con tanta voglia e rilassarmi e dire: ma chi se ne frega, la vita è bella. 

ps: certo le chiacchierate sarebbero state ancora più piacevoli se non fossi stata completamente afona per due giorni interi e non mi fossi circondata di moccichini, caramelline balsamiche e paracetamolo in diversi formati per tutto il tempo.

Lo sfoghetto del mese.

Oggi è uno di quei giorni in cui è meglio per il resto dell'umanità che io non tocchi nulla. Dove poso mano, qualcosa si rompe, si frantuma, si sciupa.
Ho l'influ-anzia, e tutti i moccichini sparsi dappertutto in giro per casa. Sono una prodruttrice consapevole di moccichini.
Comunque. Volevo raccontarvi del viaggio in treno di questa settimana.
All'andata ho preso la multa. Beh, la multa sarebbe ammontata a 58 euro, ma la controllitrice impietosita mi ha fatto pagare 8 euro, cioè l'ammontare della tratta che non avevo pagato. Infatto dovevo smontare a Rovigo e invece sono smontata a Padova. Ma non è che volevo fare la furba. E' che a Rovigo non poteva venirmi a prendere nessuno e ormai il biglietto l'avevo fatto, per cui sono dovuta scendere la fermata successiva. Non è mai successo che ti controllino il biglietto 10 minuti prima di scendere a Padova. Invece l'hanno fatto. Imbarazzo. Macchie rosse sul collo. Voce tremante. Comunque io lo sapevo. Me lo sentivo. Era tutto il giorno che ci pensavo. Oggi prendo la multa.
Questa è stata l'andata.
Il ritorno. Seduta posto corridoio, perchè all'inizio, i primi diciamo 150 viaggi tu prenoti il posto finestrino perchè che bello il paesaggio la poesia etc. Poi quando ti accorgi che hai bisogno di fre la pipì cambiare libro prendere il computer e insomma alzarti più di una volta capisci che conviene il posto corridoio. E così da qualche mese prendo il posto corridoio.
 A Bologna arriva uno che mi fa: io sarei lì, posto finestrino, ma ci vuoi stare tu vero? tu vuoi stare vicino al finestrino vero?
(No, cazzo vuoi? avrei dovuto dirgli).
Inveve ho abbozzato sorrisetto e ho detto Vabeh, sono scivolata accanto nel posto finestrino, in trappola direi, e lui si è seduto al posto mio.
"Piacere Lucio! tu chi sei come ti chiami di dove sei quanti anni fai che lavoro fai che libro stai leggendo cos'è cosa ti piace come trovi il treno quanto hai pagato il biglietto il caffè lo prendi macchiato o ristretto?"
Allora è ufficiale: per me (parlo per me badate) le persone che attaccano bottone in treno sono degli invasori. Perchè, o tu che rompi i coglioni che ti siedi accanto a me, devi presumere che mi faccia piacere parlare due ore e mezzo con te? cosa te lo fa pensare che io abbia voglia di spiattellarti i miei fatti? perchè mi devi imporre la tua presenza per tre dico tre ore in cui io magari ho da fare? perchè devi costringermi a dirti scusi mi lasci in pace e costringermi a diventare io la maleducata e non te che per primo mi hai disturbato?
Poi. Possibile mi devi parlare con la faccia a trenta centimetri dalla mia dico io?
(scusa puoi allontanare la tua faccia dalla mia? ti puzza l'alito. Avrei dovuto dirgli). 
Poi,  gli steretipi si sprecavano:
-ah veneta. mm dunque: i veneti mi pare siano persone chiuse, persone fredde, no? è così vero?
– mah, non saprei mi sembrano generalizzazioni…
– no, no. i veneti sono così.
– poi credimi, non sono per niente rappresentativa come veneta, davvero ci ho solo vissuto a lungo…
– m. invece tu sei proprio veneta.
– …
 E poi.
– tu comunque con quegli occhi chiari e i capelli biondi sei la tipica nordica.
– mah, io veramente… io non ho proprio nulla di nordico, mio nonno era siciliano, i miei di roma, i miei parenti paterni sono meridionali…
– e che c'entra, hai gli occhi chiari.
– ma che vuol dire, ormai non è che chi ha gli occhi chiari è del nord e chi ce li ha scuri è meridionale. non è più così.
– perchè ti arrabbi? ti sei arrabbiata.
– ma no… chi si arrabbia, dicevo solo…
– no, tu ti sei arrabbiata. Beh, puoi anche arrabbiarti resta il fatto: tu sei la tipica nordica, tu sei il prototipo della nordica. Ecco.
– vabeh.
– E' inutile che ti arrabbi. E' così.
E' così. E' così. Volevo strappargli a morsi quel naso che mi puntava davanti agli occhi (rimandi al desiderio di castrazione? sì sì come volete fate pure)
Volevo scendere dal treno e farmela a piedi fino a Roma pur di non sentirlo più parlare. Invece, sempre dicendo ma no non mi sono arrabbiata (e invece sì! sono incazzata nera, levati dai piedi!) mi sono discretamente messa le cuffiette salvifiche e ho riaperto il mio libro salvifico e mi sono spiritualmente isolata dal tizio invadente.
Certo. Io mi incazzo per nulla. Vero. Mi incazzo con lo sconosciuto del treno che vuole fare due chiacchiere, poverino. Vero. Io ho un problema con le etichette, è evidente. Certo. 
E infatti all'officina ci vado anche per questo. 
Però cercate di capirmi. Io non occupo quasi nessuno spazio. Sono piccola e bassa, non dò fastidio a nessuno. Non parlo se non interpellata.
Il mio spazio vitale è minimo, infinitesimale. Sono la persona più educata dell'universo intero. Tutta la mia formazione, è stata basata sulla buona educazione ahimé. Sono la persona più educata dell'universo. Io al ristorante, prendo la forchetta giusta. Io comincio una frase con grazie e la finisco con scusa, io. Quindi, se tu sconosciuto del treno per nessuna ragione al mondo occupi quella parte infinitesimale dello spazio vitale che mi appartiene – fisico e spirituale e verbale – io mi ti mangio. Io poi faccio finta di niente, non ti dico nulla. Anzi magari ti chiedo scusa io, però tu sappi che ti sei mangiato quella poca poca aria che mi serve per respirare.

Allucinazioni

Mia madre ieri ha detto:


"Ma scherzi?! (tutti suoi discorsi cominciano così, con Ma scherzi?!) Figurati! (tutti suoi discorsi proseguono così, con Figurati!) Figurati se Osama Bin Laden l'hanno buttato in acqua, in questi casi gli scienziati, la Scienza, sono interessati ad analizzarne il cervello, a studiarlo, a capire la testa di una persona così, Tutti (è una delle sue parole preferite: Tutti), Tutti ne vogliono carpire i segreti, di una mente simile. Nessuno (altra parole preferita, Nessuno, anzi Nessuno Mai: negazione spazio-temporale assoluta ), Nessuno Mai si lascerebbe sfuggire una occasione simile. Mi sembra troppo strano che sia stato buttato in acqua".


A volte mi sembra di vivere in un film di fantascienza.