Indicazioni stradali

Mi fermano per strada, smarriti, preoccupati, incerti. Mi fermano, intravedono in me modi gentili, disponibilità, sicurezza. Mi vedono, credono io sia del posto.

– Mi scusi, sa dov’è via Battistini?

– Sto cercando Campo Santa Margherita.

– Devo raggiungere il San Camillo.

– Sa dov’è la fermata dell’autobus?

Li ascolto pazientemente, soffermandomi sulle loro parole. Mi concentro, ripercorro la strada nella mia mente. Poi sorrido. La so.

– Vada dritto, al semaforo giri a destra. Incontrerà un bivio, lei prenda a sinistra.

– Deve tornare indietro, lo vede quel cartello? lì deve girare a destra.

– Alla rotonda prenda la terza uscita.

Li vedo rincuorati, contenti, grati. I loro sguardi riprendono luce. La voglia di ripartire, di raggiungere la meta ravviva i loro movimenti. Se ne vanno più leggeri, rassicurati, ringraziandomi con sguardo affettuoso. Hanno ritrovato la perduta via.

Ignari.

Essi non sanno che nel momento in cui mi volto e riprendo la mia strada, mi rendo conto, con agghiacciante certezza, di avergli dato delle indicazioni totalmente sbagliate. Destra al posto di sinistra. Il Filippo Neri al posto del San Camillo, la terza invece che la prima, e così via.

Non esistono limiti alla mia fantasia, quando si tratta di dare indicazioni stradali.

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Perché te ne sei andato?

Il ballerino colombiano che allietava le mie ore di palestra con la sua energia e la sua passione smodata per il movimento di bacino non c’è più. E’ tornato in Colombia, per aprire una palestra tutta sua e esportare l’amore per il movimento di bacino in tutto il mondo. Al suo posto viene una maestra molto carina, molto brava. Una noia mortale. Non so come farò a resistere un anno intero così. Non posso nemmeno fuggire altrove. Ho rinnovato l’abbonamento annuale. Non posso nemmeno cambiare orario, c’è lei a tutte le ore. Tanto carina. Bravissima. Una noia. Il fatto è che il ballerino colombiano ci faceva volteggiare, saltellare come gazzelle, muovere le anche al ritmo di “I’m sexy and I know it” e noi, donne delle 6 del pomeriggio, non capivamo più niente, tutti i pensieri sparivano e, felici e inebetite, potevamo tornare nelle nostre case a cucinare e preparare la cena. Rimbambite da una musica immonda ma felici per questa esplosione di serotonina dentro di noi.

Ora no. Noia mortale, musica lenta, ancheggiamenti pettorali e addominali, scomparsi. Le donne delle sei del pomeriggio stanno organizzando un ammutinamento credo, capeggiate da una di loro che sta tentando di coinvolgere anche me per andare in segreteria a fare la rivoluzione. Io però non credo di partecipare, come Pollyanna cerco di vedere il positivo in ogni cosa, e di questa nuova maestra la cosa positiva è che con gli esercizi (una noia mortale!) che ci fa fare ci verrà a tutte un culo d’acciaio.

Temo che dovrò cedere al demone della zumba, che non mi piace molto, la trovo al limite dei balli di gruppo, però almeno c’è Jessico che è alto un metro e ottanta e ha pettorali da vendere e si agita come un ossesso.

La storia della piccola fiammiferaia dottoranda

La storia della piccola fiammiferaia dottoranda si sta per concludere. No, avete ragione, non parliamo troppo presto. Nella mia mente intravedo già nuovi scenari di orrore e vergogna. Una discussione fallimentare, un’umiliazione pubblica, un rigetto da parte del mondo accademico tutto, un’espulsione dagli atenei di tutto il mondo. E così via. Non si sa mai. Non parliamo troppo presto. Quello che posso dirvi è che anche l’ultimo capitolo, che poi è il primo, è stato scritto, terminato, completato. Ora attendo che il professore lo legga e mi dica che fa schifo e va rifatto da zero. Ovvio. Ma se tutto dovesse andare come fin’ora, non mi dirà quasi nulla e a parte una vigorosa rilettura dell’intero lavoro, entro il 31 ottobre questa tesi, questo lavoro di 4 anni e mezzo, verrà finalmente consegnato. Poi, da dicembre a febbraio, la discussione orale. Quella degli scenari apocalittici di cui sopra.

Nel frattempo sono stata quasi obbligata a prendere 6 ore in più in un’altra scuola. Due terze medie. Molta fatica, molta angoscia per il tempo che non dedico alla tesi e alla mia scuola, quella di sempre, come se in questa scelta quasi obbligata (e dalla mia situazione economica che versa al disperato e per altre questioni più personali) si consumasse un qualche tradimento esistenziale.

Sempre nuovi spunti di riflessione da portare in officina, come vedete.

A scuola ho cominciato con la prima media. Gli ho insegnato che l’insegnante in classe non si chiama ‘teacher’, ma Miss… e poi mi sono corretta. In effetti ora mi devono chiamare Mrs, e non più Miss. Potere di un anello al dito. La cosa mi fa sentire alquanto invecchiata e opterei per un ben più giovanile Miss, o Ms. In compenso la mia collega mi ha chiesto se mi sono fatta il botolino. Hai la pelle di luna, mi ha detto. Aspetta ancora un mese, le ho risposto.

I libri che leggo

Leggo di tutto, leggo molto, leggo qualunque cosa mi passa sotto mano. Non sono molto selettiva, non passo molto tempo a scegliere Il Libro, e non passo molto tempo nemmeno a cercarLo, Il Libro, quello che mi illuminerà, quello che cambierà la mia vita, quello che capirò tutto. Non sono nemmeno una grande collettrice di edizioni rare, copertine rilegate, pagine di carta pregiata. Leggo i libri che mi passano sotto mano, quelli che stanno nella grande libreria di questa casa, mai aperti, quelli che riesco a scaricare su kindle, quelli inaspettati che trovo in libreria, quelli della biblioteca. Adoro leggere i libri che mi consiglia la gente, anche quando non sono un granché. Se mi consigli un libro, probabilmente lo leggo, lo compro. Non leggo chick literature, leggo pochi italiani e me ne rammarico, cerco di leggere buona letteratura, ma senza grandi pretese. Non leggo Pynchon, per dire. Pynchon mi spaventa, ma non si sa mai. Per esempio, ora sto leggendo The Fang Family e non so nemmeno perchè. L’ho trovato a un Newsagent all’aeroporto di Los Angeles, e avevo letto una recensione, forse, e e l’ho preso. E ieri ho finito Telegraph Avenue, che ho letto perché me l’ha consigliato il mio amico Ipofrigio, e mi è piaciuto tantissimo, ma non mi chiedete perché. Ci devo pensare.

Non ci sono libri però che mi hanno spalancato le porte della comprensione. Non mi aspetto rivelazioni. Forse perché è troppo acuta in me la coscienza che, dopo tutto, sono scritti da persone, e una punta di cinismo, acuitasi ultimamente, mi impedisce di pensare che ci siano persone che possano darmi la chiave per uno stato di coscienza più profondo, più illuminato. Dunque non perdo nemmeno troppo tempo a sottolineare, mandare a memoria interi paragrafi, riportare sul mio quaderno personali i passaggi che più mi hanno commosso. Questa era una cosa che ho fatto durante tutti gli anni dell’adolescenza, quando ero convinta che in un libro avrei trovato la verità, e che dovevo assiduamente cercarla. Leggevo libri e libri, e sottolineavo, sottolineavo, scrivevo appunti, dedicavo riflessioni, pensieri. E poi ho smesso. Non cerco più la verità nei libri. Non so se questo è un bene. Non credo di trovarla in un libro, la verità.

E nonostante tutto, i libri, quasi tutti, mi commuovono, direi sempre. Con l’acuirsi del cinismo, paradossalmente, è aumentata la commozione, e sono diventata molto emotiva. Questo, ovviamente non è misura di valutazione del libro. Più piango, e più il libro è bello? Direi proprio di no. La mia emotività è priva di buon gusto. A volte mi può emozionare anche una brutta frase, per la sua innocente banalità, per la sua ingenua piattezza. Più facilmente mi commuove una prosa solenne, torrenziale o sintetica, l’accostamento inaspettato di aggettivi inusuali, il mescolamento azzardato di metafore. Mi commuove la descrizione di un prato, di un papavero, di un tramonto. Mi commuove la realtà più ordinaria resa con il linguaggio difficile della filosofia, della matematica, della chimica. Quando incontro una frase così bella, la leggo e la rileggo. Ma poi mi dimentico. Non ritengo quasi nulla, se non la sensazione della bellezza. Cerco di ricordare, poi dimentico.

Altre volte mi commuovo nel seguire la trama di un romanzo. Anche questo non corrisponde sempre al valore del libro.  Spesso è semplicemente perché parla alla mia esperienza personale, ai miei desideri, ai miei rimpianti. Mi identifico quasi sempre, e non sempre è un bene. Altre volte mi lascio trasportare dai grandi amori, dalle guerre, dalle lontananze, dalle perdite. Dal senso di grandezza che traspare in Guerra e Pace, Anna Karenina,  American Pastoral, Middlemarch o The God of Small Things. A volte i libri mi chiamano. Li trovo nei luoghi più disparati e in situazioni diverse, li incontro in libreria, a casa di amici e sulla metro, si presentano a me insistentemente, come a dirmi, leggimi.  To Kill a Mockingbird o The Bell Jar, li ho trovati così.

Sento che ho perduto qualcosa ultimamente. Ma non so bene cosa, e non credo di ritrovarlo nei libri.