Dicono che devo fare le cose che mi piacciono

IMG_20160508_120659Dicono che devo fare le cose che mi piacciono. Dicono che non devo accontentare nessuno, ascoltare l’opinione di nessuno. Solo la mia. Dicono che devo cominciare dalle cose piccole. Che la mattina devo alzarmi e chiedermi: “cosa ti piacerebbe fare oggi?” Dicono che non mi devo spaventare, che non devo pormi traguardi troppo alti. Cose piccole, mi ripetono.

Allora cerco di fare le cose che mi piacciono. Non ci sto troppo a pensare, che sennò mi confondo, non so più cosa voglia dire, mi perdo. Il sabato mattina, per esempio, vado a fare una passeggiata alla pineta. Non ci andavo più da tempo, e non ricordavo più quanto mi rilassasse, quanto mi piacesse. Mi fermo a leggere seduta su un tronco d’albero caduto a terra, il viso rivolto al sole, che ancora non è così caldo, e stare al sole è una sensazione piacevole di tepore. Altre volte passeggio. Ho scoperto che la pineta non è soltanto quel grande fazzoletto di terra incolta, quel pratone di erba alta che credevo. Mi sono addentrata in un sentiero dietro la biblioteca e ho scoperto che la pineta è una foresta, un bosco fitto, che ci sono stagni, ponticelli di legno, boschetti di querce, salite ripide e discese, piccoli canyon di terra rossa e riarsa. Il fatto che io abiti da sei anni dietro la pineta e che non mi sia mai addentrata a esplorarla, che mi sia sempre accontentata della camminata dove ci sono i pini e la gente  che corre, è indicativo di come io sia fatta. C’è un profumo di erba e di piante che non conosco, di cui non ricordo il nome. C’è il fango per terra, e devi stare attento a non scivolare. E’ bellissimo. Vorrei tornare ancora.

Il sabato pomeriggio spesso sono sola a casa, per circa due ore. Qualche volta esco. Ho fatto lunghi giri in centro, cammino guardo le vetrine, se mi va mi compro qualcosa, un libro, un vestito, un caffè. Altre volte invece rimango a casa, sul divano. Scelgo un cd tra il migliaio circa che abbiamo a casa. Sono troppi per me, mi perdo, ma non importa. Ne scelgo uno, e lo ascolto, da sola, leggendo. Cerco di godermi il momento di silenzio, di riposo, e il fatto che il cd l’ho scelto io, tra mille, e che quella musica ora è anche un po’ mia.

Una delle cose che mi piace fare è scrivere qui. Ho smesso da un po’. Ma ora cerco di ricavarmi dei momenti tutti miei e di scrivere qualcosa. Spesso mi trovo ripetitiva e noiosa, ma mi dico che non importa, che scrivere è una delle cose che certamente amo fare, e in questo periodo quando mi ci metto, qualcosa esce. Ho trascorso mesi a riprovare e a sentire un vuoto totale e assoluto dentro di me. Nessuna parola in vista. Nessun pensiero. Il vuoto. Ora scrivo cose piccole, ma non importa. Ho cominciato a scrivere un racconto. Lo tengo in una cartella nascosta nel computer. Mi scoraggio e lo trovo orrendo. Scrivo dieci righe, poi mi fermo incapace di andare avanti, di avere una idea di come dovrebbe andare avanti. Allora spengo. Poi un altro giorno mi ci rimetto e scrivo un’altra decina di righe. Non so cos’è, non sarà nulla come spesso mi accade. Ma mi piace. Mi affatica ma mi piace.

E poi, una mattina, dopo un bellissimo colloquio con il meccanico, che a quanto pare il catorcio s’è rotto nuovamente, una mattina ho fatto un acquisto. L’ho svestito di qualunque idea di risultato, conseguenza, progettazione. Un acquisto senza motivo, solo per il bello di averla a casa, sfogliarla, immaginare. Ho comprato la Lonely Planet dell’India. In inglese. E’ arrivata, e ogni giorno qualcosa succede. Un piccolo movimento nella mia testa. Date della partenza. Itinerari. Sussulti di piacere. Di paura. E di piacere.

Ho difficoltà a pensare a me ad agosto. Cerco di fare le cose piccole che mi piacciono in questo momento, senza pensare al dopo. Sfoglio la guida dell’India, leggo i nomi difficili dei luoghi, delle città, immagino senza ben capire, che non ho idea di cosa voglia dire andare in India. Immagino. Passeggio in pineta, leggo il mio libro. Cerco di non preoccuparmi.

 

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Qualcosa di diverso

Oggi facciamo qualcosa di diverso. Le giornate sono azzurre e calde. E’ la dolce aria di aprile, in questa città sporca e ammalata. Questa città che, con la sua tosse, le dita fredde, le arterie ostruite, il cuore scoppiato, sopravvive. Ci regala fazzoletti di terra verde e profumata, pini svettanti al cielo, sentieri al sole. Questa città, con la testa avvolta di bende, una metastasi in corso, l’odore putrescente di chi ha già la morte in seno.

Ma non muore. Cresce fiori, regala alberi, un allegro sole primaverile.

Beckett ha scritto: la fin est dans le commencement, et cependant, on continue. Questa città continua, con la fine dentro, la morte ad ogni passo.

Oggi facciamo qualcosa di diverso. Andiamo a vedere la morte della città a villa Pamphili. Andiamo a sentire il profumo della terra, a riscaldarci nel tepore del suolo, ci stendiamo su una coperta, leggiamo un libro, beviamo birra. Ci accoccoliamo nel caldo grembo dell’ammalata, guardiamo i fiori che nascono dal letame.

Le parole del pesce

Parlare con una persona che non conosci è come imparare un’altra lingua. Anzi, è come disimparare la tua lingua madre e non avere più una lingua con cui comunicare. Ecco allora che ti inventi espressioni tutte nuove, gesti strani che non hai mai utilizzato, metafore bizzarre, ecco che ti inventi una te tutta nuova che non conosci neppure tu e che non sai nemmeno da dove sia uscita. Parlare con una persona che non conosci è perdere le parole note, è indicibilmente complicato, specialmente per una che le parole le ha già dovute smarrire quando ha imparato una lingua straniera e che già si è dovuta rassegnare a non trovare più la parola giusta in italiano ma avercela pronta in inglese, ad avere dentro sé una lingua spezzettata, fondamentalmente inutile, spesso rimpolpata di frasi fatte e luoghi comuni, forse completa in un intreccio delle due, ma povera e insufficiente senza l’una o senza l’altra. Condizione del resto abbastanza ridicola per una non bilingue. Ed ecco oggi un nuovo inciampo linguistico, un nuovo passo falso nello smarrimento delle parole. Conoscere una persona nuova è perdersi nel vuoto, senza riferimenti linguistici stabili, è come andare all’estero, è come voler imparare a parlare la lingua dei pesci. Farsi crescere un paio di branchie.

Essere una persona senza linguaggio è come essere una persona disabile ed io così mi sento oggi. Muta, comunico con sguardi, mi sbraccio per farti capire e non so nemmeno io cosa voglio mostrarti. Ti guardo afasica.

Sono un pesce, ma estremamente felice.

Una volta

  • una  volta lavorava 3 giorni a settimana. Gli altri li passava inchiodata a una sedia non troppo comoda a scrivere una tesi che sembrava non finire mai. Le sembrava una vita faticosa, ma riconosceva il piacere di poter mettere la sveglia alle 730 e di alzarsi alle 8, o anche più tardi. Ora lavora tutte le mattine, si sveglia quotidianamente alle 6.40. Sa che ci sono sveglie e lavori peggiori, ma è costantemente in preda a una stanchezza che la fa sentire a seconda dei momenti triste, arrabbiata o semplicemente morta.
  • Una volta aveva a che fare con bambini dagli 11 ai 13 anni, una età camaleontica che alterna picchi di grande tenerezza a momenti di esasperazione; urla diaboliche a lacrime di commozione; tenere coccole e bacini a momenti in cui vorresti prenderli a sberle e sbatterli contro il muro. Dopo sei anni sapeva esattamente chi aveva davanti, e come implica il detto: Conosci il tuo nemico, ciò le aveva dato i mezzi per affrontare anche le situazioni più snervanti. Ora ha a che fare con ragazzi dai 14 ai 19 anni, una fascia di età molto varia, per ora ancora misteriosa. I tempi della tenerezza e commozione sono decisamente finiti. Al loro posto, sguardi torvi, cattivo odore imperante, insofferenza e fastidio di fronte alla presenza dell’insegnante.
  • Una volta insegnava inglese, lingua, grammatica, conversazione e così via. Oggi, oltre a questo lato prettamente tecnico del proprio lavoro si è aggiunto l’insegnamento della letteratura, e ha scoperto la bellezza di trasmettere veri contenuti a menti giovani e fresche, la bellezza di raccontare storie, vite ribelli, opere affascinanti, la consapevolezza di lasciare qualcosa che ricorderanno, la certezza che tra i tanti che si chiedono ma a che ci serve questa roba, c’è sempre qualcuno che rimane incantato ad ascoltarla, che sorride quando entra in classe, e che è rimasto profondamente deluso quando è uscito inglese come materia esterna alla maturità…. “prof. NOOO!!! come faremo senza di lei!”

L’astuccio rosa

 

Mi porto a scuola un astuccino rosa. Dentro ci tengo una penna nera e una penna blu, il temperino e la gomma, il righello non ce l’ho più l’ho perso, una penna rossa e diverse matite. Sono gelosa di tutto ciò che custodisce questo astuccio, in particolare di una bic nera maciullata e senza tappo ma che scrive come voglio io, e ancora rimpiango un righello di metallo che ogni volta che cadeva faceva un gran baccano, ma che ho perso.

Alcuni dei miei studenti non si portano il materiale. Lo elemosinano ai compagni che alla fine si stufano e li ignorano. Allora intervengo io con il mio astuccio rosa. Vado alla cattedra, lo prendo dalla borsa e mi dirigo verso lo studente in questione con la matita, il temperino, o la penna in mano. Gli dico: mi raccomando dopo restituiscimela che ci tengo. Se poi ci dimentichiamo e non mi ridanno quello che gli ho prestato, mi arrabbio, ci rimango male, mi infastidisco.

C’è questo studente quest’anno. Ha 16 anni, sulla soglia della delinquenza, qualche disturbo del comportamento non diagnosticato, forse un bipolarismo latente. E’ ingestibile, fuori controllo, incontrollabile. Offende, aggredisce, provoca. La mia prima lezione mi guarda, si volta verso i compagni, lo sento dire: “Ma guardatela non ha tette, ragazzi è completamente senza tette!” e devo dire che rispetto ad altri commenti, questo era quasi un complimento.

Ma ultimamente andiamo d’accordo. Abbiamo parlato, ci siamo chiariti. Noto in lui lo sforzo di non oltrepassare il limite del rispetto.

Tiro fuori dalla borsa il mio astuccio rosa e gli presto la mia matita. Gli dico: “Mi raccomando ridammela dopo, l’ultima volta che ti ho dato la matita poi non me l’hai più data, ci tengo” Insisto. Forse un po’ troppo, mi dice: “Pressoré, me lo dice un’altra volta e questa matita non la vede mai più”. Capisco e mi azzittisco.

A fine lezione mi ridà la matita, suona la campanella ed escono.

Sulla lavagna c’è scritto: “We love the English Teacher.”

Una domenica come tante altre

Le cose che ho fatto:
– corretto i compiti dei quinto
– disfatto e messo via il Natale (quasi tutto)
– mangiato
– svenuta fino alle tre e mezza
– preparato lezioni di letteratura
– preparato lezioni del biennio
– aggiornato la piattaforma online
Le cose che devo ancora fare:
– lavarmi i capelli, prima che mi trasformi in Medusa

– anche farmi una doccia, già che ci sono, visto che il relax di questa bella giornata si è tramutato in un velo appiccicaticcio di sudore che ricorda le workhouses vittoriane di cui ho letto oggi;

– cucinare
– mangiare
– cominciare a scrivere il bilancio delle competenze per l’anno di formazione (perché sì, devo ancora essere esaminata e valutata)
Le cose che volevo fare e non ho fatto:
– leggere un libro
– uscire
– guardare un film
– non fare nulla per almeno un’ora (senza dormire però).
Insomma, dopo una domenica così mi sento pronta e rigenerata per una nuova settimana di lavoro!

Un dialogo

Io e uno studente di quinto scientifico.

Lui: Prof. noi lo faremo Joyce?

Io: Certo lo faremo. Perchè?

Lui: Perché lo voglio mettere nella tesina di maturità. Sa, mio cugino si è diplomato lo scorso anno e ce l’ha pronta e io penso che userò la sua, risistemandola un po’, certo ma, insomma, quella è. E lui ha portato anche Joyce, quindi spero che lo faremo.

Io: … Ah, bene, ce l’hai pronta la tesina… quella di tuo cugino…molto bene. Beh, sì certo lo faremo Joyce. E qual è il tema di questa tesina?

Lui: Micheal Jordan. Il campione di pallacanestro.

Io: ah, Micheal Jordan. E quale sarebbe il collegamento con Joyce?

Lui: Ah questo non lo so. Devo chiedere a mio cugino.

PS di servizio: Non scrivo da tanto e mi dispiace avere tralasciato così tanti cambiamenti nella mia vita e ora è difficile recuperare ma spero di avere il tempo di farlo. Basti dire per ora che sono entrata di ruolo nella scuola superiore, ho lasciato la cara scuoletta privata e il mondo fanciullesco delle medie e sono alle prese con scriteriati di un Istituto Tecnico che mi minacciano di morte ma anche con due classi dello scientifico che già adoro. Sono di parte, lo ammetto.
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