Cioccolatino

Ripasso in quinta in vista dell’esame di maturità.
– Allora ragazzi, abbiamo parlato di Joyce, chi mi sa dire che cosa si intende per “epiphany”?
– Ah si prof. “epiphany”, quella del cioccolatino!
– …
(processo mentale sottostante: Joyce- Epiphany- Proust- Madeleine – Cioccolatino….Epiphany = Cioccolatino)

my oh my

Un dialogo

Io e uno studente di quinto scientifico.

Lui: Prof. noi lo faremo Joyce?

Io: Certo lo faremo. Perchè?

Lui: Perché lo voglio mettere nella tesina di maturità. Sa, mio cugino si è diplomato lo scorso anno e ce l’ha pronta e io penso che userò la sua, risistemandola un po’, certo ma, insomma, quella è. E lui ha portato anche Joyce, quindi spero che lo faremo.

Io: … Ah, bene, ce l’hai pronta la tesina… quella di tuo cugino…molto bene. Beh, sì certo lo faremo Joyce. E qual è il tema di questa tesina?

Lui: Micheal Jordan. Il campione di pallacanestro.

Io: ah, Micheal Jordan. E quale sarebbe il collegamento con Joyce?

Lui: Ah questo non lo so. Devo chiedere a mio cugino.

PS di servizio: Non scrivo da tanto e mi dispiace avere tralasciato così tanti cambiamenti nella mia vita e ora è difficile recuperare ma spero di avere il tempo di farlo. Basti dire per ora che sono entrata di ruolo nella scuola superiore, ho lasciato la cara scuoletta privata e il mondo fanciullesco delle medie e sono alle prese con scriteriati di un Istituto Tecnico che mi minacciano di morte ma anche con due classi dello scientifico che già adoro. Sono di parte, lo ammetto.
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Seconda puntata

La conferenza su Joyce prosegue oggi, tutto il giorno. Mi sveglio alle 730, dedico un’ora della mia vita a sistemare una delle tre stanze sottoposte a devastazione da quando piove nel salone (attenzione, ora si chiama salone, non più camera da letto!), ora ne manca solo una. Alle 915 esco di casa, in borsetta il kindle, dentro il quale conto di tuffarmi immergermi fondermi qualora qualcuno faccia l’errore di notarmi, e un libro con le avvertenze generali da studiare per il concorso, sì il concorso, quella truffa di cui già vi parlai. Prendo la metro, circa quarantacinque minuti di metro, arrivo a roma3, prendo il caffè, faccio le scale, entro nella sala. E’ buio, devono appena aver mostrato un filmato. Si parla di Caino, riconosco che è il primo intervento della lunga, lunga serie di paper che mi porterà dritta dritta fino a sera. Prendo un foglietto, mi siedo in fondo, mi tolgo il cappello, mi tolgo la sciarpa, mi tolgo il cappotto, incrocio le gambe.

Passano circa 70 secondi.

Ripiego il foglietto, rimetto il cappello, rimetto la sciarpa, rimetto il cappotto, districo le gambe. Mi alzo.

Esco.

Un impeto di esaltazione ed ebbrezza mi assale, ho voglia di mandare tutto il mondo a quel paese, mi sento fiera ed eccitata: Joyce, vaffanculo!!! Vado in libreria, mi compro un libro, comincia a diluviare, mi infradicio i vestiti. Riprendo la metro, torno a casa.

C’è il sole, la stanzetta con la mia piccola scrivania mi accoglie. Mi rimetto a studiare.

Il piccolo Leprechaun

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– Faccio lo slalom in mezzo a sempre più frequenti macigni di ambivalenza, piombati ultimamente sul percorso. Mi destreggio tra scogli più o meno appuntiti.

– Mi reco nonostante tutto ad una conferenza su Joyce organizzata dai miei amici, quella manica di Joyciani pazzi. Non mi va di vedere nessuno, mi nascondo dietro la colonna. Non parlo con nessuneo, tuffo il mio capino dntro il kindle, su cui concentro tutta la mia attenzione, come se dovessi bruciarlo col pensiero. Immagino che, se io non guardo nessuno negli occhi, nessuno mi noterà. In effetti è proprio così, nessuno mi si fila proprio, e non capisco perché io debba avere la tachicardia e l’ansia che mi sale come una nebbia densa. Arriva l’ospite atteso del pomeriggio, hanno puntato in alto i miei amici, il Presidente! Il presidente Michael D. Higgins. Si presenta un omino canuto, con due enormi sopracciglia bianche, la carnagione paonazza come ogni irlandese che si rispetti, le orecchie un po’ a sventola, la pancia, e una magnifica cravatta a girasoli arancioni su sfondo verde. E’ bellissimo, è un vero Leprechaun! Si mette a parlare una strana lingua, arcana, gutturale, misteriosa. Mi domando se terrà tutta la conferenza in Irish, in Gaelico. Dopo un po’ mi accorgo che è inglese, sta parlando in inglese. E’ inglese, ma io non capisco niente. Alle quattro lui termina, il convegno prosegue. Io faccio una specie di salto della gazzella dal sedile col quale mi sono mimetizzata a fuori la porta fuori l’università fuori dal mondo, c’è un trampolino di lancio da questo universo? avrei bisogno di staccare un attimo! Fuori c’è un bel sole, tiro un sospiro di sollievo, poi penso a tutte le cose bellissime che mi sono persa fuggendo come un ladro e mi prende l’angoscia. Poi penso che sono sfuggita a circa 4 ore di interventi su Joyce che non mi va di sentire, allora mi sento sollevata. Poi mi viene in mente che dovrò trovare una giustificazione plausibile alla mia fuga, allora mi vengono le gambe molli, poi penso che me ne sono andata perché devo scrivere la tesi, allora non so più se devo sentirmi bene o male. Macigni, come vi dicevo.

– Ad aerobica mi rendo conto che ci sono delle persone che sono nate per muovere il bacino, forse è il loro destino, il loro vero talento, la loro vocazione. Lo muovono a destra a sinistra in alto in basso, lo staccano lo fanno roteare sopra la testa se lo rimettono con una capriola. Loro muovono in bacino sempre: in palestra, in autobus, mentre vanno a lavoro, a casa e al supermercato. Loro sperano che tutto il mondo possa notare e apprezzare il vero motivo per cui sono venute al mondo: il movimento del bacino.

Io a mala pena ce l’ho un bacino.

Trieste, Ulysses e desideri difficili

Una settimana fa prendevo l’odioso ennesimo treno, questa volta verso Trieste. Ai primi dieci minuti di ritardo, per paura (immotivata) di perdere la coincidenza, ho fatto una micro crisi isterica con piagnucolio penoso e donne che mi consolavano compassionevoli. Allora ho capito che devo aver superato la soglia di non ritorno. Ora per almeno un mese rimarrò a Roma. Se vi parlo di imminenti viaggi, vi prego fermatemi, impeditemelo, legatemi.

La manica di Joyciani pazzi si è rivelata simpatica, amante del pub e della Guinness, com’era prevedibile del resto, così che la mia permanenza nella città di frontiera è sembrato più un ritorno all’Irlanda mia e al regime di feste e divertimenti di tanti anni fa. Ci voleva.

Dopo quattro giorni a Trieste e un convegno su Joyce, impari ad utilizzare lo Ulysses come unico metro di valutazione, come unico parametro di misura della vita e di qualunque argomento ti salti in mente. Va da sé che se ne riparlerà qui a breve.

Ora vi scrivo un numero ancora non identificato di desideri per il futuro. Desideri che, vista la mia natura nevrotica e insicura e poco propensa a regalarsi cose belle e visto il poco tempo, vengono rimandate da anni e anni. E la mancanza di tempo, si sa, è sempre una scusa.

Uno. Imparare il Charleston. Io lo so, me lo sento, ce l’ho nel sangue. E dopo aver letto quel bellissimo libro, Superzelda, è diventato un desiderio impellente. Io lo so, in quell’altra vita ero una ballerina Charleston e portavo i capelli corti.

Due. Teatro. Però non vi spiego perché.

Tre.  Viaggio lontano e di almeno un mese, come facevo anni fa.

Quattro. Imparare un po’ di Irish, non dico saperlo parlare, ma almeno sapere come si pronuncia.

Cinque. Basta, ho già detto troppo. Ora ditemi i vostri. I desideri veri e difficili.

Cliché!

Siccome la mia vita al momento è fatta di partenze e valigie, treni e ritardi, nostalgie e ritorni, domani prenderò un treno che mi porterà a Trieste. Chiamatela nostalgia del mare, chiamatela anatomia dell’irrequietezza, chiamatela vocazione al movimento. Io opterei per un più banale e odioso senso del dovere. Fatto sta che Trieste è bellissima, e che lì mi attendono (mi attendono?! ma chi ti si fila!) una manica di Joyciani pazzi che parleranno di Leopold Bloom, Finnegan’s Wake e della pioggia. Tutte cose che piacciono a me, insomma. Io invece non parlerò, non temete, sennò avrei cominciato a stressarvi mesi fa. No, io sarò seduta nell’ultimo angolino della sala col il mio quadernetto. Non conosco nessuno. Probabilmente mi sfogherò qui dentro, aspettatevi post disperati.

A Trieste io spero di passeggiare sul lungomare, indossare sandaletti e godermi il sole. In realtà pioverà tutto il tempo, così dicono.

Oggi quindi devo: fare la valigia, lavarmi i capelli, scrivere il paper su Kalooki Nights, cucinare, fare la spesa, depilarmi. Poi sabato verranno a dormire degli ospiti a casa, quindi devo: preparare una stanza e i letti, rendere presentabile o chiudere a chiave le altre stanze, dimenticare che i muri trasudano acqua e che gli infissi delle finestre cadono a pezzi. Del resto, è più importante ospitare gli amici che avere una casa bella, vero? vero?

E siccome il tempo che mi rimane è tragicamente poco, e l’autostima piuttosto bassa, sono scesa giù al negozio e ho fatto incetta di vestiti… Cliché! Cliché!

tutta tonica

Sto leggendo un libro che mi serve per scrivere una tesina. Non vi dico di che parla la tesina, sennò vi addormentate, è già tardi, e pochi ascoltano ancora questa flebile voce che a malapena sopravvive. Sulla copertina del libro c’è un pezzo di corpo di ape spiaccicata. Me ne sono accorta adesso, che il libro si è chiuso. E un libro verdino, l’ho preso dalla biblioteca. Qualcuno, invece di studiare, l’ha sbattuto contro un’ape, poverina. Chissà cosa gli aveva fatto, poverina. L’ha presa di profilo comunque, perchè il corpo spiaccicato, o l’ombra che ne rimane ormai, è di profilo. Io comunque di questo libro dovevo leggere solo una decina di pagine. Almeno oggi, poi domani due capitoletti, poi basta. Mica lo devo leggere tutto, per la tesina. Poi sapete che faccio? prendo anche la tesi di laurea, che l’argomento è quello, qualcosa centra sempre, e l’introduzione la prendo da lì. Tanto la tesi di laurea, l’ho scritta io, che vi credete, mica è copiare, e se è copiare, copio da me stessa, e, non vi preoccupate, me lo do il permesso, eccome se me lo do.

Che poi non è copiare, è: siccome per la tesi ho già letto un milione di libri, invece di rileggerli, riprendo la sintesi che ho già fatto nella tesi, che io mi sono laureata sette anni fa, non è che ora posso ricordarmi tutto.

E niente, e poi me ne vado a letto, che sto finendo di leggere, di ri-leggere scusate, i Dubliners di Joyce, che mi sa è la terza volta che li leggo, però ero troppo piccola allora, ero alle superiori, non ci capivo niente, e mi era sembrato un libro pensatissimo, e invece ora me lo rileggo e penso, però  invece è bello, non è pesante, e poi essendo ambientato a Dublino, in questi giorni mi sembra di essere tornata lì e rivedo tutte le strade: George Street, Dame Street , Eustace Street, Henry Street e così via.

Poi anche oggi mi ero ripromessa che avrei scritto di nuovo, che sennò l’autostima mi si abbassa troppo, e hai visto che ho scritto. E poi mi ero ripromessa che sarei andata in piscina, che è un mese che non ci vado, e oltre ad abbassarmi l’autostima, mi si abbassa il conto che ho pagato tre mesi di piscina e non sono riuscita molto ad andarci. Ebbene, oggi ci sono andata e ho fatto: udite udite 60 vasche. No perchè di solito ne faccio 40 al massimo 50, oggi ne ho fatte 60. Sarà che ultimamente ci ho un po’ di ansietta si vede che ho bisogno di scaricare un po’ di energie in surplus, ecco perchè, perchè, anzi, dopo quelle 60 sarei andata avanti altre 40 non mi fermava più nessuno ormai. Però ormail erano le tre e finiva il nuoto libero, e poi dovevo tornare a casa a lavare il bagno che gridava vendetta da una settimana e poi dovevo studiare. E insomma oggi ho anche lavato il bagno.

Sarà che questa settimana non devo andare su a Venezia, sarà questa ansietta che però sta ancora nel retro della testa. Sarà anche che a casa sono sola fino a domenica, che l’uomo è a londra e devo far passare presto il tempo (magari sola! e i coinquilini dove li metti?). insomma qualcosa sarà che oggi sto così, tutta tonica.