In farmacia me lo dicono sempre che non fa bene alla salute identificarsi con le eroine tragiche

Circa un mese fa ho ascoltato una meravigliosa lezione su Le Affinità Elettive di Goethe.

A me veramente non è piaciuto molto, con quelle atmosfere rarefatte, e l’impenetrabilità dei personaggi, e tutta l’allegoria e i rimandi e i riflessi. E nessuno dei personaggi mi è rimasto particolarmente simpatico. Eduard l’ho odiato. Però in queste settimane ho pensato molto a Ottilie.

Allora. voi immaginatevi questo mondo chiuso e perfetto: il castello, il giardino, una coppia soddisfatta, completa e matura. Immaginatevi questa arcadia, questo mondo bucolico, ma nello stesso tempo privo di slancio vitale, malinconico, depresso. In questo quadretto ordinato di felicità, narrato con questo linguaggio irreprensibile, glaciale e univoco, dove i personaggi passano il tempo a dare ordine e sistemare la casa il giardino la strada (e la casa è una tipica ossessione dei depressi, vedi me), irrompe l’elemento che sconvolge tutta questa maniaca perfezione.

L’elemento è Ottilie, ma il suo entrare in scena viene anticipato da una serie di rimandi alla sua persona che la descrivono e preparano il lettore alla sua comparsa. Uno di questi rimandi è una lettera che la zia Charlotte riceve da un professore del collegio che la giovane Ottilie frequenta, e che probabilmente si è un po’ invaghito di lei. Quello che dice questo professore è molto interessante. Dice “Se c’è una ragazza con cui occorre cominciare dal principio, questa di sicuro è lei. Ciò che non segue da quanto precede, non lo capisce. Si mostra inetta, persino cocciuta davanti a una cosa facilmente comprensibile della quale non coglie le connessione con il resto. […] In questo suo lento progredire rimane indietro rispetto alle compagne che, dotate di capacità affatto diverse, corrono avanti, capiscono tutto con facilità, anche ciò che è privo di connessioni, lo rammentano con facilità e sanno poi servirsene agevolmente. […] Certo, è singolare: sa molte cose, e alla perfezione; solo se la si interroga sembra non sapere nulla”.

Insomma, Ottilie non è un’idiota come sembra. Ottilie appartiene ad un mondo diverso da quel mondo bucolico e perfetto del castello, Ottilie ha una intelligenza diversa: non capisce per ragionamenti, capisce per intuizioni, ha un’intelligenza legata al mondo sensibile, emotivo, lei non capisce le leggi delle cose, lei capisce le cose.

Capite dove sto andando a parare?

” Professoressa, lo so che lei mi ha fatto una domanda banale e ovvia, ha ragione, ma non si dimentichi che io.. ecco, ehm, io ho un’intelligenza emotiva, legata alle intuizioni, io di fronte alle domande ovvie sbarello, sì, ma non perché sono un’idiota, ma perché io non capisco le leggi delle cose, io, capisco le cose. Come Ottilie. Sì. Ottilie”.

Non credo ci sia bisogno di ricordare che Ottilie fa una fine tragica.

Come sono autoreferenziale. In farmacia me lo dicono sempre che non fa bene alla salute identificarsi con le eroine tragiche, ma al farmacista gli rispondo sempre: “Che vuole, noi, quelle della mia generazione, siamo cresciute con Candy Candy”.

E poi alla fine ci ricado sempre: la prossima volta vi parlo di Rosaura (chi è Rosaura? vediamo chi lo sa…:-))

la vecchietta veneziana

Allora vi devo raccontare che io tra le altre cose, una volta ogni tanto, sono anche una donna che va a teatro. Ebbene sì. E giovedì scorso sono andata al tatro Goldoni di Venezia a vedere lo spettacolo di Moni Ovadia. Che è stato bellissimo, ma ora non mi cimenterò nel tentativo fallimentare di provarvi che io sia un individuo colto, lanciandomi in altissime interpretazioni dei personaggi della scenografia della chiave postmoderna, ehm, meglio di no…

No, vi racconto che sono andata allo spettacolo delle quattro del pomeriggio. Ora vi dico chi c’era: c’ero io con la mia amica-collega, c’era qualche classe, e c’era una schiera di tipiche vecchiette veneziane, ultraottantenni e ultra ingioiellate (vi ho mai parlato dell’istituzione Vecchietta-di-Venezia? devo), perchè sapete, a Venezia la vecchietta media non passa il tempo a stirare, o davanti la tv a guardare Maria De Filippi, o a ‘ciacolare’ in calle… La vecchietta media a Venezia alle ore 2 in punto comincia a prepararsi di tutto punto, alle 3 esce di casa, e dopo un’ora di faticoso cammino e arrampicamento ponti, con bastone e tutto quanto, in un’aureola di profumo, tutta incotonata e tutta vestita di bianco, arriva a teatro per gustarsi la nobile pièce del giorno.

Insomma, eravamo circondate: capini bianchi, incotonamenti fluttuanti inverosimili, perle, diamanti, pellicce, guantini bianchi, e così via, tutto l’armamentario della nobile patrizia veneziana non ancora decaduta.

Una smilza signorina di novant’anni con caschetto bianco rossetto rosso pelliccia bianca e guantini di pizzo, seduta accanto a noi, dopo venti minuti di luci spente ha chinato il capino e si è abbandonata ad un sonno rumoroso e incontrastato…

Ma la cosa più pittoresca è stato vedere, a fine spettacolo, le figlie e le nipoti davanti al teatro ad aspettare le nonnine: “Sono venuta a prendere la nonna, nonna vestiti! mettiti la sciarpa che fa freddo! Nonna vieni subito qui che dobbiamo andare”. Avete presente la scuola materna alle quattro quando aprono i cancelli? Ecco, era come un asilo al contrario…

se il tuo computer scoreggia è ora di comprarne uno nuovo

Pensavo a quella bellissima canzone di Solomon Burke, “Cry to me”, che, per chi non la conoscesse, metto in file qui sotto. Ora, non tenete conto del fatto che il mio computer a manovella fa le scoregge e ad ogni battuta il povero Salomon fa prrr prrr e in più con il computer a manovella (e lo schermo tutto verde acqua, sì sto scrivendo su una pagina word con sfondo verde acqua, ma non l’ho scelto io, e non sono daltonica) capirete che il ritmo è andato a farsi fottere e va alla moviola, comunque a voi questo non interessa, se avete un computer normale a voi dovrebbe sentirsi bene, e se si sente bene, siete d’accordo con me? Non è una canzone bellissima, un po’ strappalacrime e romantica e molto molto erotica? Non vi piacerebbe sentire questa canzone di sottofondo mentre il vostro lui o la vostra lei vi abbraccia focosamente in un preludio all’ammmore?

Comunque, questa canzone ha un problema, un problemino, che impedisce di ascoltarla liberamente e apertamente senza paura di ripercussioni…

Il problema è che questa canzone, qualcuno se lo ricorderà, faceva parte della colonna sonora di “Dirty Dancing”, il famoso film che tutte noi adolescenti degli anni ‘90 abbiamo visto, che se lo ridanno su Italia 1 qualche volta, nascostamente dai nostri partner e amici più stretti, lo riguardiamo, segretamente versandoci ancora qualche lacrima e sospirando anche se è l’ottantesima volta che lo guardiamo, ma ogni volta è come se fosse la prima.

Ora, Dirty Dancing è notoriamente un filmetto adolescenziale di serie B, giusto per le ragazzine dei miei tempi un po’ romantiche e sognatrici. Se ora credete (o fingete spudoratamente) di essere diventate delle persone adulte più o meno serie, più o meno intellettualmente impegnate e più o meno responsabili ed emancipate, non confessate mai di averlo visto, fingete di non conoscerlo, negate fino alla morte, mentite senza pudore!  E dunque, non ascoltate questa canzone in pubblico, vi smaschererebbero subito!

(e non dite nemmeno delle ore passate davanti al film registrato su vhs e mandato avanti e indietro per interi pomeriggi per rivedere quel dato pezzo dove lei diventa una ballerina provetta di salsa mentre voi cercate di impararvi i passi del balletto a memoria, non ditelo, ne va della vostra reputazione…! E se ancora conservate le videocassette dove avete registrato i vostri balletti, vi prego, bruciatele!)

E insomma, per colpa di quei pettorali pazzeschi del caro defunto Patrick Swayze (l’anno scorso o due anni fa, quando è morto hanno ridato su rete 4 “Dirty Dancing”, alzi la mano chi l’ha rivisto!), questa canzone è guasta, è pregiudicata, è inascoltabile, che peccato!

E dunque, me l’ascolto nel silenzio della mia stanza, or ora che a casa non c’è nessuno a scoprirmi e in quel dato punto, quando la musica si ferma, e  c’è quella pausa ammiccante e birichina, come non pensare a quando Babie (la diciottenne protagonista del film (eddai che lo sapete tutti!)) tocca il bel sedere di Patrick e poi cominciano a ballare e lui fa la mossa….e come non ricordare?

Peccato che poi il mio computer scoreggi e tutto il romantico svanisce in un istante…


di officine, bastonicini findus, uomini senza faccia, e cinemi

laughing to keep from crying

Qualche tempo fa, ritrovandomi alquanto depressa e scoraggiata, e le pasticche per l’autostima il supradyn e i bastoncini findus non avendo alcun effetto sul mio umore, ho pensato di recarmi all’Irish Film Festa, unico festival italiano sul cinema irlandese, a darmi arie di cultura e intelligenza, mossa dal principio che, se l’appetito vien mangiando, l’autostima, quella cosa sconosciuta di cui mi hanno parlato, dovrebbe venire facendo le cose che ti piacciono e che ti fanno stare bene. Attenzione però, o tu blogger che non sai i fatti di psicologia, attento a scegliere bene la tua attività che ti salverà dalla lacrimuccia facile, non ti cimentare nel bungy jumping se soffri di vertigini, non iscriverti a un corso di scrittura creativa se hai sempre preso cinque al tema di italiano, non darti al karaoke se sei stonato…deve essere una cosa che insomma sai fare già più o meno bene e ti faccia distrarre. Questi fatti di psicologia si possono sapere non solo frequentando l’officina per un tempo imprecisato, ma anche frequentando il corso di psicopedagogia a quella famigerata scuola per diventare insegnanti che è la ssis, che però voi se volete frequentarla, vi dico subito che ora è troppo tardi, l’hanno chiusa. Però se l’avevate frequentata prima di fare i vostri anni imprecisati di officina, queste cose le sapevate di già e vi risparmiavate un po’ di denari. Che poi il problema, sapevatelo, non è di saperle ma di metterle in pratica, perché, sapete, tanto e tanto tempo fa, per un certo periodo, prima di andare in un’officina seria, io mi leggevo i libri di vittorio albisetti, sì avete capito bene, ahimè, vittorio albisetti, che la mia coinquilina ce li aveva quasi tutti e ce li leggevamo insieme e ci dicevamo o com’è bravo lui ha capito tutto, o come ne sa lui di donne nessuno mai o come mi descrive bene sono proprio io, però il problema dei libri di vittorio albisetti era che ti spiegava benissimo come stavi e perché e che probabilmente era perché da piccolo eri caduto e tua madre non ti aveva raccolto subito ma dopo due secondi, e tu ti sei sentito abbandonato, oppure che tua madre ti dava l’olio di fegato di merluzzo perché, povera figlia mia, eri piccola e racchia e ti ci volevano le proteine per crescere ma a te l’olio di fegato di merluzzo ti faceva schifo e ancora non l’hai superata questa cosa di quanto schifo ti faceva, e allora te che non c’hai altro da fare nella vita allora hai deciso di rovinartela tutta quanta per questo motivo qui: e allora è per questo che ti leggi vittorio albisetti e ti senti molto capita e compresa. Ma, dicevo, il problema è che vittorio non ti dice con tutta questa robbba che ci devi fare, cioè dopo che ti ha fatto la sua bella diagnosi e ti ha fatto sentire tanto amata, il libro finisce. Punto, ciao. Comprati anche quell’altro libro.

Come quell’altra signora che non ho mai capito se era una psicologa o una maestrina in pensione che non sapeva come passare il tempo e che insomma mi ascoltava, qualche annetto fa, in un consultorio di volontari che io ci andavo perché appunto non si pagava, ma poi mi è rimasto il dubbio del grado di professionalità di suddetta officina, che ogni volta che mi pareva di dire qualcosa di sensato e mi pareva che stavo raggiungendo l’illuminazione e le dicevo: e insomma allora che devo fare in questo caso? Cioè, è arrivato il momento topico della risposta ai miei problemi: come agire? Ho capito cos’ho, mo che faccio? E lei mi rispondeva con un flemma che volevo tirarle addosso la poltroncina: “ehhhhhh bisogna lavorarci, bisogna lavorarci molto”. Allora te capisci che sapere qual è il problema non ti serve a niente, ti ci vuole anche di risolverlo. Allora se hai tempo e denaro, soprattutto denaro, vai in un’officina, dove ti danno quattro martellate in testa, però alla fine, molto molto alla fine, loro ti riparano e tu stai meglio, anche se c’hai il portafoglio molto più sgonfio.

Comunque tutto sto discorso era solo per dire che l’altra settimana ero andata al festival del cinema irlandese che era alla casa del cinema a villa borghese a darmi arie di coltura e intelligentsia, che pure il taccuino spocchioso per prendere appunti mi ero portata. E pure la mia amica, quella che ancora mi pensa credibile, mi sono portata, per sentirmi un po’ così, una di quelle che vanno alle rassegne cinematografiche, e ne sanno e hanno sempre quell’abbigliamento alla film di Bertolucci, con la sciarpa colorata, e il cappotto di lana cotta e i capelli scarmigliati ma bellissimi. E durante la conferenza, ragazzi se ho preso appunti! Mi sono scritta tutto, però la domanda non l’ho fatta, mo non esageriamo, che voi già lo sapete che io e prendere la parola in pubblico, non andiamo molto d’accordo, non andiamo d’accordo per niente. E quindi niente domanda. 

Però durante la conferenza è successa una cosa. È successo che a un punto sono entrati quattro senza tetto. A distanza di pochi secondi l’uno dall’altra, quasi per non dare  nell’occhio, sono entrati e si sono seduti in quattro punti diversi del teatro. Uno poverino è senza faccia. Lo vedo qualche volta nella metro B. Comunque non è importante questa cosa che non ha la faccia. Loro stavano lì un po’ nel loro modo. Cioè, un po’ parlavano da soli, un po’ si guardavano in giro ruttando, un po’ si stendevano sulla poltroncina. Era pittoresco vederli in quel posto lì, a una conferenza poi, che dici, di solito ci vedi i professoroni, gli esperti di cinema, e quelle giù di morale che hanno bisogno di una siringhetta di autostima. Che ci facevano loro lì? Con le guardie appostate ai lati del teatro, poverini, che appena appena facevano una mossa falsa, quelle li arrestavano subito.

Poi, finita la conferenza ho sentito una guardia che diceva a quello senza faccia: Non ci devi venire qui, hai capito, non ci devi venire! E lui, farfugliando, perché forse non ha nemmeno la lingua, diceva: il film, il film quando è il film? E allora ho capito che loro ci erano venuti, perché, vai a capire come, avevano scoperto che alla casa del cinema danno i filmi aggratis e per loro che non ci hanno un quattrino in tasca, nemmeno per andarci al cine, che in effetti tra un po’ non ce li manco io i soldi per andarci, loro ecco volevano vedere un film aggratis, volevano. Che poi, che film volete che diano alla casa del cinema in una rassegna di cine irlandese? Mo, a me magari piace, ma non è che sia proprio il filmone americano super coinvolgente, a volte sono delle mazzate pazzesche. Però per loro è l’occasione di andare al cine!

Peccato che sono capitati alla conferenza su Joyce….

Questa è una recensione molto, molto accademica di Persuasion (Jane Austen).

Se domani uscite di casa e incontrate una giovine madama dai lunghissimi capelli biondi setosi, vaporosi e ricci raccolti in tante treccine legate dietro da un fiocco di seta, se ha la pelle bianchissima e rivolge il suo amabile sguardo in basso, con fascinosa modestia e ricercata umiltà, porta un abito di popeline, rosa o giallino, con il collo contornato di pizzo, lungo fino ai piedi, stile imperiale, un ombrellino per ripararsi dal sole e un romanzo di Goethe sottobraccio. Se incontrate questa giovine madama, non vi preoccupate, sono io.

Sono appena uscita da un romanzo di Jane Austen.

Lo so, non mi fa bene identificarmi in tutte le eroine di cui leggo, ma in questo caso non si è trattato tanto di identificarsi nel personaggio, quanto di rendersi conto di essere nata nel secolo decimo nono.  

Per due motivi: il primo è che nella mia famiglia tutte le donne sono votate a due sole opzioni: l’istruzione e un buon matrimonio. O meglio: l’istruzione al fine di procurarsi un buon matrimonio. In casa mia la donna deve essere “accomplished”, per usare una parola cara a Jane Austen, o “polished”, cioè deve essere non colta ma coltivata, raffinata, deve saper parlare, saper dire la cosa giusta al momento giusto, deve sapersi muovere, sapersi destreggiare (in cucina e nelle faccende domestiche, e dove sennò?).
In effetti le mie nonne erano già laureate e tutte le mie prozie erano insegnanti. Mia nonna suonava il pianoforte, e lo amava molto, ma ha dovuto abbandonare quando si è sposata. Nessuna di loro però era una donna di cultura, nessuna di loro era una donna consapevole, una donna autonoma, emancipata. Nessuna di loro ha mai parlato in casa di letteratura, o di politica, o di arte. Eppure avevano studiato, con ottimi voti. Avevano dato esami, scritto una tesi, frequentato il magistero. Tutte sono diventate insegnanti delle medie o delle superiori.

La donna della mia famiglia è una donna che vive a cavallo del secolo.

Diciannovesimo.

Silenziosa, devota al marito che le dà sostentamento e amore, e che la salva dalla solitudine e da questo brutto male che è la zitellaggine (ho una prozia che, poverina, non l’ha salvata nessuno). Al marito tutto bisogna scusare e silenziosamente ovviare e attenuare i suoi difetti e le sue mancanze, perché il marito deve essere Amato e Rispettato. I valori che la donna deve imparare e trasmettere ai propri figli sono infatti il Rispetto (e, notate, ho usato la maiuscola) e la Buona Educazione.

L’altro motivo per cui sono un personaggio di Jane Austen è il mio approccio alla vita e ai sentimenti di quando avevo sedici anni. Queste donne dell’Ottocento non potevano in alcun modo esprimere i loro sentimenti agli uomini, non potevano mostrarsi, non ne avevano né il permesso, perché l’etichetta imponeva che f0sse l’uomo a scegliere e la donna ad essere scelta, né ne avevano i mezzi, ritrovandosi per la maggior parte del loro tempo segregate in casa cercando di impegnare il proprio tempo nel modo meno noioso possibile (lavorando a maglia o leggendo o suonando il piano per esempio, oppure elucubrando di questioni astratte e vuote, di parole dette, pensieri fatti, speranze mal riposte, il tutto totalmente privo di concretezza, tipo: “cosa avrà significato quello alzando il sopracciglio destro in quel modo? Forse mi odia” oppure: “hai visto quello sguardo malinconico ma audace, cosa vorrà dire, mi ama?” e giù ore e ore a parlarne).
L’uomo invece era quello che usciva, lavorava, andava a caccia, e andava a visitare diverse famiglie in giro per la campagna inglese, assicurandosi così la possibilità per lo meno di rivedere l’oggetto amato, se già ne aveva uno, o di sceglierlo, se ancora non aveva trovato donna da maritare.
Ecco che la vita di queste donne si trasformava in un’estenuante, infinita, incessante attesa e in un languore continuo e tormentoso. Se già esse amavano qualcuno, non avevano assolutamente alcun mezzo possibile per contattarlo e rivederlo, dovevano solo aspettare, aspettare che lui si rifacesse vivo, se lui lo voleva. Sennò potevano anche aspettare quarant’anni. Magari aspettavano, o magari si rassegnavano e accettavano la corte di qualche altro pretendente rompiscatole. Che angoscia.
E se anche poi rivedevano l’amato, e ancora non si erano rassegnate all’idea di perderlo, l’etichetta ancora le costringeva a non mostrare in modo plateale i loro sentimenti. Era tutto un gioco di sguardi, di ritrosie e bramosie, di speranze celate e dissimulate. E poi si poteva parlare solo per metafore: era impossibile parlare chiaramente, l’etichetta lo sconsigliava vivamente, allora per dire ciò che stava veramente  a cuore bisognava trovare argomenti innocui e trasformarli, circuirli, lavorarli fino a farli diventare sommesse dichiarazioni d’amore, che però, mai venivano comprese (anche se, nei libri di Jane Austen sì, vengono comprese, perché i due innamorati hanno una tale sintonia di cuore che tutto comprendono senza potersi dire nulla, beati loro).

Ecco, io a sedici anni ero così!! Languivo, chiusa a casa perché non avevo il coraggio di chiamare chi desideravo chiamare, attendendo che gli altri chiamassero me, e languivo, leggendo e pensando, pensando e leggendo, e poi scrivendo sul mio diario, e suonando ogni tanto, e vabeh, studiando anche. Studiavo e languivo. Languivo e studiavo. Oh, come soffrivo! Non c’erano sms, non c’era facebook, non c’era la community blogghereccia, o la tua finestrella di msn, che ti danno almeno la sensazione di non essere a casa da sola. No.  C’era il vuoto di camera mia, c’era mia sorella che usciva e io a casa che vagavo per il corridoio. C’era solo il telefono allora, vuoi sentire una persona? Chiamala. Parlaci. Non c’era il messaggino, quelle due paroline che fanno intendere senza bisogno di dire, di spiegare. No. C’era il telefono. Se volevi parlare con qualcuno dovevi chiamarlo, parlarci. Era troppo terrorizzante.
Di amici ne avevo, anche amici maschi, che mi chiamavano. Ma non ero un’adolescente felice, non ero un’adolescente con amici, non ero spensierata, non ero libera. Mi sentivo sola e braccata, mi sentivo privata del mio linguaggio, privata della possibilità di esprimermi e con le persone che volevo io. Attendevo, silenziosamente, in camera mia. Cosa o chi attendevo, poi, non lo sapevo nemmeno io.

Avrei dovuto nascere due secoli fa, avrei capito molte più cose di me. 

come si chiama questa cosa che vi racconto

Giovedì scorso ero a Padova alla stazione, mancava ancora mezz’ora al mio treno e allora sono entrata in libreria a spulciare qui e là. Volevo raccontarvi che io ho quel giorno ho fatto quella cosa che non mi ricordo come si chiama, si chiama boicottaggio dei libri, si chiama non mi ricordo che tu prendi un libro di tuo interesse che secondo te vale la pena e che sta nascosto e che nessuno se lo fila e che fai lo metti in bella vista lo metti in cima sulla colonna dei libri di fabio volo e della kinsella, dio come si chiama questa cosa rivoluzionaria che tu fai la rivoluzione zitto zitto nel tuo piccolo angolo di mondo libresco? Come si chiama questo piccolo privato atto di terrorismo intellettuale, questo terremoto farfallesco?
Vabeh, io spulciavo, come vi dicevo e mentre spulciavo ho visto un libro che ha scritto uno che conosco. Ora, non è proprio che lo conosco questo qui. Io l’ho visto una volta, alla presentazione del suo libro appunto, e poi, dopo un paio di settimane, l’ho beccato sul regionale prato-viareggio e abbiamo fatto il viaggio insieme. E io avevo finito di leggere il suo libro due giorni prima e gli ho detto: scusami ho una valigia più pesante di quella di petronella, che è una bambina che è un personaggio del suo libro e lui ha sorriso perché ha capito che intendevo proprio quella petronella lì. Che io penso che se io scrivo un libro per la prima volta che mi pubblicano e poi becco in treno una che ha finito di leggerlo due giorni prima e che mi cita pure petronella e petronella me la sono inventata io, boh io penso che mi farebbe piacere.
Bene, io questo libro stava in tre copie infilate nel terzo scaffale in basso a sinistra. Io le ho prese tutte e tre e le ho messe in piedi sullo scaffale ad altezza uomo, ma non tutte sullo stesso scaffale, su due scaffali diversi, così dove ti giri ti giri, il libro è là.
Il libro è questo, voi però me lo dite come si chiama questa cosa della migrazione silenziosa di libri?

post alla maniera dell’ultimo capitolo dell’Ulisse

che domani è il primo giorno di scuola ma gli studenti non lo sanno che chi veramente è intimidito impaurito preoccupato chi veramente ancora prima di cominciare è già stressato chi varcherà la soglia di quella classe tremolante e incerto anche se ormai si è specializzato nel fingere grande sicurezza e padronanza di sé e severità e autorevolezza chi dovrà sostenere sessanta occhi che ti guardano sì sessanta se non di più nelle scuole di oggi ahimé fingendosi totalmente sicuro di sé e con la situazione sotto controllo e che invece la situazione sotto controllo non ce l’ha per nulla chi piuttosto che rientrare in quei locali stantii e reminiscenti di ricordi sicuramente brutti si butterebbe giù da una finestra chi ha passato tutta la domenica pomeriggio a inventarsi che cazzo fare per due ore intere in una prima media incombente e sconosciuta nella quale la preside ha avvertito non portate niente il primo giorno di scuola solo il diario e una penna e tu insegnante di inglese ti devi inventare non so quali follie per intrattenere 30 ragazzini di cui 14 provenienti dalla stessa scuola e dalla stessa classe per cui per nulla impauriti o smarriti chi poi si è lavato e profumato e preparato i vestiti che non devono essere troppo eleganti ma neanche trasandati e non da giovinetto ma da insegnante moderna e all’avanguardia e adulta e un po’ suscitante timore e soprattutto non scollacciata che te l’ha detto la vicepreside una volta eh sai quella maglietta è un po’ troppo scollata e quell’altra volta che la preside ha detto alla collega ma come ti sei vestita in pigiama hahaha e allora te lo sai che devi stare molto attenta a vestirti e a essere in ordine e stirata e con i capelli pettinati eh sì che quello è un bel problema che io ho i capelli ricci mo’ chi ha i capelli ricci lo sa che tenerli in ordine beh è un po’ complicata la storia e allora io li ho lavati per bene stamattina e ho messo prima lo shampo e poi il balsamo e poi tre creme in ordine i cristalli liquidi per le doppie punte e poi il sansilc crema disciplinante e anticrespo e poi non contenta ce l’ho messa quella noce di schiuma che fa il miracolo ma invece no i capelli mi sono venuti un cespuglio lo stesso perché qui a roma l’acqua del rubinetto è molto calcarea è piena di calcio quindi io non so cosa il calcio faccia sui miei capelli che insomma mi pare di avere veramente un cespuglio in testa tutti elettrizzati che se li tocchi prendi pure la scossa e speriamo che nel giro di mezza giornata almeno l’elettricità che li rende così stopposi li lasci e che la crema faccia effetto che io la prossima volta che mi devo lavare i capelli mi sa che faccio bollire tre pentole di acqua e poi la filtro e me li lavo con l’acqua distillata insomma dicevo chi davvero si deve preoccupare del primo giorno di scuola è l’insegnante non lo studente che tu studente di che ti devi preoccupare tu che c’hai da pensare non ti lamentare tu che più che correre come un forsennato allo squillo della campanella spingendo e calpestando i tuoi compagni cercando di accaparrarti per l’anno a venire il banco più lontano dalla cattedra e più vicino al tuo amichetto altro non c’hai da fare il primo giorno di scuola mentre non so quali clownerie l’insegnante di inglese si dovrà inventare perché devi essere severa e fargli capire subito chi comanda però allo stesso tempo devi rassicurarli e non devi inibirli soprattutto con una materia delicata come l’inglese che se interviene il filtro affettivo e il livello di ansia è finita li hai persi per i tre anni successivi allora che fai gli fai fare un bel test d’ingresso che così un’ora intera se ne vola via però attenzione che anche con quello loro fin dal primo giorno si sentono giudicati poverini e allora no non puoi allora li fai giocare il primo giorno in prima media ecco sì un bel gioco in inglese però ricordati che loro non si sono portati nulla appresso e che a scuola la fotocopiatrice non ci sta e allora che fai o tu insegnante già stressata ti prepari tutto fotocopie materiale almeno due giorni prima il venerdì devi averci già pensato perché poi sabato le copisterie sono chiuse ricordatelo o tu insegnante imprevidente e allora via giochiamo che alla fine ricordatelo o tu insegnante sei un intrattenitore un clown un attore e la devi recitare questa farsa in cui sai esattamente dove stai andando e dove li stai portando e gli obiettivi da raggiungere e lo scopo didattico di quel gioco di merda quando la verità la pura verità è solo che ti stai cagando sotto

Ulisse (no, non il cane di mia zia, il libro)

Ultimamente mi ritrovo circondata di individui che leggono molto. Ciò mi rende molto contenta, considerati i lunghi anni in cui mi vedevo circondata da capre che parlavano solo di shopping soldi e macchine. Ciò nonostante eccomi qui a perorare la causa, una causa, la mia. La causa di chi, io, sta leggendo l’Ulisse di Joyce. Ma in italiano, e prendendosi il suo tempo. Sì perché, vedete, io ultimamente mi ritrovo circondata di individui che l’Ulisse l’hanno letto in lingua originale, e in un solo giorno, perché ‘è solo così che si deve leggere l’Ulisse’.
Io l’Ulisse me lo sto leggendo in tutta calma, piano piano. Vedete, io l’Ulisse, sono quattro anni che lo sto leggendo…Ho cominciato quando abitavo a Dublino, libro preso in prestito dalla biblioteca, in lingua originale.. Sono arrivata a pagina ottanta. Dopodiché, compratami l’edizione italiana con la guida annessa, ho proseguito così, piano piano, per un’altra ventina di pagine. Poi l’ho riposto, per un po’, mi sono detta. L’ho ripreso quest’anno, a maggio, e ho ricominciato da pagina ottanta, più o meno. E ora, lenta e inesorabile, sto giungendo al suo compimento. Io l’Ulisse lo leggo arrabbiandomi molto con il suo autore, perché secondo me lui mentre lo scriveva se la rideva molto di come avrebbe affaticato il suo lettore, di come lo avrebbe preso in giro a stare appresso a tutte quelle frasi lì a tutto quel riempimento lì. Hahahaha, rideva tra sé e sé, ora gli faccio vedere io a quel lettore lì che crede di sapere tutto, lo snervo, lo sdreno, lo sfiacco. E in effetti così fa. Per leggere l’Ulisse, tu lettore devi accettare di farti prendere molto per il culo, devi farti piccolino e entrare sommessamente nell’onda spropositata di pensieri che ti stanno per investire. Devi lasciarti un po’ tormentare, e un po’ sbranare, da tutti quei pensieri. Devi lasciarti cadere in trance, con tutti quei pensieri lì, come se fossero i tuoi di pensieri, come quando ti incanti e la mente ti si riempie di mille cose e te non riesci a seguirle tutte, e poi non te le ricordi tutte, le cose che hai pensato in quegli istanti lì. Io l’Ulisse lo leggo così, un po’ incantata, ma non distratta, cullata piuttosto, trasportata, senza resistenze, dalle onde di un fiume sotterraneo.
Io stamattina (è l’una veramente…mi sono svegliata tardi), in realtà volevo scrivere qualcos’altro,  mo’ non me lo ricordo più cosa volevo scrivere.  

Come tratti i tuoi libri?

Mi è capitato di trascorrere qualche giorno a Verona in compagnia di mia madre. Per fare un po’ di cordiale conversazione, una mattina le ho detto:
– Mamma guarda questo libro, ancora devo iniziarlo e già è tutto liso, spiegazzato e orecchiuto…
Mia mamma mi guarda con fare interrogativo e replica:
– Embè? Qual è il problema? I libri DEVONO essere così, devono essere usati, spalancati, scritti, sottolineati, spiegazzati, maltrattati…usati insomma, guarda!
Prende un librino dalla borsa e comincia a squartarlo, spalancarlo, spiegazzarlo, torturarlo pensavo io guardandola.
– Non capisco dove sia il problema… cosa vuoi, sbirciare le pagine da una minuscola fessurina per non creare la piega sul dorso? Ma il dorso è fatto apposta per essere piegato, guarda! (prende il libro e lo rivolta a rovescio). I libri vanno usati e dunque rovinati, si fa così, tutta la nostra famiglia ha sempre fatto così, è così e sarà sempre così (per tutti i nostri giorni, nei secoli dei secoli Amen). Qual è il problema?”
Allora ho capito che, oltre al fatto che fare cordiale conversazione con mia madre è sempre un po’ complicato, dicevo, ho capito anche che è una questione genetica questa della manutenzione dei libri, un fattore ereditario. Nel mondo esistono due categorie di persone: i manutentori ordinati di libri e i manutentori disordinati di libri. Io rientro nella seconda categoria, e dunque non ho scelta, è destino, sarò sempre una lettrice disordinata e i miei libri saranno sempre spiegazzati e unti… I manutentori disordinati di libri, per quanto ci si impegnino, non hanno alcuna speranza contro la minaccia delle pieghe, delle copertine lise e degli angoli sbeccati. Io quando esco di casa ripongo il mio amato libro in una bustina, possibilmente un po’ rigida, delicatamente con cura e attenzione. La bustina viene lentamente deposta nella mia borsa, penne e matite vengono accuratamente estratte dall’interno del libro. Ognuna di questa precauzioni è completamente inutile, quando in metro prendo il mio libro, sarà già un po’ ingiallito, appallottolato, sgualcito. Gli angoli saranno ormai diventati palline di mollica di carta, la copertina già tutta rigata, tra una pagina e l’altra ci saranno già briciole e granelli di sabbia. Poi per quanto mi sforzi di non creare la pieghetta sul dorso, eccola lì, ancor prima di arrivare a pagina tre, quella crepetta fine ma decisa, che corre lungo tutto la lisca verticale del mio libro-pesce.
I manutentori ordinati di libri non conoscono di questi drammi: i loro libri sono impeccabili, lisci, gli angoli appuntiti, le pagine stirate, la carta bianca. In poche occasioni ho potuto vedere dei veli di scotch a ricoprire puntine di angoli che minacciavano di scomporsi. Il loro scotch è sottile, trasparente, perfettamente disteso sulla parte infetta. Nemmeno si vede. Dà quel tocco di importanza, di cura in più. Quando provo io a mettere lo scotch sugli angoli, dopo poco diventa giallo, si stacca, fa le bolle. I manutentori ordinati di libri, quando comprano i libri di seconda mano, anche quelli sono perfetti e apparentemente inusati. Le pagine ingiallite, in mano loro, assumono un aspetto solenne, antico, rispettabile. I miei libri di seconda mano mi sono sempre arrivati già sull’orlo dello sgretolamento.
Nella scala da uno a dieci dei manutentori disordinati di libri io penso di essere un sette abbondante, l’impronta genetica materna deve aver giocato un ruolo molto forte, (mia mamma deve essere un dieci, e lì ha giocato molto l’impronta paterna: mio nonno sottolineava i libri con la penna rossa e quella blu facendo delle ondine sotto ogni parola). Mia sorella deve aver preso di più da mio padre allora, perché lei, per quanto legga e sottolinei e si scarrozzi due figli in giro per la città con i libri appresso, non li riduce mai in poltiglia come faccio io. Quando vivevamo insieme non me li faceva leggere i suoi libri, a volte avevamo copie separate dello stesso libro, la mia e la sua.
Di manutentori ordinati, credo di avere conosciuto dei nove, nove e mezzo. Loro quando mettono il libro nella borsa, non hanno nemmeno bisogno della bustina protettiva, i loro libri si auto proteggono, il gene della manutenzione ordinata li custodisce.