J D Salinger

"It’s everybody, I mean. Everything everybody does is so – I don’t know – not wrong, or even mean, or even stupid, necessarily. But just so tiny and meaningless – and sad-making. And the worst part is, if you go bohemian or something crazy like that, you’re conforming just as much as everybody else, only in a different way."

J.D. Salinger, Franny and Zooey

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Io sono sorda

Io sono sorda. Lo so che a trent’anni uno non dovrebbe, ma mi sono convinta di esserlo. Allora, ho due teorie: o sono sorda, o sono distratta. Anzi, tre sono le cose: o sono sorda, o sono distratta, o il mio cervello ha un meccanismo interno autonomo che seleziona i rumori, le voci, i suoni. Le voci antipatiche, per esempio, il mio cervello semplicemente non le sente, le deseleziona dai suoni percepibili, ne attutisce il timbro, la tonalità si confonde, si monotonizza, cosicché il risultato è che io avverto un rumore – sì, qualcuno mi sta parlando in effetti – ma io non sento, non sento. Che dice? Questo per esempio mi capitava con una mia collega che, quando lei parlava, il mio cervello si desintonizzava completamente, si addormentava, assumeva uno stato di stupore soporifero tale da farmi dire una volta: ahh, L. mi fa l’effetto di un post-orgasmo (addormentamento fulmineo).
Un’altra ipotesi è che, siccome il mio corpo, il mio cervello e il mio cuore sono tre elementi sconnessi tra loro, nel senso che non si parlano, il mio cervello allora, quando si accorge che il mio cuore non l’ascolta, allora dà dei segnali al mio corpo di avvertirlo in qualche modo che le cose non funzionano. Lo so che questo dovrebbe essere un meccanismo volontario, ma ho pensato che in me non lo è, per cui il mio cervello si è premunito di un sistema subconscio di messaggi subliminali che mi avvertono quando sto facendo qualcosa che vada contro la mia stessa volontà. Mi spiego. Se per esempio esco con qualcuno che mi convinco che mi piace ma dentro di me non voglio ammettere che mi fa schifo, allora il mio cervello fa una cosa strana che per farmi capire che non èèèèè, allora mi chiude i condotti auricolari, cosicché io non capisco che cosa dice: e allora un dialogo si riduce a poche battute poco felici: “Cosa hai detto? Cosa? Non ho capito, cosa? Cosa? Cosa”? Nel frattempo dentro di me si svolge un dialogo poco più vivace ma pur sempre sulla stessa linea: “Che cazzo sta dicendo questo qui? Perché non capisco che dice, in che lingua sta parlando? No, è italiano, allora è l’accento, ma perché non capisco? Forse sono distratta, forse mi distraggo sui dettagli e perdo il senso globale, forse è l’emozione, cazzo, l’emozione”. Così quando dovrei ridere non rido, quando dovrei rispondere dico “cosa?” almeno tre volte, e poi alla fine ci studiamo tutti e due e io capisco che forse era il mio cervello che mi mandava i messaggi subliminali e che in effetti, forse, aveva ragione).
 Comunque. A scuola non sento i ragazzini, mille volte devo farmi ripetere che cosa hai detto? Mi sono detta: ma che io sia proprio così distratta che non ascolto quando mi si parla??? Allora sono andata dalla dottora e le ho detto: mi sa che sono sorda, che dice lei? E lei, dopo aver riso, mi ha prescritto la visita audiometrica e la visita otorinica. E io ho pensato: ridicola, con tutta la gente che sta male veramente…
Comunque, fatto sta che il giorno dopo trovo nella cassetta della posta un volantino pubblicitario che mi dice: vieni all’amplifon e ti facciamo la visita gratuita! Ho pensato: allora mi sa che sono sorda sul serio e dio lo vuole che io mi faccia curare…vabeh. Vado all’amplifon entro e domando: sono troppo giovine per fare una visita? Sì lo so che trenta non sono poi così pochi, ma la realtà è che paio sedicenne ancora.. E il tizio solo in questo studio deserto mi dice: ma nooooooo, certo si accomodi, venga che le facciamo tutto il trattamentoooooo… Tra l’altro in vetrina si diceva che a chi fosse venuto per la visita gratis gli avrebbero dato un regalino, io ho pensato che bello mi danno anche il regalino, ma mi sa che lo danno solo a quelli sordi veramente. Fatto sta che ho un condotto auricolare: pulitissimo (orgoglio-cottonfioc) e un udito pari a una persona leggermente raffreddata ma assolutamente nella norma. Dunque avevo ragione io, non sono sorda, è tutta colpa del fatto che cuore-corpo-cervello non si parlano se non sento. Non per niente ogni due settimane passo in officina.
 

Blankets

Ieri era il treno, la neve, il tempo che si dipanava vagone dopo vagone, città dopo città, la nostalgia che si allungava come il fumo della locomotiva che mi trasportava lontano. Anche se in realtà era solo un intercity, ma così buia la notte fuori dal finestrino, benchè fossero solo le sei del pomeriggio, così bianca la neve, nel nero buio della sera, così vuoto il paesaggio come i pensieri miei, che forse era quello l’intercity del tempo, che invece di infilarsi nello spazio vuoto della pianura padana, si infilava silenzioso nello spazio vuoto del tempo, riportandomi indifferente indietro nella mia infanzia, o trascinandomi avanti, nel mio futuro, dove i miei nipotini del resto mi stavano aspettando, impazienti, per ricevere i regali dell’epifania. E in effetti di questo si trattava. Ma il mio stato di salute febbricitante e la parodica angoscia di chi sempre parte hanno dato a questo viaggio pomerdiano carattere onirico e fantasioso, cosicchè stamattina mi sveglio e non so bene dove mi trovo. E nel sogno e nel sonno di questo viaggio bianco e buio e nella culla calda e soporifera del mio scompartimento affollato del vagone 6 ho letto questo libro che si chiama Blankets di Craig Thompson.
A me già il titolo piaceva perchè blankets sono i ricordi di questo giovane autore, i ricordi che lo avvolgono come coperte protettive e calde. Blankets. Le coperte di lana, il plaid scozzese in cui ti avvolgi tutto quando leggi il tuo libro sul divano, tisana bollente appoggiata per terra sotto di te, in attesa che si freddi un po’. Ecco questa coperta calda e confortante è la tua storia, il tuo passato, le tue ferite rimarginate che ti hanno portato dove sei ora. E questo romanzo a fumetti racconta le coperte dell’autore, che qui sono il rapporto con il fratello, le difficoltà con il padre, e soprattutto il primo amore, il primo amore totalizzante e assoluto, l’amore dei diciotto anni, (anche se per alcuni arriva a trenta), l’amore dei “Non ci lasceremo mai” e dei “Fuggi via con me, il mondo non capisce”. E pur essendo un argomento alla moccia, un tema fritto e rifritto – il rischio di banalità è tanto – io non l’ho trovato banale. Uno dei motivi per cui non l’ho trovato banale è che la storia d’amore e il rapporto con la famiglia si mescolano anche alla crescita personale dell’autore e soprattutto al suo rapporto con la fede e il cristianesimo di cui la sua infanzia era imbevuta. Cosicchè il testo si arricchisce di riferimenti all’antico e al nuovo testamento, spunti e riflessioni di un giovane alla ricerca di un suo punto di vista, fatto suo tramite l’esperienza e non perchè affibbiato dal senso comune del paese in cui vive e dalla famiglia che gliel’ha trasmesso. Thompson si distacca progressivamente dalla fede trasmessagli dai suoi genitori ma lo fa con delicatezza e amore per il suo passato, senza disprezzare il peso della tradizione che la sua famiglia ha fatto piombare sulle sue spalle.
A me piace questo modo delicato e rispettoso seppur dissenziente e critico nei confronti della religione, forse perchè mi appartiene di più, che di natura non sono una radicale ma cerco sempre l’incontro possibile tra gli opposti. Ecco allora questo distacco senza disprezzo senza condanne senza risentimenti amari e bestemmiati, ecco io mi ci sento più vicina. Perchè se, anche malgrado te stesso, la religione è il tessuto che ti ha cresciuto per vent’anni della tua vita, non puoi semplicemnte rinnegarlo e far finta che non sia mai esistito, come fanno in tanti. Mi spiace, è parte di te e tornerà sempre, malgrado te, appunto. Tornerà nelle tue parole, tornerà nella natura stessa del tuo pensiero e delle tue emozioni. Allora devi imparare a conviverci, criticamente e consapevolmente, ma ci devi convivere, perchè sei tu, perchè tu sei anche, anche, così.
Io vorrei che il mio passato fatto di lettura della bibbia e di preghiere e di messa e di tutto ciò che mi ha cresciuto e formato e che non posso buttare via perchè è il mio passato la mia infanzia i miei ricordi, io vorrei fossero le mie coperte, quelle che mi avvolgono la sera in divano mentre leggo il mio libro, quelle che ripongo nel cassetto, dolcemente, quando viene caldo, quando l’inverno è passato.
Blankets.

Angurie

Io quest’anno ho brindato con l’assenzio, liscio. Io quest’anno conoscevo una persona sola alla cena di capodanno ma mi sa che era la persona che contava perchè io quest’anno non mi sono sentita per niente sola alla cena di capodanno. Quest’anno. Anzi no. L’anno scorso.

Buon 2010 a chi capita qui.