Cioccolatino

Ripasso in quinta in vista dell’esame di maturità.
– Allora ragazzi, abbiamo parlato di Joyce, chi mi sa dire che cosa si intende per “epiphany”?
– Ah si prof. “epiphany”, quella del cioccolatino!
– …
(processo mentale sottostante: Joyce- Epiphany- Proust- Madeleine – Cioccolatino….Epiphany = Cioccolatino)

my oh my

Una parte di me vorrebbe intitolare questo post: Come ottenere un dottorato immeritatamente. Ma ho deciso di ascoltare quell’altra parte di me che dice: “Ce l’hai fatta sii felice!”

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La mattina del 23 febbraio non ero così tesa e preoccupata come pensavo. Sarà stata la cura di due valeriane al giorno osservata accuratamente da una settimana. Sarà stata la rassegnazione con cui il condannato a morte accetta la sua sorte il giorno dell’esecuzione. Sarà stata anche la fioca consapevolezza che nel giro di poche ore tutto sarebbe stato compiuto. Nel bene o nel male, tutto sarebbe presto finito. Così, se nei giorni precedenti l’angoscia universale aveva toccato picchi di disperazione cosmica e desiderio di morte, quella mattina, l’unica sensazione era quella di una ottusa insensibilità, un menefreghismo latente, un indifferente automatismo. Potrei dire un altero atarassico innalzarmi al di sopra delle meschine preoccupazioni della giornata, come ad una dea che sbadiglia di fronte alle tediosi occupazioni dei mortali.

Ci ha pensato mia mamma comunque a precipitarmi in pochi secondi a ben più terreni desideri – tipo dare un pugno al muro, scaraventarmi per terra a piangere, o semplicemente imprecare – costringendomi ad un servizio fotografico fino a pochi minuti prima di cominciare.

Mi avevano assicurato che sarebbe stata una discussione piacevole, tra vecchi amici esperti della materia. Forse si sono dimenticati di avvertire una dei tre professori che facevano parte della commissione che a) era una discussione piacevole, amichevole; b) ero io che dovevo fare bella figura, non lei! Dunque la suddetta professoressa ha letteralmente rubato la scena alla nostra e agli altri professori, lanciandosi in interrogazioni relative a disquisizioni teoriche postcoloniali di altissimo livello, sfumature di significato nella scelta terminologica, investigazioni capillari sulla vita intellettuale dei due autori. Interrogazioni sempre più serrate che, pur avendo lasciato senza fiato la nostra, non le hanno comunque impedito di trovare una risposta ad ogni domanda. O per lo meno di non fare scena muta. La nostra ha sempre risposto, ha sempre detto qualcosa ad ogni riguardo. Che poi la sua risposta sia stata pertinente alla domanda, questo lo lasciamo ai posteri di decidere.

La nostra eroina si ritiene soddisfatta di avere sostenuto un’ora e mezza di terzo grado. Dopo ben più semplici e informali domande da parte degli altri due commissari, i tre si sono ritirati nelle loro stanze per deliberare il verdetto. Mentre la nostra sentiva soltanto ora l’adrenalina salire salire nelle sue vene, facendola sentire improvvisamente onnipotente e bellissima, i tre commissari la richiamarono nella sala dove, al cospetto di una claque di tutto rispetto – una mamma e un neo marito – la nostra è stata ufficialmente proclamata Dottore di Ricerca in Lingue Culture e Società.

Usciti dal dipartimento, la città Lagunare l’ha accolta in un tripudio di sole e calore primaverile, nel quale l’eroina del momento si è tuffata, soltanto ora godendosi il sollecito utilizzo materno della macchina fotografica.

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Sorella e nipotina l’hanno raggiunta giusto per l’aperitivo a campo Santa Margherita, luogo in cui la nostra aveva festeggiato la sua laurea, E in questo doppio festeggiamento – del dottorato e di avere in una magica mattina di febbraio accanto a sé gli affetti più cari – la nostra si è semplicemente sentita molto felice.

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La lista dei desideri

piccolo emblema di felicità futura

piccolo emblema di felicità futura

Dopo ore e ore di studio e ripetizioni assidui, ore sottratte indebitamente al rigoroso dovere scolastico, la nostra si regala un piccolo momento di pausa per fare un elenco delle esplosioni di libertà che costelleranno la sua nuova vita PhD-free che comincerà tra poco, molto poco, tre giorni:

– fine settimana fuori casa: visite a città del Lazio, paesini nei dintorni, domeniche passate mollemente a ciondolare in qualche quartiere sconosciuto della nostra amata citta;

– più mostre, più musei, più parchi, più passeggiate; più installazioni, più festival musicali, più concerti;

– più discoteca! Swing e Lindy Hop preferibilmente;

– più cose nuove mai fatte prima: una lezione di arrampicata, una domenica primaverile a camminare in montagna, un corso di fotografia, uno di lindy hop e uno di tip tap (dovevo fare la ballerina);

– più weekend con gli amici: cene a casa, uscite serali, cinema insieme e più weekend con le amiche: shopping, aperitivi, e bevute di birra serali.

– più creatività: arredare questa casa, sviluppare un po’ di foto da attaccare sulle pareti, comprare delle cornici, imparare a usare il trapano,fare più foto, f recuperare la scatola del craft che è rimasta nella palude veneta.

– Leggere più libri: italiani, di inchiesta,  i francesi, quei libri che ho sempre messo da parte perché ‘non c’entravano con la tesi’.

– Oziare: oziare in casa, in pigiama, distesa a letto, specialmente se è domenica mattina.

Here comes the sun (notate il luminoso ottimismo di questo titolo che invece di soffermarsi sull’angoscia esistenziale del presente, prefigura un futuro vicino di liberazione e spensieratezza)

Discussioni di alto livello tra me e la bottiglietta d'acqua

Discussioni di alto livello tra me e la bottiglietta d’acqua

– Il giorno della discussione è minacciosamente vicino, alla soglia direi, foriero dei più terribili incubi notturni, notti insonni, tachicardie insopportabili, attacchi d’ansia e senso di morte e devastazione universale. L’avvicinamento del giorno temuto è stato accompagnato da studio folle ed agitato, ma soprattutto da picchi di nervosismo e angoscia esistenziale, trovando infine una definitiva valvola di sfogo nello studio della preside, una mattina, dove, con occhi colmi di lacrime e singhiozzi mal trattenuti, la dottoranda fiammiferaia ha dato sfogo al peggio di se stessa, terminando la sua disperata condanna a morte con un: “Non ce la faccio. Dammi due giorni di permesso per studiare.” Giorni che le sono stati accordati con forti abbracci, incoraggiamenti e consolazione e soprattutto con un accomodante e cauto: “Stai tranquilla,” che come un mantra, colleghe, preside e vicepreside tutte mi stanno ripetendo, con voce sottile e suadenti. Temono un esaurimento nervoso.

Non sanno che sono sempre così.

– la dottoranda fiammiferaia è molto in ansia, soprattutto ha paura che l’emozione la rincoglionisca e non sappia più nè parlare inglese nè ricordare cosa ha scritto sulla tesi. Però si è presa un meraviglioso vestito, un cappottino rétro, e soprattutto un cappello a bombetta che, una volta terminato l’incubo, farà innamorare tutta Venezia.

– La dottoranda fiammiferaia si è anche fatta un regalo di dottorato. Per sancire la libertà appena conquistata, nonostante l’esito dell discussione, la nostra andrà a sciare, un’attività che la riporta indietro nostalgicamente ai ricordi di infanzia e che ha intensamente desiderato per molti molti anni.

– La dottoranda fiammiferaia ha una lista di cose che vorrà fare quando sarà finalmente libera, quando lavorare solo a scuola le sembrerà pura vacanza, quando i weekend non dovrà stare alla scrivania a studiare a scrivere. Spera tanto che non siano solo illusioni.

La tesi termina

Mi soffermo spesso a riflettere sul da farsi.

La tesi termina. Sgocciola a piccole dosi le ultime cose da fare. Minime correzioni. Un rientro eccessivo, un plurale poco consono, una frase superflua. Centellino il tutto. Un giorno riguardo, un giorno mi riposo, non accendo nemmeno il computer. Mi convinco che quel che è fatto è fatto. E’ finita. Sorvolo consapevole sulle lacune. Alcune, poche, sono presenti. Mi riprometto di schematizzare, ripetere, sottolineare, rileggere. Più tardi. Non ora.

Porto tutto a stampare. E’ voluminosa, imponente, ne vado orgogliosa. Lunedì a Venezia, firme di tutor e coordinatore. Poi va consegnata.

La tesi termina.

E io mi ritrovo a chiedere di me. A rendere conto. A ritornare col pensiero, alle ore passate al computer, quando la tesi si scriveva da sola. E a domandarmi cosa farò di quelle ore tra poco, quando non dovrò più nemmeno schematizzare, ripetere, sottolineare. Rivado a quei momenti e cerco di formulare in misura esatta la percentuale di stress che quel tipo di lavoro mi suscitava, e a fare dei calcoli su quello stress, a chiedermi quanto abbia voglia di sopportarlo, in futuro, uno stress simile.

E non riuscire a decidere. Non riuscire a decifrare, a distinguere la percentuale di benessere, soddisfazione, passione, dalla percentuale di angoscia, ansia, insofferenza. a volte sbilanciarmi, pensando, dopo tutto, ma chi stava meglio di me, a casa sua, a scrivere. Ed è vero che sono arrivata al termine perfettamente in tempo, con calma, senza corse finali, e che già che mi avanzava un pochino di tempo, mi sono anche sposata, organizzando un matrimonio non certo in grande stile, e non perfetto, ma felice. E sono partita, senza farmi mancare nulla, la luna di miele, sedici giorni, in California. E la tesi ora è pronta, le sue belle tre copie stampate, sono di là. Pronte. E forse la vita non è stata così male in questi anni.

E ora oltre a consegnare la tesi, compro casa. A Roma. E seguo l’acquisto, e accendo un mutuo. E riesco a fare tutto. Nonostante la tesi, la consegna, il termine. Forse riesco a fare tutto, forse.

Ma non lo so. Non se sono sicura.

La tesi termina. E io non lo so bene cosa farò.

Questi ultimi giorni di lavoro sulla tesi li affronto a colpi di birra

Questi ultimi giorni di lavoro sulla tesi li affronto a colpi di birra. Oramai il bicchiere semivuoto è diventato il mio compagno di riscrittura, correzione, impaginazione, ripensamento, rielaborazione. Manca poco. Tra quindici giorni devo consegnare una versione definitiva in pdf per un’ultima rilettura del professore. Poi ho altri quindici giorni per la consegna definitiva. Ho tanto lavoro di scuola, e il poco tempo che mi rimane da dedicare alla tesi lo trascorro ebbra.

Bene così.

Lunedì scorso sono stata a ricevimento dal prof. Mi dice, sai che c’era Jacobson oggi a Venezia? Sai che ha partecipato con noi al capodanno ebraico? sai che ha pubblicato un libro nuovo? ce l’ho a casa, me l’ha autografato.

Grazie prof della considerazione che hai per me dopo quattro anni di lavoro insieme. Una copia firmata anche per me ci potevi pure pensare. Eppure lo so che mi vuoi bene. E’ solo che non hai capito quanto ci tengo. Mi hai fatto la domanda fatale che mi domandano tutti i venerdì in officina: “Ma sei felice di questo lavoro? sei soddisfatta della tua tesi? Sei felice delle belle notizie che ci dai?” E lì ho capito che tu, di me, non hai capito niente. E mi rendo conto che sia difficile. Ho una certa difficoltà a esprimere sentimenti quali: gioia, affetto, soddisfazione, felicità. Non rientrano nella mia gamma di colori. Però, se un pochino mi osservavi, quelle volte che ci siamo visti, caro professore, ti saresti accorto di uno sguardo un po’ più brillante, di un sorriso mezzo celato, di un tono di voce imbarazzato ma orgoglioso.

Ma non importa. Con la birra e tanta pazienza si risolve tutto.

La storia della piccola fiammiferaia dottoranda

La storia della piccola fiammiferaia dottoranda si sta per concludere. No, avete ragione, non parliamo troppo presto. Nella mia mente intravedo già nuovi scenari di orrore e vergogna. Una discussione fallimentare, un’umiliazione pubblica, un rigetto da parte del mondo accademico tutto, un’espulsione dagli atenei di tutto il mondo. E così via. Non si sa mai. Non parliamo troppo presto. Quello che posso dirvi è che anche l’ultimo capitolo, che poi è il primo, è stato scritto, terminato, completato. Ora attendo che il professore lo legga e mi dica che fa schifo e va rifatto da zero. Ovvio. Ma se tutto dovesse andare come fin’ora, non mi dirà quasi nulla e a parte una vigorosa rilettura dell’intero lavoro, entro il 31 ottobre questa tesi, questo lavoro di 4 anni e mezzo, verrà finalmente consegnato. Poi, da dicembre a febbraio, la discussione orale. Quella degli scenari apocalittici di cui sopra.

Nel frattempo sono stata quasi obbligata a prendere 6 ore in più in un’altra scuola. Due terze medie. Molta fatica, molta angoscia per il tempo che non dedico alla tesi e alla mia scuola, quella di sempre, come se in questa scelta quasi obbligata (e dalla mia situazione economica che versa al disperato e per altre questioni più personali) si consumasse un qualche tradimento esistenziale.

Sempre nuovi spunti di riflessione da portare in officina, come vedete.

A scuola ho cominciato con la prima media. Gli ho insegnato che l’insegnante in classe non si chiama ‘teacher’, ma Miss… e poi mi sono corretta. In effetti ora mi devono chiamare Mrs, e non più Miss. Potere di un anello al dito. La cosa mi fa sentire alquanto invecchiata e opterei per un ben più giovanile Miss, o Ms. In compenso la mia collega mi ha chiesto se mi sono fatta il botolino. Hai la pelle di luna, mi ha detto. Aspetta ancora un mese, le ho risposto.