La lista dei desideri

piccolo emblema di felicità futura

piccolo emblema di felicità futura

Dopo ore e ore di studio e ripetizioni assidui, ore sottratte indebitamente al rigoroso dovere scolastico, la nostra si regala un piccolo momento di pausa per fare un elenco delle esplosioni di libertà che costelleranno la sua nuova vita PhD-free che comincerà tra poco, molto poco, tre giorni:

– fine settimana fuori casa: visite a città del Lazio, paesini nei dintorni, domeniche passate mollemente a ciondolare in qualche quartiere sconosciuto della nostra amata citta;

– più mostre, più musei, più parchi, più passeggiate; più installazioni, più festival musicali, più concerti;

– più discoteca! Swing e Lindy Hop preferibilmente;

– più cose nuove mai fatte prima: una lezione di arrampicata, una domenica primaverile a camminare in montagna, un corso di fotografia, uno di lindy hop e uno di tip tap (dovevo fare la ballerina);

– più weekend con gli amici: cene a casa, uscite serali, cinema insieme e più weekend con le amiche: shopping, aperitivi, e bevute di birra serali.

– più creatività: arredare questa casa, sviluppare un po’ di foto da attaccare sulle pareti, comprare delle cornici, imparare a usare il trapano,fare più foto, f recuperare la scatola del craft che è rimasta nella palude veneta.

– Leggere più libri: italiani, di inchiesta,  i francesi, quei libri che ho sempre messo da parte perché ‘non c’entravano con la tesi’.

– Oziare: oziare in casa, in pigiama, distesa a letto, specialmente se è domenica mattina.

A brand new day

Davanti a un giovane notaio con la battuta pronta e disinvolto nella sua più completa onnipotenza, un’ agente di banca gentile ma un po’ pasticciona, tre voluminosi assegni nascosti gelosamente in borsetta; seduti accanto alla giovane coppia di venditori a cui abbiamo praticamente dichiarato il nostro amore eterno e indefesso (“va bene, ci state vendendo la vostra casa, ma a parte questo, volete diventare nostri amici? ci piacete tanto, ci vediamo ancora? e a proposito, non abbiamo soldi per arredarla questa casa, vi prego, lasciateci tutto quello che c’è dentro…”), abbiamo finalmente venduto le nostre anime alla banca, che le custodirà gelosamente per trent’anni concedendoci in cambio la generosa facoltà di alloggiare in questa casa scelta da noi, ma comprata da loro, nella quale vivremo per qualche anno dormendo per terra, cucinando su un fornelletto da campeggio e riscaldandoci al calore delle candele che ci serviranno per illuminarla. A meno che Ikea non abbia pietà di noi e avvii qualche promozione su cucine e camere da letto.

Abbiamo finito tutti i soldi.

Nel giro di un mese dobbiamo fare quel poco di lavori che ci sono, traslocare e trasferirci. Lasciamo questa casetta in cui siamo stati per cinque anni, tra muri gocciolanti, cucine unte e cadenti, letti di quarta mano, mobili degli anni cinquanta e, negli ultimi due mesi, una serranda rotta. Non c’è stato feng shui che tenesse. Eppure, ci mancheranno: le finestre enormi e la tanta tanta luce che ne entrava; il balcone lunghissimo; il senso di libertà della nostra vita senza contratti, senza residenza, senza nomi, senza definizioni precise; i vicini di pianerottolo; la amministratrice logorroica ma simpatica; la palestra davanti casa; la strada silenziosa ma vicinissima a supermercati, negozi, fermate di metro e bus.

Ci allontaniamo un po’ e non avremo l’ascensore. Ci vorrà un po’ per abituarci, come per tutti i cambiamenti, e ci inoltriamo silenziosi in questa dimensione un po’ nuova per noi, dove le cose prendono forma e hanno un nome, dove per realizzare i desideri bisogna faticare molto, dove la felicità ripaga la fatica, dove le cose pur prendendo un nome sono in continuo movimento, e sempre nuove.

Un’estate

Mi sono laureata il 25 ottobre del 2004. L’anno che seguì, non feci granché. Avevo venticinque anni. Ero libera, il mondo e la vita davanti a me, nient’altro che l’imbarazzo della scelta. Andai tre giorni ad Amsterdam a fare l’interprete presso una fiera di prodotti marittimi. Andai ad un laboratorio di tre giorni a Verona, organizzato da MLAL, movimento laici America Latina, sperando di poter partire con loro per una esperienza di volontariato all’estero.  Poi non partii con loro. Ma in America Latina ci andai lo stesso, a Quito, in Ecuador, con un’amica. Rimanemmo due mesi, lavoravamo al doposcuola di una missione. Ci prendemmo anche una piccola vacanza, tre giorni alle porte della foresta Amazzonica. Viaggiammo un po’, qua e là. Valle Hermosa, come dice il nome stesso, ci colmò di colori, profumi, rumori per molti giorni a venire, dopo il nostro ritorno.

Tornata da questo lungo viaggio, mi rimisi a studiare, letteratura italiana questa volta. A settembre, infatti, avrei dovuto partire per Dublino, per lavorare nel dipartimento di italiano dello UCD come assistente di lingua, e per fare un dottorato. Ma era uno studio tranquillo, senza scossoni, senza paure. Quando arrivò l’estate, ero rimasta senza amici e senza contatti nella palude veneta. Capita così, a volte, quando uno non si sente a casa da nessuna parte. Quell’estate però, fu forse una delle più serene della mia vita. Non la più felice, no. Ma credo, la più serena, senza pensieri, senza ansie.

Lavoravo, come tutte le estati, in piscina come istruttrice di nuoto. L’ho fatto per dieci anni. Credo sia il lavoro più bello che esista, all’aperto, sotto il sole, in costume, coi bambini. Quell’anno mi pagavano parecchio, ed eravamo una bella squadra. Così, dalle 9 all’una, e a volte anche il pomeriggio, stavo in acqua, coi bimbi, Ma la cosa che mi interessa raccontare era il pomeriggio. Il pomeriggio smettevo i panni della istruttrice, mi rivestivo e andavo alla segreteria della piscina. Lavoravo lì fino alle sette di sera. Tutti i giorni. Era un lavoro semplice, bisognava iscrivere i nuovi bambini ai corsi, trattare con i genitori, far entrare gli ospiti del pomeriggio, organizzare i nuovi corsi. Ero impegnatissima. Ma era semplice. Io, in quei mesi, non ho pensato a nulla. Facevo quello che dovevo fare e basta. Stavo in piscina tutto il giorno. Trattare con le persone era facile. Ho dei modi naturalmente gentili, e la gente è normalmente ben disposta nei miei confronti. Era facile essere gentili, perché non era un lavoro faticoso.

Ecco, ultimamente penso che forse avrei dovuto fare un lavoro così. Un lavoro quasi meccanico, senza grandi pretese, dove le ore trascorrono, e tu ti senti utile, ma non attaccato, non in pericolo, non sotto esame.

Alle sette andavo un po’ al mare, poi tornavo a casa, con la mia bicicletta rossa. Cenavo con la mia mamma, e insieme guardavamo un film. Mi sentivo sola, sì. Però non stavo male, era tutto molto  regolare, molto tranquillo.

Poi a settembre partii. Quella fu l’ultima estate di lavoro in piscina.

Una giornata come tante altre

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Arrivo a Dublino da sola. Il cielo è azzurro e limpido mentre scendo gli scalini dell’aereo. Mi tolgo la giacca, il giacchino, resto con una maglietta senza maniche bianca.  Prendo l’AirCoach, scendo al Trinity. Ho prenotato una stanza negli appartamenti del College. Passo all’Accomodation Office, mi danno la chiave. Mi portano all’appartamento con un furgoncino. Chiacchiero con lo studente che guida, un ragazzo che studia musica al Trinity. Arrivo alla stanza, mollo i bagagli, mi lavo i denti e riesco. Incontro lo scrittore. Ci vediamo davanti alla Berkeley Library, prendiamo qualcosa a un cafè, e andiamo a stenderci al parco del Trinity. Non c’è una nuvola. Il caldo è confortevole. Distendo le gambe sull’erba verde, poi le tiro su, appoggio la testa sulle ginocchia.

Con lo scrittore parliamo di libri, di teatro, del mondo dell’editoria e del mondo dell’insegnamento. Parliamo anche del mio dottorato, ma io molto abilmente indirizzo il discorso verso altri lidi. Il mio inglese scende giù come un ruscello a primavera. Non sono più io. Scopriamo che due giorni prima abbiamo comprato un libro dello stesso autore semi-sconosciuto italiano, libro che io ho in borsa. Parliamo di Roma. Andiamo a prendere la sua bicicletta, ci salutiamo.

La stanchezza mi appanna i contorni. Passo il resto del pomeriggio a St Stephen’s Green a leggere. Poi mi muovo. Mangio qualcosa al volo, vado al cinema a vedere l’ultimo film di Sofia Coppola. Mi sento parte della città, mi sento del luogo. Non sono una turista. Abito qui. Rientro al Trinity. Passeggio tra i viali e palazzi al buio, deserti, ogni tanto un’ombra passa – forse uno studente, forse un fantasma. Fotografo il buio, fotografo le ombre. Intravedo due piccole volpi che giocano – si fermano, mi guardano. Passa la Dart sopra la mia testa. Parte direttamente da Pearse Station, che luccica di oro nero proprio davanti a me, oltre i cancelli del college. Si allontana la Dart, c’è silenzio. Salgo gli scalini dell’appartamento, entro nella mia stanza. Scatta il lucchetto alle mie spalle.

Sogni, frutta e il famoso monumento di Verbania

– Sogno che l’ottico che mi deve misurare la vista mi fa un lungo massaggio sulla schiena. Sogno che cammino su un meraviglioso campo di grosse e mature fragole rosse che però si intravedono soltanto perché sono coperte da una spessa coltre di neve bianca. Sogno che un bambino cade dal treno, credo di essermi svegliata urlando. Sogno che una mia amica vola via appesa con un dito al filo di un aquilone; io sono in treno, la guardo svolazzare atterrita. A un certo punto pare che l’aquilone cada, e lei rimanga investita sotto il treno; ma dopo pochi secondi rieccola lì, a svolazzare, precariamente appesa ad un aquilone. Chiamo la polizia, i pompieri. Lei scompare tra le nuvole.

Potete capire con che umore mi sia svegliata stamattina.

– Ho un grande desiderio di fragole e di peperoni, le fragole le sogno perfino di notte. I peperoni stanno a 2 euro e 50 al chilo ma oggi li trovo a 1 euro e 30. Gialli e verdi, grossissimi, ne prendo quattro. Er fruttarolo s’allarga. Prendo due cestine di fragole di Terracina, me ne regala una in più. – Ma ‘ndo vai la mattina quanno te vedo? e oggi nun ce vai ar lavoro? Ma che, ce l’hai er ragazzetto?

– Mi preparo ad affrontare una gita scolastica di lunghissimi quattro giorni e lunghissime tre notti ad altissimo contenuto didattico-culturale a… Saint Moritz. No, non è la settimana bianca, no. La vice preside deve comprare i pensierini per i parenti. Il monumento più importante che visiteremo credo sarà la statua ai caduti nella piazza di Verbania, meta ambitissima di migliaia di turisti e centinaia di classi in gita, e di cui voi tutti avrete sicuramente sentito parlare.

La codina svizzera

Il soggiorno germanico ha avuto una sua codina svizzera, giusto cinque giorni per poter dire che anch’io ho fatto vacanza (i soggiorni parentali non valgono come vera vacanza). I fatti rilevanti sono stati i seguenti:

– le due settimane germaniche sono state distensive, simbiotiche, patologiche in questo modo tutto nostro femminile di entrarci nella mente in forma complicatissima e non so fino a quanto salutare di contemporaneamente amica sorella figlia mamma. Salutarci è stato come sbalzare improvvisamente l’una fuori dal corpo dell’altra, un dolore e un sollievo insieme.

– l’Irlanda, la Sardegna d’inverno e ora la Svizzera mi fanno sospettare un’inaspettata tendenza bucolica: a quanto pare i luoghi verdi, mucca-forniti – con o senza campanaccio – e i paesaggi verticali – ondulati o appuntiti che siano – rilassano molto, procurano buon umore, appetiti vari, energia positiva a grande voglia di fare.

– Molte delle mie frasi in territorio franco-svizzero suonavano più o meno così: “quando stavo in Sud America”, “quando andavo a sciare”, “quando ho fatto il cammino di Santiago”, “quando abitavo da sola”, etc. la qual cosa ha provocato probabilmente odio diffuso e generale nei miei confronti, ma anche un raro senso di onnipotenza e megalomania da parte mia.

– ho rispolverato l’amato francese dopo anni e anni e anni di negligenza. Qualcuno mi ha detto che lo parlo quasi senza accento… cosa probabile visto che snocciolo una parola ogni quaranta secondi. Quando arrivo alla fine di una frase, la conversazione è già morta da un pezzo e la gente è già andata a dormire. Bisogna anche dire che alla boulangerie dopo aver sciorinato il mio francese per prendere una quiche, mi hanno detto: forse è meglio se parliamo inglese…

– in armonia con la tendenza di queste ultime settimane, anche la vita di cantone è stata contrassegnata da violenti scoppi d’ira, improvvisi e brevi come temporali di fine estate. Il meccanico dice di non preoccuparmi, è parte del processo. Io cerco di non preoccuparmi, anche se i ricettacoli di tali ire danno segni di cedimento.

Il giusto squilibrio

Mi trovo momentaneamente a soggiornare in una calda cittadina nel mezzo della Germania, attraversando in sandali e maniche corte le stradine fintamente medievali che portano al centro. Prendo l’autobus e vado in biblioteca, una biblioteca grandissima che apre alle otto e chiude a mezzanotte, dove le fotocopie costano 3 centesimi e dove si possono scannerizzare libri interi nella propria chiavetta usb a 1 cent la pagina. E’ il paradiso di noi piccoli  dottorandi sfigati che passiamo le vacanze studiando. Ogni tanto mi arrivano dei messaggi di parenti e amici: Buone Vacanze! mi dicono. Non hanno capito che passare le giornate dentro una biblioteca a studiare, in Germania come in Italia, non è esattamente vacanza.

Che poi voi mi direte, ma tu non eri un’anglista? e in Germania, che ci sei andata a fare? E avete pure ragione, perspicaci come siete. In Germania ci sono andata perché le fotocopie costano meno, e poi fa caldo e la sera si passeggia a maniche corte, e perché i libri, che li prenda in Irlanda, o in Germania, sempre quelli sono.

Io e la mia amica siamo due mostri. Quando ci mettiamo a studiare, non ci ferma nessuno, siamo due carriarmati, due soldati. Io non mi fermo nemmeno a fare pausa, rimango seduta tre, quattro ore allo stesso tavolo, e mi dimentico di tutto. Studio e basta. Poi arriva l’ora del pranzo, e allora ci scateniamo. Parliamo, parliamo parliamo, fitto fitto, pare che non parliamo con qualcuno da dieci anni, pare che dobbiamo raccontarci tutta la vita, e in effetti ce la raccontiamo, ci analizziamo, psicanalizziamo, ci spieghiamo le tesi, i libri che abbiamo letto, le teorie su cui ci basiamo, parliamo di professori, di uomini, di capelli, di cibo. Parliamo senza fermarci un secondo, prendiamo a malapena il respiro, andiamo in apnea. Prendiamo il caffè, ci rimettiamo a studiare.

La sera, poi, è fatta per chiacchierare ancora, senza tregua. E’ molto piacevole. Io, mi sa che durante l’anno parlo troppo poco, poi con la mia amica con cui vado all’estero mi sfogo.

Oggi ho scoperto che i tedeschi mentre studiano si tolgono le scarpe, e poi girano per la biblioteca a piedi nudi, come se nulla fosse. Domani lo faccio anch’io.