buon natale buon natale perchè sia quello vero e ti porti il sorriso e la gioia di un dono

il Natale è una festa che ormai si è molto perso il suo valore. Il Natale forse possiamo scriverlo con la lettera minuscola ormai. Il natale c’è chi parte e c’è chi resta. Il natale fa rima con fatale, fa rima con letale. Il natale è la festa dei bambini, così gli adulti hanno una scusa per non guardarsi, non conversare, non interagire. A natale i bambini portano la gioia. Gli adulti nel frattempo, si stancano, si stressano, gli viene la depressione natalizia, l’indigestione, e il crollo di stanchezza. A Natale c’è il pranzo di natale.

A casa mia il pranzo di natale comincia alle ore 16 del pomeriggio. A casa mia, quando si arriva a casa della zia all’una per il pranzo natalizio, suoni al citofono e a casa non c’è nessuno. La casa è vuota.  A casa mia rimani sotto casa di zia davanti al cancello chiuso sotto la pioggia con appresso il trolley dei regali per circa un’ora.
Oh, dove saranno tutti e sette i miei parenti?Ora vi spiego. L’anno scorso era successo che gli zii erano andati alla messa di mezzogiorno a s maria maggiore. Non lo sapevano che durava due ore e poi c’era da recuperare la macchina parcheggiata a due chilometri e poi il traffico etc.

Quest’anno c’è stato invece che la prozia di novant’anni che attende tutto l’anno per mettersi un maglioncino nuovo e venire al pranzo di natale per rivedere i parenti lontani, abbia deciso, la mattina di natale, di togliersi un bel callo che si trovava sul mignolo del suo piedino di fata. Che fa la vecchina previdente? Prende una bella forbicetta e…zac!, via il callo! Semplice no? Peccato che gli zii, andando a prendere la vecchina sbadata, l’hanno ritrovata in un mare di sangue, sangue dappertutto, in corridoio, nella vasca da bagno, in cucina, ovatta insanguinata sparsa ovunque, etc. Ebbene, dopo il primo shock iniziale da tragedia imminente, si è invece dovuto provvedere a cicatrizzare la ferita sanguinolenta, e trasportare la zietta sana e salva, magari in pantofole, all’agognato pranzo natalizio, a cui siamo poi approdati tutti, affamati, ma felici. Tanto felici.

(post scriptum: il trolley di regali? una valigia intera intendi? ebbene sì, ogni anno per uno strano crescendo di cui non mi sono ancora spiegata il funzionamento arcano, i regali natalizi, da iniziali pensierini, stanno prendendo proporzioni mostruose, sempre più grandi e costosi, sempre più pesanti e ingombranti, sempre più preziosi e originali (perchè sai, dopo anni, ma cosa puoi regalare che tu non abbia già regalato?), tra un po’ questi regali diventeranno tanto grandi e tanto tanti che ci si ingoiano a tutti e sette i parenti miei… e non è che abitiamo next door…no, per ritrovarci sono ore e ore di treno o di macchina, con pacchi e pacchetti appresso che tra un po’, davvero, prenderanno il sopravvento, si mangeranno la mia famiglia e banchetteranno al posto nostro, anzi no, tra un po’ saranno loro (vari ben ten, e barbi e gormiti vari) a impacchettare noi e darci via come originali pacchetti regalo per babybarbi e baby hello kitty)
Buon Atale!

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di officine, bastonicini findus, uomini senza faccia, e cinemi

laughing to keep from crying
 

Qualche tempo fa, ritrovandomi alquanto depressa e scoraggiata, e le pasticche per l’autostima il supradyn e i bastoncini findus non avendo alcun effetto sul mio umore, ho pensato di recarmi all’Irish Film Festa, unico festival italiano sul cinema irlandese, a darmi arie di cultura e intelligenza, mossa dal principio che, se l’appetito vien mangiando, l’autostima, quella cosa sconosciuta di cui mi hanno parlato, dovrebbe venire facendo le cose che ti piacciono e che ti fanno stare bene. Attenzione però, o tu blogger che non sai i fatti di psicologia, attento a scegliere bene la tua attività che ti salverà dalla lacrimuccia facile, non ti cimentare nel bungy jumping se soffri di vertigini, non iscriverti a un corso di scrittura creativa se hai sempre preso cinque al tema di italiano, non darti al karaoke se sei stonato…deve essere una cosa che insomma sai fare già più o meno bene e ti faccia distrarre. Questi fatti di psicologia si possono sapere non solo frequentando l’officina per un tempo imprecisato, ma anche frequentando il corso di psicopedagogia a quella famigerata scuola per diventare insegnanti che è la ssis, che però voi se volete frequentarla, vi dico subito che ora è troppo tardi, l’hanno chiusa. Però se l’avevate frequentata prima di fare i vostri anni imprecisati di officina, queste cose le sapevate di già e vi risparmiavate un po’ di denari. Che poi il problema, sapevatelo, non è di saperle ma di metterle in pratica, perché, sapete, tanto e tanto tempo fa, per un certo periodo, prima di andare in un’officina seria, io mi leggevo i libri di vittorio albisetti, sì avete capito bene, ahimè, vittorio albisetti, che la mia coinquilina ce li aveva quasi tutti e ce li leggevamo insieme e ci dicevamo o com’è bravo lui ha capito tutto, o come ne sa lui di donne nessuno mai o come mi descrive bene sono proprio io, però il problema dei libri di vittorio albisetti era che ti spiegava benissimo come stavi e perché e che probabilmente era perché da piccolo eri caduto e tua madre non ti aveva raccolto subito ma dopo due secondi, e tu ti sei sentito abbandonato, oppure che tua madre ti dava l'olio di fegato di merluzzo perché, povera figlia mia, eri piccola e racchia e ti ci volevano le proteine per crescere ma a te l’olio di fegato di merluzzo ti faceva schifo e ancora non l’hai superata questa cosa di quanto schifo ti faceva, e allora te che non c’hai altro da fare nella vita allora hai deciso di rovinartela tutta quanta per questo motivo qui: e allora è per questo che ti leggi vittorio albisetti e ti senti molto capita e compresa. Ma, dicevo, il problema è che vittorio non ti dice con tutta questa robbba che ci devi fare, cioè dopo che ti ha fatto la sua bella diagnosi e ti ha fatto sentire tanto amata, il libro finisce. Punto, ciao. Comprati anche quell’altro libro.

Come quell’altra signora che non ho mai capito se era una psicologa o una maestrina in pensione che non sapeva come passare il tempo e che insomma mi ascoltava, qualche annetto fa, in un consultorio di volontari che io ci andavo perché appunto non si pagava, ma poi mi è rimasto il dubbio del grado di professionalità di suddetta officina, che ogni volta che mi pareva di dire qualcosa di sensato e mi pareva che stavo raggiungendo l’illuminazione e le dicevo: e insomma allora che devo fare in questo caso? Cioè, è arrivato il momento topico della risposta ai miei problemi: come agire? Ho capito cos’ho, mo che faccio? E lei mi rispondeva con un flemma che volevo tirarle addosso la poltroncina: “ehhhhhh bisogna lavorarci, bisogna lavorarci molto”. Allora te capisci che sapere qual è il problema non ti serve a niente, ti ci vuole anche di risolverlo. Allora se hai tempo e denaro, soprattutto denaro, vai in un’officina, dove ti danno quattro martellate in testa, però alla fine, molto molto alla fine, loro ti riparano e tu stai meglio, anche se c’hai il portafoglio molto più sgonfio.

Comunque tutto sto discorso era solo per dire che l’altra settimana ero andata al festival del cinema irlandese che era alla casa del cinema a villa borghese a darmi arie di coltura e intelligentsia, che pure il taccuino spocchioso per prendere appunti mi ero portata. E pure la mia amica, quella che ancora mi pensa credibile, mi sono portata, per sentirmi un po’ così, una di quelle che vanno alle rassegne cinematografiche, e ne sanno e hanno sempre quell’abbigliamento alla film di Bertolucci, con la sciarpa colorata, e il cappotto di lana cotta e i capelli scarmigliati ma bellissimi. E durante la conferenza, ragazzi se ho preso appunti! Mi sono scritta tutto, però la domanda non l’ho fatta, mo non esageriamo, che voi già lo sapete che io e prendere la parola in pubblico, non andiamo molto d’accordo, non andiamo d’accordo per niente. E quindi niente domanda. 

Però durante la conferenza è successa una cosa. È successo che a un punto sono entrati quattro senza tetto. A distanza di pochi secondi l’uno dall’altra, quasi per non dare  nell’occhio, sono entrati e si sono seduti in quattro punti diversi del teatro. Uno poverino è senza faccia. Lo vedo qualche volta nella metro B. Comunque non è importante questa cosa che non ha la faccia. Loro stavano lì un po’ nel loro modo. Cioè, un po’ parlavano da soli, un po’ si guardavano in giro ruttando, un po’ si stendevano sulla poltroncina. Era pittoresco vederli in quel posto lì, a una conferenza poi, che dici, di solito ci vedi i professoroni, gli esperti di cinema, e quelle giù di morale che hanno bisogno di una siringhetta di autostima. Che ci facevano loro lì? Con le guardie appostate ai lati del teatro, poverini, che appena appena facevano una mossa falsa, quelle li arrestavano subito.
Poi, finita la conferenza ho sentito una guardia che diceva a quello senza faccia: Non ci devi venire qui, hai capito, non ci devi venire! E lui, farfugliando, perché forse non ha nemmeno la lingua, diceva: il film, il film quando è il film? E allora ho capito che loro ci erano venuti, perché, vai a capire come, avevano scoperto che alla casa del cinema danno i filmi aggratis e per loro che non ci hanno un quattrino in tasca, nemmeno per andarci al cine, che in effetti tra un po’ non ce li manco io i soldi per andarci, loro ecco volevano vedere un film aggratis, volevano. Che poi, che film volete che diano alla casa del cinema in una rassegna di cine irlandese? Mo, a me magari piace, ma non è che sia proprio il filmone americano super coinvolgente, a volte sono delle mazzate pazzesche. Però per loro è l’occasione di andare al cine!

Peccato che sono capitati alla conferenza su Joyce….

Per quattro mesi sono stata insieme a un ragazzo. Lui era di roma, ma lavorava in un'industriosa cittadina lombarda, io ancora non mi ero trasferita a roma, lavoravo in quel carcere minorile di marhghera, sì, ve l'avevo detto, la scuola professionale. Ci vedevamo nei weekend, una volta ogni due settimane. In quei mesi mi sono visitata tutte le città venete che in ventiquattro anni non avevo mai visto: verona, vicenza, treviso, asolo, conegliano, bassano, rovigo e così via. Qualche volta prendevo la macchina e scappavo nella cittadina lombarda a trovarlo.
Era una relazione atipica, non abbiamo mai superato la soglia del bacio, appassionato, ma pur sempre solo bacio. Nessun palpamento, davvero. Era un rapporto basato sul dialogo, sulle discussioni, sulle divergenze intellettuali.
Sulle elucubrazioni mentali, direi ora.
Lui aveva dei dubbi. Si struggeva, si tormentava, si torturava. Un io lacerato tra il voglio e il non voglio, tra l'umiltà portata all'eccesso e l'orgoglio furioso, tra l'autolesionismo preoccupante e la mania di onnipotenza, tra l'insolenza più perfida e il senso di colpa più strisciante e meschino.
In tutto questo era anche un genio. Un essere strano, intrigante, un artista incompreso, un asociale fascinoso.
Un giorno mi disse: hai un corpo che mi commuove.
Un corpo che commuove.
Si passava le giornate insieme, si camminava per le città del nord italia e si parlava. Poi però arrivava la paura, il senso di superiorità, l'ansia, la voglia di ferire, il mostro del superio che attaccava entrambi con colpi al di sopra delle nostre forze.
Una sera si era alla cittadina lombarda, a casa sua, io ero lì da parecchi giorni, ma avevo una febbre alta che non mi mollava. Per non essere di peso pretendevo di uscire e fare le cose nonostante la febbre, ma la realtà era che non mi reggevo in piedi (mi ci è voluta una settimana per accorgermi che avevo le placche e che finchè non avessi preso l'antibiotico non mi sarebbe passata).
Dicevo, era una sera di agosto. Io ero a letto. Lui mi odiava.
A un tratto mi sono alzata dal letto, febbre alta. Sono andata in bagno, mi sono lavata la faccia, tolta il pigiama, vestita, messa una fascia in testa e legata i capelli. Non mi reggevo in piedi.
Sono andata in cucina, mi sono seduta al tavolo. Avevo una matita e un taccuino in mano.
Sono andata da lui e gli ho detto, ora parli.
Lui era seduto accanto a me. Ha chiuso gli occhi e ha parlato. Ha parlato per un'ora. Ha tirato fuori tutto ciò che lo preoccupava, tutte le ansie, tutte le paure. Io mi scrivevo tutto. Mi pulsavano le tempie, mi facevano male le giunture. Quando ha finito, dopo un'ora, ho riletto gli appunti, li ho rielaborati mentalmente, ho trovato i nodi, e glieli ho sciolti uno a uno.
Era tutto chiaro, era tutto lì scritto sul taccuino. Dopodiche, lui stava meglio, il mostro era passato. Anch'io tutto sommato stavo meglio, almeno non mi odiava più, almeno fino alla mattina dopo.
Comprensibilmente, non è durata.
Per fortuna.
"120 euro, grazie".
Avrei dovuto dirgli. Era il giusto prezzo della mia parcella.

 

Scrivo poco scusate, l’autocensura mi gioca brutti scherzi.

I’m afraid I have to admit that the Jews have invented guilt some three thousand years ago back in Jerusalem. Then the Christian have spread it all over the world. I have to say that as a Jew I feel very guilty about the invention of guilt by the Jews. Like anyone of us, if I don’t feel guilty for a whole day then in the evening I feel guilty for not feeling guilty for a whole day. 

(Temo di dover ammettere che gli ebrei hanno inventato il senso di colpa circa tremila anni fa a Gerusalemme. Poi i Cristiani l'hanno diffuso in tutto il mondo. Devo dire che in quanto ebreo, mi sento molto in colpa per l'invenzione del senso di colpa da parte degli ebrei. Come ognuno di noi, se non mi sento in colpa per un giorno intero, poi la sera mi sento in colpa per non essermi sentito in colpa per un giorno intero).

Amos Oz, Mantova, 08/IX/2010 

  Me lo spiegate voi da dove viene questa cosa del senso di colpa? Da dove si origina, da dove la scaturigine, come diceva una mia professoressa di scienze una volta, o forse era la professoressa di religione? Che succede dentro alla testa di uno, che un giorno va tutto bene, è tutto tranquillo, non ci sono bombe sulla metro, il lavoro va bene, non ti hanno licenziato, la gente ha sguardi benevoli con te, al supermercato non ti insultano, in autobus trovi sempre un posto dove sederti, gli studenti tutto sommato sono carini, il lavoro che fai, e lo studio, per fortuna ti piacciono. Va tutto bene, insomma. Cosa succede che nonostante tutto vada bene, tu una mattina ti svegli, e sulla testa, nel cuore, nel profondo del tuo respiro, ti cala una cappa asfissiante di senso di colpa? Un’ansietta, un malesserino, un dispregio di te … che è successo nel frattempo in quella notte?

Ieri tutto il mondo ti sorrideva , ti amava, ti osannava con stupendi  complimenti della tua bravura nello  stare al mondo e del tuo portare la bellezza e il sorriso come una luce nell’oscurità del mondo. Ieri entravi in camera e dicevi che bello vivere qui, che belle persone. Che bello amarsi che bella io che bello te belli noi belli voi belli tutti, ieri studiavi e pensavi bello questo libro, volevi scrivere e, che belle cose che scrivo, guardi dalla finestra e subito ti si inteneriva il cuore alla vista del tuo angolo di roma, cucinavi e ti veniva tutto meravigliosamente buono e gustoso e tutti ti amavano per questo, ti vesti la mattina e giù un altro papiro di auto complimenti sul tuo stile originale ed estroso e da come riesci a mettere insieme un abbigliamento non solo decente ma addirittura carino da quei quattro stracci che ti ritrovi (è già oggi, sentite?). Ieri.
 

Oggi. Che cosa è cambiato, che oggi ti fa tutto schifo? Entri in camera e pensi: che schifo è tutto in disordine. I coinquilini: li odi. Supermercato: che schifo è tutto scaduto, la cassiera: incapace, cucini: fa tutto schifo. Il mondo è uno schifo. La vita, schifo. Io, il nucleo generatore di schifo nel mondo.
 

È il tempo mi dico, mentre fuori c’è un cielo limpido e sereno e un sole splendente. È il tempo che sta cambiando, per questo mi sento così. Poi in effetti verso sera scoppia un temporale. Ma ormai, nel frattempo, mi sono convinta che è il procedimento inverso che accade, e cioè che la mia ansia e il mio malumore sono diventati così potenti, dopo anni di allenamento, che non è che mi viene il malumore perché cambia il tempo, ma è il tempo che cambia a causa del mio malumore.
Ditemi, da dove viene il senso di colpa? Da dove viene che da un giorno per l’altro tu ti senta responsabile  dei mali della vita, della tristezza, della cattiveria.

 

Ho mangiato pesante in questi giorni? Non ho fatto abbastanza elemosine per strada? Mi curo troppo solo del mio orticello e non guardo al mio prossimo? Ho dormito troppo poco? Ho dormito troppo? Mi devo lavare i capelli? Devo iscrivermi in piscina?

ps: vi prego di notare e apprezzare l’autoironia nonostante dentro di me oggi non ci sia nessuna voglia di scherzare. È una dote rara al giorno d’oggi. Notatelo, fatelo per me.