Qualcosa di diverso

Oggi facciamo qualcosa di diverso. Le giornate sono azzurre e calde. E’ la dolce aria di aprile, in questa città sporca e ammalata. Questa città che, con la sua tosse, le dita fredde, le arterie ostruite, il cuore scoppiato, sopravvive. Ci regala fazzoletti di terra verde e profumata, pini svettanti al cielo, sentieri al sole. Questa città, con la testa avvolta di bende, una metastasi in corso, l’odore putrescente di chi ha già la morte in seno.

Ma non muore. Cresce fiori, regala alberi, un allegro sole primaverile.

Beckett ha scritto: la fin est dans le commencement, et cependant, on continue. Questa città continua, con la fine dentro, la morte ad ogni passo.

Oggi facciamo qualcosa di diverso. Andiamo a vedere la morte della città a villa Pamphili. Andiamo a sentire il profumo della terra, a riscaldarci nel tepore del suolo, ci stendiamo su una coperta, leggiamo un libro, beviamo birra. Ci accoccoliamo nel caldo grembo dell’ammalata, guardiamo i fiori che nascono dal letame.

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Una volta

  • una  volta lavorava 3 giorni a settimana. Gli altri li passava inchiodata a una sedia non troppo comoda a scrivere una tesi che sembrava non finire mai. Le sembrava una vita faticosa, ma riconosceva il piacere di poter mettere la sveglia alle 730 e di alzarsi alle 8, o anche più tardi. Ora lavora tutte le mattine, si sveglia quotidianamente alle 6.40. Sa che ci sono sveglie e lavori peggiori, ma è costantemente in preda a una stanchezza che la fa sentire a seconda dei momenti triste, arrabbiata o semplicemente morta.
  • Una volta aveva a che fare con bambini dagli 11 ai 13 anni, una età camaleontica che alterna picchi di grande tenerezza a momenti di esasperazione; urla diaboliche a lacrime di commozione; tenere coccole e bacini a momenti in cui vorresti prenderli a sberle e sbatterli contro il muro. Dopo sei anni sapeva esattamente chi aveva davanti, e come implica il detto: Conosci il tuo nemico, ciò le aveva dato i mezzi per affrontare anche le situazioni più snervanti. Ora ha a che fare con ragazzi dai 14 ai 19 anni, una fascia di età molto varia, per ora ancora misteriosa. I tempi della tenerezza e commozione sono decisamente finiti. Al loro posto, sguardi torvi, cattivo odore imperante, insofferenza e fastidio di fronte alla presenza dell’insegnante.
  • Una volta insegnava inglese, lingua, grammatica, conversazione e così via. Oggi, oltre a questo lato prettamente tecnico del proprio lavoro si è aggiunto l’insegnamento della letteratura, e ha scoperto la bellezza di trasmettere veri contenuti a menti giovani e fresche, la bellezza di raccontare storie, vite ribelli, opere affascinanti, la consapevolezza di lasciare qualcosa che ricorderanno, la certezza che tra i tanti che si chiedono ma a che ci serve questa roba, c’è sempre qualcuno che rimane incantato ad ascoltarla, che sorride quando entra in classe, e che è rimasto profondamente deluso quando è uscito inglese come materia esterna alla maturità…. “prof. NOOO!!! come faremo senza di lei!”

Un dialogo

Io e uno studente di quinto scientifico.

Lui: Prof. noi lo faremo Joyce?

Io: Certo lo faremo. Perchè?

Lui: Perché lo voglio mettere nella tesina di maturità. Sa, mio cugino si è diplomato lo scorso anno e ce l’ha pronta e io penso che userò la sua, risistemandola un po’, certo ma, insomma, quella è. E lui ha portato anche Joyce, quindi spero che lo faremo.

Io: … Ah, bene, ce l’hai pronta la tesina… quella di tuo cugino…molto bene. Beh, sì certo lo faremo Joyce. E qual è il tema di questa tesina?

Lui: Micheal Jordan. Il campione di pallacanestro.

Io: ah, Micheal Jordan. E quale sarebbe il collegamento con Joyce?

Lui: Ah questo non lo so. Devo chiedere a mio cugino.

PS di servizio: Non scrivo da tanto e mi dispiace avere tralasciato così tanti cambiamenti nella mia vita e ora è difficile recuperare ma spero di avere il tempo di farlo. Basti dire per ora che sono entrata di ruolo nella scuola superiore, ho lasciato la cara scuoletta privata e il mondo fanciullesco delle medie e sono alle prese con scriteriati di un Istituto Tecnico che mi minacciano di morte ma anche con due classi dello scientifico che già adoro. Sono di parte, lo ammetto.
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A brand new day

Davanti a un giovane notaio con la battuta pronta e disinvolto nella sua più completa onnipotenza, un’ agente di banca gentile ma un po’ pasticciona, tre voluminosi assegni nascosti gelosamente in borsetta; seduti accanto alla giovane coppia di venditori a cui abbiamo praticamente dichiarato il nostro amore eterno e indefesso (“va bene, ci state vendendo la vostra casa, ma a parte questo, volete diventare nostri amici? ci piacete tanto, ci vediamo ancora? e a proposito, non abbiamo soldi per arredarla questa casa, vi prego, lasciateci tutto quello che c’è dentro…”), abbiamo finalmente venduto le nostre anime alla banca, che le custodirà gelosamente per trent’anni concedendoci in cambio la generosa facoltà di alloggiare in questa casa scelta da noi, ma comprata da loro, nella quale vivremo per qualche anno dormendo per terra, cucinando su un fornelletto da campeggio e riscaldandoci al calore delle candele che ci serviranno per illuminarla. A meno che Ikea non abbia pietà di noi e avvii qualche promozione su cucine e camere da letto.

Abbiamo finito tutti i soldi.

Nel giro di un mese dobbiamo fare quel poco di lavori che ci sono, traslocare e trasferirci. Lasciamo questa casetta in cui siamo stati per cinque anni, tra muri gocciolanti, cucine unte e cadenti, letti di quarta mano, mobili degli anni cinquanta e, negli ultimi due mesi, una serranda rotta. Non c’è stato feng shui che tenesse. Eppure, ci mancheranno: le finestre enormi e la tanta tanta luce che ne entrava; il balcone lunghissimo; il senso di libertà della nostra vita senza contratti, senza residenza, senza nomi, senza definizioni precise; i vicini di pianerottolo; la amministratrice logorroica ma simpatica; la palestra davanti casa; la strada silenziosa ma vicinissima a supermercati, negozi, fermate di metro e bus.

Ci allontaniamo un po’ e non avremo l’ascensore. Ci vorrà un po’ per abituarci, come per tutti i cambiamenti, e ci inoltriamo silenziosi in questa dimensione un po’ nuova per noi, dove le cose prendono forma e hanno un nome, dove per realizzare i desideri bisogna faticare molto, dove la felicità ripaga la fatica, dove le cose pur prendendo un nome sono in continuo movimento, e sempre nuove.

A shopping con mia madre

Colonna di Marco Aurelio

Mi trovo a Piazza Colonna con mia mamma, davanti alla Galleria Alberto Sordi. Quando viene a Roma, mamma pensa di trovarsi in una specie di zoo dell’infanzia dove può recuperare l’antica padronanza dell’essere romana, condizione che lei ha abbandonato a diciannove anni, quando poi, dopo molto peregrinare, è approdata in terra veneta. Così ecco che me la ritrovo a chiacchierare col fruttarolo mentre lei assaggia amabilmente la frutta direttamente dal banchetto come se fossero suoi, banchetto e frutta insieme; la trovo a minacciare il macellaio di darmi la carne buona, pena una padellata in testa; la trovo a fermare le persone per strada per chiedere loro il grado di erudizione personale sulla loro città, la sua oramai perduta capitale, tutto ciò come se per recuperare l’antica romanità, come se tutto quello che i romani sono bravi a fare sia darsi un’amichevole pacca sulla spalla, contrattare il prezzo delle zucchine e attaccar bottone tutte le volte che la vita lo permetta. Tutte cose che i polentoni veneti a quanto pare non fanno.

Dunque, questa è la volta del siparietto di erudizione. mi trovo improvvisamente catapultata in una specie di candid camera dove mia madre ferma i passanti e chiede loro con innocente candore, appunto, come si chiama la solenne colonna che torreggia su Piazza Colonna. Dal momento che ogni volta che viene fatta una domanda nozionistica io sprofondo improvvisamente nel mare dell’ignoranza, e se la domanda viene fatta a bruciapelo a tutti i passanti di via del Corso, e per giunta da mia madre, ecco che mi trasformo in un ignorante pozzo di vergogna, mi dimentico immediatamente come mi chiamo, e di conseguenza, anche come si chiama quella colonna. L’unico straccio di certezza che rimane aggrappato dentro di me è che non si tratta della Colonna Traiana che risaputamente si trova nei Fori Imperiali, e lo so perché ci sono stata da poco. Ma quando la risposta dei passanti è nove volte su dieci, “Quella? La colonna Traiana,” anche quell’ultimo straccio decade, lasciandomi nuda ad affrontare la scena di mia madre che chiede a grandi e piccini “Scusi che colonna è quella?” mentre io mi nascondo e fingo di non conoscerla.

La risposta più bella, quella a cui neanch’io sarei forse potuta arrivare, è quella di una giovine ragazza con falcata determinata da shopping compulsivo che, senza il seppur minimo dubbio risponde a mia mamma: “Quella? Ma è la colonna Alberto Sordi!”

PS: La colonna si chiama Colonna di Marco Aurelio o Aureliana o Antonina!

due dialoghi

Ieri tornavo a casa a piedi. Davanti a me camminavano un bambino a mano con il suo papà. Bambino di quinta elementare, un bell’orecchino con diamante ben visibile sull’orecchio sinistro, sereno e felice mentre camminava accanto al padre. Si vedeva, erano contenti, il papà portava lo zaino, il bambino era probabilmente appena uscito da scuola, e si raccontavano la giornata. Ascolto il dialogo.

– papà, che forza, sai cosa ho fatto oggi in classe? haha, che figo.

– Dimmi che hai fatto?

– la professoressa, spiegava, spiegava… io a un certo punto mi sono arrabbiato, ero proprio arrabbiato, e appena lei si è girata sbam! ho lanciato la gomma contro la lavagna! Nel resto della classe silenzio, tutti zitti… la prof. era furibonda, chi è stato? chi è stato? E io zitto, ridevo sotto i baffi….. ahhh che forza!

– ma tu perché hai lanciato la gomma?

– come perché? ero arrabbiato no?

– bravo figliolo.

Poi ho beccato due vecchiette:

– e te? quanto c’hai di pressione?

– io oggi la massima c’avevo 120. ‘Nfatti nun  me sento granchè, forse è pè questo che sò caduta.

– ehh, forse è pè questo. Ma ‘ndove se’ caduta?

– cor sedere so’ caduta. Ahò.

– Ahh ma allora hai dato ‘na culata!

– Na culata, sì

– Na culata. Eh.

Feng Shui

La laguna è uno stato d’animo del mare.
(Ranafatata)

lungo laguna, ce l'abbiamo solo noi

lungo laguna, ce l’abbiamo solo noi

Io al feng shui non ci ho mai creduto. Però ultimamente, da quando abito in questa casa, un po’ forse comincio a crederci. Perché per esempio, io in bagno non vorrei mai andarci. Non è che sia brutto – bello non è – però è come se ci fosse una corrente avversa. La doccia, se potessi, non la farei mai. Solo a pensare a quella vasca da bagno rosa, mi prende una stanchezza, preferisco lavarmi a pezzi. Invece, se penso a casa di mamma, io la doccia me la farei anche due tre volte al giorno, col bagno tutto celeste, e la vasca bianca. Poi, or ora, mi volto, e la scatoletta dei cotton fioc si è aperta rovesciando tutto il contenuto per terra. Ci deve essere una qualche forza oscura, un campo magnetico, la posizione degli oggetti è sbagliata. È il feng shui. A volte, poi, io non so in che camera mettermi. Vago per il corridoio in cerca di una stanza mia, per esempio in camera mia, e invece non la trovo. Tutte le stanze mi guardano con fare, non ostile, ma  non accogliente, sì, come se i mobili fossero nella posizione sbagliata. Ci sto pensando, a come potrei spostarli, per lo meno nella mia stanza, ma non lo so. Forse il letto più vicino alla finestra, e il divano contro il muro. Eppure è bellina questa stanza. Ma manca il feng shui, manca la corrente positiva, l’amicizia dei mobili.
Oggi a me mi manca il mio paese. Mi manca il lungo laguna, che è una cosa privilegiata che poche città hanno. La mia sì. È il posto dove vado a correre. A me mi manca lo specchio liscio e rosa della laguna di sera, con i gabbiani che ci si bagnano le zampe, e le barchette a motore che rientrano, e le tamerici ai lati, e il profumo di mare e di salsedine. Mi manca il ponte di legno e la barchetta stanca abbandonata sul prato lì vicino. Mi manca la mia bicicletta e i vestiti sudati dopo la corsa. Qui dove sto ora non c’è un posto bello dove andare a correre. C’è la pineta, ma – sarà anche lì una questione di feng shui – a me non mi va di andarci a correre.

Io non lo so, ma a me questo posto dove sto vivendo ora non mi piace proprio tanto.