La possiamo considerare una poesia?

no cerchio

no fiore applicato

velo o veletta?

gonna scivolata

reggiseno biancheria?

qualcosa verde? balze di raso?

sì bottoncini dietro.

No guanti.

 

Ho trovato questa vecchia lista di appunti. La possiamo considerare una poesia?

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Librone

Mi tornano alla mente vecchissime conoscenze bibliche, retaggio di una controllata e ristretta educazione cattolica, rivelatasi troppo avanti negli anni del tutto fallimentare. Interpreto a volte eventi della giornata o interi periodi di tempo con un linguaggio che ho dismesso, ma che riemerge involontariamente  in forma di blocchi fossilizzati, conchiglie che si sbriciolano nell’attimo in cui tento di tenerle in mano. Così, quando mesi fa la stanchezza e il torpore avevano ricoperto tutto come una patina grigia e opaca, risalivano alla mente  le famose parole delle nozze di Canaan, “non c’è più vino,” me le ripetevo più volte durante la giornata, e trovavo che descrivessero esattamente il mio stato d’animo. Non c’è più vino, mi dicevo, e in cuor mio pregavo senza pregare che il miracoloso corollario della mancanza di vino potesse attuarsi anche nel mio caso, e che l’acqua a cui mi stavo abbeverando a questo magro banchetto potesse essere presto trasformata in vino. Sono passati dei mesi, e questo blocco linguistico riemerso dalle profondità dei ricordi si è nuovamente inabissato, lasciandomi sola a riflettere sulla vastità di parole che non trovo più, scomparse come ghiacci sommersi sotto coltri di neve pesante.

In questi giorni invece mi sovviene la storia di Abramo e di Isacco. Mi ritorna più volte durante il giorno il pensiero di Abramo che sacrifica il suo unico figlio Isacco. Abramo riceve la promessa di un figlio in tarda età, è il bene più prezioso che ha, è suo figlio. Ma Dio gli chiede a un certo punto di sacrificarlo di immolarlo in sacrificio. C’è questo lungo viaggio che padre e figlio intraprendono. Salendo faticosamente a un monte, il piccolo Isacco chiede al padre dove sia l’agnello per il sacrificio e Abramo gli risponde, sul monte dio provvede, e pieno di angoscia continua il viaggio verso la sommità. E’ soltanto all’ultimo istante, quando Abramo sta per piantare il coltello nel corpo di suo figlio, che un angelo ferma la sua mano e gli dice, non uccidere tuo figlio Isacco e misteriosamente appare un ariete impigliato nei cespugli, e Abramo sacrifica quello a Dio.

Ecco, mi torna in mente questa incomprensibile storia biblica, in cui a un padre è richiesto di uccidere il proprio figlio. E trovo che questa storia descriva nuovamente molto bene come mi sento, e quello che sto vivendo.

Riflessioni estive su luci e ombre della vita matrimoniale

La vita matrimoniale si complica di ramificazioni che a volte mal si conciliano col concetto profondo su cui si basa un rapporto che, sebbene sia sancito dal codice civile, e dunque legame contrattuale, amministrativo, burocratico, pertiene prima di tutto alla sfera dell’emozione, della libertà, della spontaneità, dell’effimera leggerezza, della felicità folle dell’amore che niente spiega e niente vuole, che, per sua stessa natura, è fuori ragione, incomprensibile, asimmetrico. Il matrimonio crea inaspettato un paradosso. Una scissione dolorosa, una spaccatura interviene nella vita dei due giovani sposi. Lo suggeriscono le parole stesse. Prendete i due lemmi: marito e moglie. Due parole fondamentalmente noiose, che si trascinano con sé una rete semantica che poco ha a che fare con l’amore e molto con l’istituzione di un’organizzazione perfetta, di un ingranaggio che funziona, di un macchinario ben oliato. Ripetetevi queste due parole, lasciate andare la fantasia. Cosa vi viene in mente? Marito: lavoro, baffi, stipendio, soldi, fiori, scarpe, tv, partita. Moglie: grembiule, cucina, lavandino, figli, casa, spesa. Quanto più leggere e libere da stratificazioni primitive le parole compagno e compagna: due persone che si fanno compagnia, che sono vicino l’uno all’altra, che si accompagnano.

Suddivisione dei ruoli. E’ così radicato nella mente l’immaginario italiano del binomio marito-moglie che diventa difficile sfuggire all’ineluttabile risucchio all’interno di un teatrino già stabilito e ben rodato da un cinquantennio di immobilità familiare. Che cos’ha tutto questo a che vedere con l’amore mi chiedo? Nulla.

Mentre penso queste cose mi trovo sotto il sole, su uno scoglio a guardare il mare e tento di ritrovare in me quella freschezza di pensieri e immagini che aiutano di tanto in tanto ad uscire dalla pesantezza di ruoli che a fatica si sopportano ma che vengono appioppati con una naturalezza di cui mi stupisco ogni volta.

La vita matrimoniale si sdoppia improvvisamente in due dimensioni parallele. Una è quello delle origini, della giovinezza e della freschezza. E’ il livello della follia, dell’emozione, degli sguardi persi in quelli dell’altro, della felicità senza fondo, del tempo che si dilata in un presente infinito, del nulla pieno di tutto ciò di cui si ha bisogno. E’ la dimensione dell’amore. L’altra dimensione è quella della gestione familiare. E’ la dimensione di chi fa cosa, della spesa ogni settimana, della pulizia della casa, della sveglia la mattina presto, degli orari di lavoro, delle domeniche noiose, del pagamento delle bollette, delle file alla posta, alla banca, al caf. E’ la dimensione del mutuo, dei mobili da comprare, degli scatoloni da aprire, del letto da fare, dell’aspirapolvere del bucato della lavastoviglie da caricare.

Sotto il peso della Suddivisione dei Ruoli,  ecco che la dimensione dell’amore si assottiglia, si sminuisce, si fa a pezzetti, rimane in lembi di fazzoletto, pezzetti di carta, molliche di pane, sparsi qua e là, un minuto ogni giorno, per poi ricondensarsi in parte in vacanza, quando le carte si rimescolano, e i pesi sembrano risollevarsi dai loro nascondigli arrugginiti.

Ora sono in vacanza, e mi godo ogni singola mollica di pane e ogni pezzetto di carta che riesco a racimolare. Non penso a nulla, non ho doveri, impegni, responsabilità.

Nulla. Mi godo la dolcezza dell’amore e la bellezza di questo luogo di mare e sole. Mi godo i piedi nudi, l’acqua fresca dopo una giornata di vento, i cavalloni, i libri letti in pace sotto l’ombrellone, l risveglio senza sveglia.