Tento di trovare degli spazi di libertà in questo meccanico avanzare dei giorni

Sono in balcone. Ho trentacinque anni, un paio di occhiali verdi, un pigiama addosso e un cappotto appoggiato sopra perché è novembre e ho appena mangiato, la sera fa un po’ freddo. Sto fumando una sigaretta. Non mi succede mai, perché non le compro. E’ la mia salvezza, se le comprassi, probabilmente fumerei come una ciminiera. Ma questa volta ho una sigaretta in borsa. L’ho scroccata l’altra sera a una persona che nemmeno conosco, a una cena tra persone che ho visto due volte in due anni, ma poi non l’ho fumata più, ed è rimasta nella borsa. Allora la fumo ora che sono a casa, dopo cena, dopo avere steso i panni. Sono in balcone. E’ buio e c’è un gran silenzio. E’ il silenzio di Roma, ovattato da un lontano rumore di macchine che passano. Dal mio balcone vedo altri balconi, altre finestre, altre case. Ma non c’è nessuno fuori. Solo qualche luce natalizia di chi già pensa al natale. Cinque minuti di nulla. Il tempo di una sigaretta. Noto i dettagli, mi fermo. Mi accorgo che non lo faccio mai. Non penso più. Non mi fermo mai. La mia testa è piena di pensieri meccanici, cose da fare, la spesa, il pranzo, le bollette, gli scatoloni. A tesi finita, gli spazi vuoti si sono riempiti di futili attività necessarie correlate a pensieri altrettanto futili. A tesi finita, gli spazi vuoti si sono riempiti di altrettanto vuoto. Un vuoto necessario, il vuoto della sussistenza. Mi accorgo che è possibile riempire gli spazi di sole transazioni economiche. Il cibo, i mobili, gli assorbenti, i vestiti, le scarpe. E così, comprando, uno passa la vita.

Tento di trovare degli spazi di libertà in questo meccanico avanzare dei giorni, tento di sfuggire alla logica della compravendita, ai legacci della casa, alla meccanicità del lavoro. Tento di sfuggirne facendo le cose più in fretta, di più ogni giorno, comprimendole in ritmi serrati, routine rigorose, certa che a un certo punto avrò finito, avrò fatto tutto. Non capita mai. Non finisco mai. Vorrei entrare in casa e pensare, che bella. Non lo è mai. E’ sempre tutto in giro, tutto sporco, tutto in disordine. Penso con angoscia al giorno in cui cambieremo casa, manca poco, forse solo una settimana, nel timore che anche la casa nuova sarà un luogo inospitale, disorganizzato, ingestibile. Così mi sento io.

Cerco spazi, spazi in cui le parole possano ricominciare a fluire, a uscire da me. Pensieri, pensieri che escano dallo schema del devo comprare il latte.

Dove sono caduta?

Ultimi rigurgiti accademici prima del tuffo nel mondo del design

Un ultimo weekend trascorso a Venezia e nella palude veneta, ha portato con sè:

– la visione strappalacrime di Frozen, nuovo cartone della Disney, dove due sorelle si perdono e poi si ritrovano, dove le emozioni e la paura creano voragini difficilmente ricomponibili, dove il principe azzurro non esiste, dove il primo amore è piuttosto un secondo amore, e dove ovviamente alla fine vissero tutti felici e contenti, ma questo è la parte Disney che non hanno ancora modificato. Vedere questo cartone con mia sorella, mia mamma e i miei nipoti ha provocato nodi alla gola e occhi gonfi di lacrime che sono passati inosservati grazie alle imprese canore della nipotina di cinque anni che correva per i corridoi cantando tutte le canzoni del cartone a memoria e a momenti anche Shakira;

– La consegna della tesi, completa di firme del tutor e del coordinatore di dottorato, in numero di tre copie alla segreteria studenti, al mio tutor e al mio professore di laurea, mentore super partes di questo dottorato. Il fatto che questo momento topico della mia vita, la consegna di un lavoro di quattro anni, non abbia portato con sé alcun senso di piena soddisfazione, entusiasmo, eccitazione, o per lo meno orgoglio, combinato al fatto che – cominciato quel giochino su fb in cui devo scrivere tre pensieri positivi al giorno per 5 giorni – annego in una difficoltà indicibile nel formulare detti pensieri positivi, nonostante la mia vita sia in questo momento grondante di cose belle, mi fa riflettere su questa assenza di lessico nel mio cervello e sulla cronica mancanza di colori vivaci nella gamma spezzata delle mie emozioni.

Tornata a Roma, mi ha investito La Fase dei Lavori e La Fase dell’Acquisto di Mobili, e con sé grande senso di inefficienza, incompetenza, e incapacità. Manco lo dovessi rifare io il bagno. Nonostante ciò, un intero sabato trascorso a Ikea a scegliere la cucina è stata esperienza intensamente istruttiva, comica a momenti e foriera di grandi idee. Complice il mio acquisto e lettura compulsivi di CasaFacile da un paio di mesi, come al solito nel mio modo ossessivo e patologico mi sono lanciata nel mondo del décor, dell’arredamento e del fai-da-te. Tutto immaginario. Trascorro ore a sfogliare riviste e a immaginare acquisti e arredi che difficilmente potremo mai permetterci. Tuttavia, è un’attività nuova e che piacevolmente riempie il tempo che per ora non sto trascorrendo a studiarmi e rivedermi la tesi. Cosa questa che ricomincerò febbrilmente a fare non appena i livelli di ansia raggiungeranno vette e picchi non facilmente smaltibili.

Calderone di cose accademiche e cose domestiche

– La nostra eroina ha appena stampato la carta d’imbarco per Dublino, ha falsificato una lettera di presentazione del suo professore vecchia di due anni per entrare alla biblioteca del  Trinity College, dovesse mai servire, e sta appuntando gli ultimi cambiamenti alle ipotetiche domande che farà al nostro giovane scrittore emergente. Ha delle vibrazioni positive, anche se il suddetto giovane scrittore emergente ancora non le ha risposto per decidere dove e quando vedersi. Magari è influenzato, magari l’ha solo illusa e presa in giro, magari è morto. In tal caso, la nostra si sarà concessa una mini vacanza a Dublino, che non è poco.

– La responsabile di dottorato ha decretato che da oggi, tutti i dottorandi, anche quelli che si dottorano domani, devono doverosamente e necessariamente aver trascorso tre mesi all’estero. Ne va di conseguenza che questa estate, invece che so di fare un figlio, se ne andrà a trascorrere due e mesi e mezzo a Londra o Dublino, visto che il mese già trascorso per errore burocratico non verrà conteggiato.

– La casa dove la nostra eroina risiede cade a pezzi. Ora è il turno dello scaldabagno che da dieci giorni non funziona più. Ella si reca nascostamente in palestra negli orari più strani per lavarsi e farsi la doccia. Sale minacciosa l’onda dello scontento e dell’avversione per il proprietario di casa che disse: “per ora fate con le pentole dell’acqua calda e poi si vedrà” a cui la nostra replicò: “A questo punto potremo fare con l’acqua che cola dal soffitto, dicono faccia bene alla pelle”.

plin plin

Mercoledì verso le quattro di mattina, un non ben identificato plin plin mi sveglia. Niente paura, si tratta solo del rumore di una gocciolina, che costante e sicura di sé, cade sulla tastiera del mio computer. Certo, dove altro poteva farsi strada la coraggiosa gocciolina? Guadagnando forza e determinazione, la gocciolina si è trasformata in una pittoresca pioggia dentro la camera da letto. E’ stato bellissimo, sembrava di dormire all’aperto. E’ venuto il muratore, sì lui, il poeta con la erre moscia. Ha detto con il suo accento dolcemente est europeo: ” Qui combattiamo con i mulini a vento, anzi no, solo con i mulini, perché di vento non ce n’è” e si è messo a scalpellare il soffitto provocando un buco grosso come un tombino. Ma questo muratore non fa altro che farmi buchi dentro la casa! Mi Rrraccomando metti un secchio, mi ha detto. E se n’è andato. Metti un secchio. Già. E ricordati di svuotarlo due volte al giorno. Non risolveranno il problema a breve, pare che il terrazzo sopra di noi sia da rifare da cima a fondo.

Considerando che in cucina e in cameretta ha piovuto fino all’altro ieri, che la stanza che, vi ricordate, volevo pitturare è rimasta con i mobili spostati ed in uno stato di generale e pietosa devastazione, e che ora c’è un buco sul soffitto di camera da letto, mi è sembrato che forse sarei riuscita a non sentirmi in colpa se avessi chiamato il proprietario per dirgli che abbiamo finito le stanze a disposizione e, cercando di non passare dalla modalità ‘gentilezza servile’ alla modalità ‘isterico-esasperata’ che mi contraddistinguono senza soluzione di continuità, ho pensato bene che la cosa migliore sarebbe stato di minacciarlo.  Detto fatto, ha funzionato! Domani altri muratori, con una minore verve poetica temo, verranno a sistemare la stanza pietosa. Il buco invece non troverà soluzione per ora, mi hanno consigliato di metterci un cartoncino con lo scotch perché non si veda. Se avete soluzioni migliori, proposte sono ben accette.

La bellezza del fai-da-te

Il primo giorno di vacanza da scuola mi sveglio presto, con una strana luce nello sguardo. Mi chiedono cos’hai? sei strana, io faccio la vaga, rispondo niente, non ho niente. Vado di là, mi assento. La luce curiosa nello sguardo si trasforma in un fuoco luciferino man mano che la mattinata trascorre, non ci credo nemmeno io, ma sta accadendo. Sento che è vero. Ho deciso.

Stamattina ridipingo le pareti di una stanza.

E’ così, non decido mai nulla, ma quando dentro di me si accende il fuoco vivo della determinazione non mi ferma più nessuno. Da troppi mesi vagheggio l’idea di farlo da me. Il meccanico dice basta indugiare, fai le cose; la gente dice, fallo tu! è bellissimo, è divertentissimo, ti fai unculocosì eh! però so’ soddisfazioni. Hanno ragione. Basta è ora di agire. Me l’ha detto il meccanico. Mi guardo un paio di video da Youtube sul fai-da-te, mi chiudo nella stanza, stando bene attenta a non farmi notare da sguardi indiscreti. Si comincia: devo spostare con la sola forza dei miei bicipiti due letti, una cassettiera, un’altra cassettiera, una libreria, una scrivania, una poltrona e soprattutto un armadio pieno di roba, il tutto senza farmi notare. Facile. Comincio.

Alla seconda cassettiera caccio un urlo. Manca un piedino e la cassettiera cade all’indietro, i libri accumulati sopra cadono facendo un gran baccano, la stampante per un soffio non cade anch’essa, e la cassettiera per poco non crolla addosso alla sottoscritta che nel frattempo caccia l’urlo. Continuo a fare la vaga e l’indifferente cercando rifugio sotto la suddetta cassettiera ma il nascondiglio non dura a lungo. Vengo trovata, soccorsa, rimproverata e rimessa nell’angolino.

Trascorrono alcuni giorni di sconforto e scoramento in cui tento di elaborare una morale per questo piacevole raccontino. Mi do obiettivi troppo alti? Mi metto in testa cose impossibili? ma se è impossibile, perché gli altri lo fanno? Mi inceppo in argomentazioni sterili.

Mi inceppo. Mi inceppo. Mi inceppo.

My color preferit is grin

Cammino con la testa tra le nuvole. Ogni tanto prendo in pieno un palo. E’ vero. Guardo in alto. Le persone passano, mi osservano. Seguono la traiettoria del mio sguardo, si domandano. Cercano. Un uomo sul tetto, un ufo, un lampo. Un aereo, un aquilone, un barbagianni. Scuotono la testa, passano. Io cammino, guardo in alto. Guardo i tetti delle case. Gli attici dei condomini. Osservo i balconi, le antenne, le finestre. Gli abbaini, le inferriate, i vasi. Mi dimentico a volte che le città sono fatte di piani alti, che le case hanno un tetto, spesso un terrazzo. Poi, a un tratto, mi ricordo. La città che c’è lassù, al settimo piano. Faccio così quando devo cambiare casa. Quando devo scegliere un luogo, un quartiere. Guardo in su, i cornicioni delle case, gli angoli, i colori. Immagino che sia casa mia. Le piante, le tende, le finestre illuminate. Ora non devo scegliere nessun luogo e non devo cambiare casa. Ma ho ripreso a guardare in su. Guardando in su ogni tanto noto le insegne dei negozi. Ne hanno aperto uno nuovo sotto casa. Si chiama Amò. Con l’accento a forma di cuore. Verde e fucsia. Forse è per questo che immagino di cambiare quartiere.

Ieri sono andata a una festa di colleghi non miei in cui ora vi dirò tre parole e voi capirete subito di che festa si tratta: karaoke, vamos a la playa, balli di gruppo. Aggiungete varie tresche extraconiugali tra colleghi con marito o moglie al seguito e avrete un’idea del luogo in cui mi trovavo ieri. Appena entrata nel locale affittato (altro elemento inquietante) mi sono detta: o bevo o muoio. Ho scelto la prima opzione. I miei freni inibitori sono saltati come i tappi del prosecco che volavano qui e là. Con la scusa di: ‘ballo post-modernamente, non temere’, ho dato il meglio di me al suon di: “una man nella cabeza, un movimento sexi” (la i di sexi è volontaria, è post-moderna), però a un certo punto ‘post-modernamente’ non mi riusciva più di pronunciarlo, ma l’intento era lo stesso quando mi sono messa a cantare ‘la cura’ di Battiato. Il problema è che tutti quelli accanto a me non ballavano e non cantavano post-modernamente. Loro ci credevano veramente. Spero di non avere detto nulla di compromettente per nessuno, ma mi assicurano che sono stata sim-pa-ti-cis-si-ma. Mi hanno anche detto che assomiglio a Giorgia, il che mi ha fatto pensare che non fossi l’unica ubriaca, dal momento che Giorgia ha i capelli scuri, lisci e gli occhi castani e io no.

Non vi ho ancora parlato delle ventisei piccole carogne della nuova prima media. L’unità 1 del libro che ho adottato ha tre belle paroline da imparare: sleepy, bored, tired. Maledetti. “Prof. I’m tired. Prof I’m sleepy. Prof. I’m very very very bored. Prof I’m tired sleepy and bored”. La prima lezione è stata davvero gratificante. Mi danno del tu. Mentre parlo alzano la mano: Prof. tu da quanti anni insegni? prof. ma il quaderno a righe o a quadretti? prof. il titolo con la penna rossa? Prof. posso fare un disegno? Prof. ma si è messa la canottiera! Che caldo! (risposta della prof. trattenuta tra i denti: ‘sì, ragazzi mi sono messa la canottiera sennò la vicepreside va dalla preside e le dice di dirmi di coprirmi un po’ di più la prossima volta’.. e qui potete farvi una sommaria idea delle dinamiche patologiche in corso nella mia scuola).

 Ho fatto un test d’ingresso in cui ‘preferit, gennuary, cib’ sono all’ordine del giorno. Vivo in un mondo parallelo in cui 40su80 è sufficiente.

E’ la fase della procella

Finito il tempo della sveglia dopo le dieci, delle depilazioni compulsive, delle tintarelle lampo; finito il tempo delle vacanze all’estero, delle biblioteche europee e delle serate sul Reno; finito anche il tempo dei soggiorni parentali, della televisione tappabuchi e della birretta dopocena. Riapprodata in una giornata piovosa nella  città natia, casa mi ha accolto con un sorriso storto e sbilenco, quasi a volermi dire: ‘che ti aspettavi, così mi hai lasciato e così mi ritrovi’. Le finestre di legno marcito, i muri sgocciolanti (stanotte ho dormito al suon di plin plin), nuovi angoli nascosti che mai hanno visto la luce né sentito il tocco di una spugnetta. L’anima della massaia che alberga in me ha dato un spintone all’anima in bikini che ancora mi s-ciabatta dentro, e con un brusco ‘scansati’, ha preso la situazione in mano: armata di scopettone e Cif si è messa a svuotare e pulire le credenze della cucina. Nel frattempo, l’anima dagli occhialetti e lo sguardo affannato che dovrebbe studiare si sta tenendo nascosta dietro la solita colonna e fa la gnorri. Ancora qualche giorno, poi bisognerà stanarla dal suo nascondiglio e costringerla a produrre una relazione sullo stato di avanzamento della ricerca da consegnare entro metà settembre. E con tutte le me che vagano qui dentro, potete capire la confusione.

Fernando, il ferrocactus, si è rimpicciolito, raggrinzito e accartocciato su se stesso, è una pena guardarlo. Ho dato un’occhiata sull’internet, spiega che in estate doveva essere innaffiato abbondantemente ogni dieci giorni… è stato lasciato esposto al sole e al caldo torrido di luglio e agosto senza una goccia d’acqua. Ora lo stiamo accudendo con molte carezze e paroline dolci, e attendiamo miglioramenti.

Scuola è ricominciata stamattina. E’ una specie di teatrino che si ripete di anno in anno, sempre uguale a se stesso, con la sua parte piacevole e quella più ingrata. Essendo tutte donne, si alternano senza alcuna logica scoppi di risa, scoppi di pianto, grandi abbracci e grandi cattiverie. Ho una famiglia di sole donne, in classe alle superiori eravamo tutte femmine, all’università i maschi si contavano sulle dita della mano, ora anche il lavoro… uomini, me lo potete spiegare come (e dove) siete nel mondo?