Vigilia di Natale al cardiopalma

Vigilia di Natale in giro per  Roma a cercare gli ultimi regalini di natale.  Scendere dall’autobus piena di pacchetti e bustine, precipitarsi alla feltrinelli di piazza colonna. Salire allegramente al secondo piano nella sezione giocattoli, chiedere informazioni ed accorgersi solo dopo, con orrore, di non avere più la borsa. Dimenticata sull’autobus. Con tutto dentro: chiavi di casa, portafoglio, soldi, documenti, carte. Tutto. Scaraventarsi giù all’uscita in preda a panico e disperazione a cercare di capire che debba fare, sopraffatta da interrogativi agghiaccianti: dove dormo stanotte? Come torno a casa senza una lira? Chi entrerà a casa mia stanotte? E nel pieno dell’angoscia, incontrare per caso un caro amico in giro anche lui per ultimi acquisti. Attaccarmi come una cozza a lui e famiglia. Fare mille telefonate, atac, banche, questura, fabbro. Dirigersi verso casa rassegnata e  ma consolata, e ricevere in metro un messaggio su facebook dal commissariato del viminale che mi dice che un turista ha trovato la mia borsa e l’ha portata a loro, e di passare a riprenderla.  Dentro c’era tutto, non mancava niente.

Ecco, lo spirito del natale non alberga in me. Ma ieri sera mi sono ricreduta un pochino.

Buon natale a tutti.

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Librone

Mi tornano alla mente vecchissime conoscenze bibliche, retaggio di una controllata e ristretta educazione cattolica, rivelatasi troppo avanti negli anni del tutto fallimentare. Interpreto a volte eventi della giornata o interi periodi di tempo con un linguaggio che ho dismesso, ma che riemerge involontariamente  in forma di blocchi fossilizzati, conchiglie che si sbriciolano nell’attimo in cui tento di tenerle in mano. Così, quando mesi fa la stanchezza e il torpore avevano ricoperto tutto come una patina grigia e opaca, risalivano alla mente  le famose parole delle nozze di Canaan, “non c’è più vino,” me le ripetevo più volte durante la giornata, e trovavo che descrivessero esattamente il mio stato d’animo. Non c’è più vino, mi dicevo, e in cuor mio pregavo senza pregare che il miracoloso corollario della mancanza di vino potesse attuarsi anche nel mio caso, e che l’acqua a cui mi stavo abbeverando a questo magro banchetto potesse essere presto trasformata in vino. Sono passati dei mesi, e questo blocco linguistico riemerso dalle profondità dei ricordi si è nuovamente inabissato, lasciandomi sola a riflettere sulla vastità di parole che non trovo più, scomparse come ghiacci sommersi sotto coltri di neve pesante.

In questi giorni invece mi sovviene la storia di Abramo e di Isacco. Mi ritorna più volte durante il giorno il pensiero di Abramo che sacrifica il suo unico figlio Isacco. Abramo riceve la promessa di un figlio in tarda età, è il bene più prezioso che ha, è suo figlio. Ma Dio gli chiede a un certo punto di immolarlo in sacrificio. C’è questo lungo viaggio che padre e figlio intraprendono. Salendo faticosamente a un monte, il piccolo Isacco chiede al padre dove sia l’agnello per il sacrificio e Abramo gli risponde, sul monte Dio provvede e, pieno di angoscia, continua il viaggio verso la sommità. E’ soltanto all’ultimo istante, quando Abramo sta per piantare il coltello nel corpo di suo figlio, che un angelo ferma la sua mano e gli dice, non uccidere tuo figlio Isacco, e misteriosamente appare un ariete impigliato nei cespugli, e Abramo sacrifica quello a Dio.

Ecco, mi torna in mente questa incomprensibile storia biblica, in cui a un padre è richiesto di uccidere il proprio figlio. E trovo che questa storia descriva nuovamente molto bene come mi sento, e quello che sto vivendo.

Autunno

Svegliarmi altrove, in una casa piccola e calda di una città lontana, una casa su un viale alberato, le foglie rosse dell’autunno ancora lucide e brillanti dalla pioggia di qualche giorno fa, e il freddo pungente di una soleggiata mattina di novembre. Una casa con un balconcino coperto, come una stanza in più aperta al mondo, con qualche pianta appesa con una corda al soffitto, e una bicicletta appoggiata alla parete. Un tavolo di legno al centro. Preparare un caffè, e berlo lentamente, sfogliando un giornale. Uscire di casa piano, senza fretta, con un quaderno in borsa, e un libro da leggere, una sciarpa di lana attorno al collo, e i guanti. Fermarmi in un bar, di quelli con gli sgabelli alti accanto alla finestra e prendere un altro caffè. Guardare fuori dalla finestra la gente che passa, a lungo. Immaginare le vite delle persone, oppure non pensare a nulla. Godere del silenzio e della pace. Attendere che le parole tornino, e scriverle piano sulla carta.