In questi giorni

In questi giorni:

– Vado nella palude veneta in mezzo al nipotame e ai problemi familiari. Mi godo il nipotame, litigo coi problemi, sudo sette camicie, vado in bicicletta, vado in spiaggia (nota bene: non al mare, in spiaggia), mi porto da Roma un virus di vomito e correlati che trasmetto a tutta la famiglia. Ora sorella e  nipotame si trovano in Sardegna, la prima vera vacanza da quando il nipotame esiste. Mi mandano giornalmente messaggi dello stato di avanzamento del vomito: il primo messaggio diceva così “il mare è bellissimo ma noi nuotiamo in un mare di vomito e diarrea. Grazie”.

– Arrivo nel rifugio toscano. Vado al mare (nota bene: al mare, non in spiaggia) e mi dibatto tra il senso di vuoto e il riposo, l’immobilità forzata e la bellezza dell’orizzonte, tra l’acqua e le montagne, mi dibatto tra il desiderio di mettere le radici, da qualche parte, ovunque ormai, e l’impulso irresistibile di partire nuovamente.

– Vado al fiume. Mi immergo in un’acqua gelida e pungente, che mi fa respirare e ridere. Gli alberi mi fanno ombra e cammino su sassi rotondi che mi massaggiano i piedi. Torno a casa e ho freddo. Indosso un giacchino leggero, mi sembra settembre e la cosa mi piace.

– Organizzo un viaggio di studio di un paio di settimane in una cittadina medievale tedesca. Non c’è un motivo valido per cui io vada in Germania e non in Irlanda, ma non importa. Attendo un’approvazione del mio professore che non arriverà.

-La nipotina dice che una sua amica, piccolissima, vive nella sua pancia. Si chiama Sadessa. sì, Sadessa.

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Il calamaDro

– tzia, tzia! Guarda cos’ho disegnato.

– che bello! che cos’è?

– è un calamaDro.

– ahh, che bello amore mio, è un calamaro! Bello!!

– No! non è un calamaro, è un calamaDro.

– Ah. E spiegami, che cos’è un calamaDro?

– un calamaDro è una cosa che tuuuutti gli angioletti ci vanno poi fanno PUM e poi e così e poi PLOF, e MMMMM. Quetto è un calamaDro. E’ bellissimo, il calamaDro.

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– tzia! Giochiamo che io sono la principetta e tu la regina?

– Va bene, e come si gioca?

– si gioca che io sono la principetta e tu la regina.

– ah.

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– tzia! Giochiamo che io sono il leoncino e tu sei la padroncina?

– Va bene. Come si gioca?

– si gioca che io sono il leoncino e tu la padroncina.

– ah.

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lei: tzia, lo sai che io ieri, da grande, faccerò la principetta.

Io: davvero? e cosa fa una principessa?

lei: Tante cose. Fa i balletti, canta le canzoni, è bellittima…

Mia sorella: Tesoro, ci sono tante altre cose: l’architetto, l’insegnante, l’astronauta…

Mi dicono che sono distratta

Mi dicono che sono svampita, che non ascolto quando mi parlano, che ho la testa tra le nuvole. Mi dicono che mi distraggo facilmente, che mi assento, che mi perdo in pensieri lontani e sconnessi. Mi capita di risvegliarmi a metà discorso e riprenderne le fila con domande snervanti e fastidiose: chi? di cosa si sta parlando? ma quando è successo? con il collo proteso in avanti e gli occhi come fessure. Mi dicono: attenta come sempre. Mi dicono: ecco che si è svegliata. Mi dicono: l’ultima ad arrivare. Castigo la mia curiosità ripromettendomi di non chiedere più, di abituarmi a perdere le parole che non ho ascoltato. Ben mi sta, mi dico.

Ma voglio spiegarmi. La mia, non è distrazione, la mia non è ‘ha la testa tra le nuvole’. La mia è la magnifica riprova, la conferma, che il principio di adattabilità umana a fattori esterni ed ambientali, è vera. Sono la riprova vivente che l’esser umano sopravvive in quanto si adatta. Il mio difetto di ascolto, dunque, non può annoverarsi tra i cosiddetti disturbi dell’apprendimento, o disturbi cognitivi e deficit dell’attenzione, essa è anzi una meravigliosa abilità, sviluppatasi in anni e anni di inconsapevole addestramento. La mia, dunque, è l’abilità a non ascoltare, l’abilità ad astrarsi da un contesto di voci, grida, e urla non gradite, e di trasformarle, badate la grandiosità dell’atto, in semplice brusio di fondo, in rumore, di quello che non disturba, e che anzi, a volte, fa addormentare, o concilia il flusso dei pensieri. Ritroverete questo talento, che non è innato, ma costruito, come già detto, sulla spinta di fattori esterni impellenti e, oserei dire, da una condizione ambientale di pericolo, in qualunque bambino che sia cresciuto in un contesto sociale che richiedesse, appunto, la capacità di non ascoltare. Di divergere l’attenzione. Di non sentire.

Dunque o voi insegnanti, quando trovate un discente che non ascolta, prima di punirlo, domandatevi se quell’atto di apparente negligenza non sia in realtà una raffinata strategia di sopravvivenza. Dunque, care colleghe, quando mi vedete astrarmi dai vostri discorsi, pensate che è in atto, in me, il meraviglioso processo della selezione naturale.