Un’estate

Mi sono laureata il 25 ottobre del 2004. L’anno che seguì, non feci granché. Avevo venticinque anni. Ero libera, il mondo e la vita davanti a me, nient’altro che l’imbarazzo della scelta. Andai tre giorni ad Amsterdam a fare l’interprete presso una fiera di prodotti marittimi. Andai ad un laboratorio di tre giorni a Verona, organizzato da MLAL, movimento laici America Latina, sperando di poter partire con loro per una esperienza di volontariato all’estero.  Poi non partii con loro. Ma in America Latina ci andai lo stesso, a Quito, in Ecuador, con un’amica. Rimanemmo due mesi, lavoravamo al doposcuola di una missione. Ci prendemmo anche una piccola vacanza, tre giorni alle porte della foresta Amazzonica. Viaggiammo un po’, qua e là. Valle Hermosa, come dice il nome stesso, ci colmò di colori, profumi, rumori per molti giorni a venire, dopo il nostro ritorno.

Tornata da questo lungo viaggio, mi rimisi a studiare, letteratura italiana questa volta. A settembre, infatti, avrei dovuto partire per Dublino, per lavorare nel dipartimento di italiano dello UCD come assistente di lingua, e per fare un dottorato. Ma era uno studio tranquillo, senza scossoni, senza paure. Quando arrivò l’estate, ero rimasta senza amici e senza contatti nella palude veneta. Capita così, a volte, quando uno non si sente a casa da nessuna parte. Quell’estate però, fu forse una delle più serene della mia vita. Non la più felice, no. Ma credo, la più serena, senza pensieri, senza ansie.

Lavoravo, come tutte le estati, in piscina come istruttrice di nuoto. L’ho fatto per dieci anni. Credo sia il lavoro più bello che esista, all’aperto, sotto il sole, in costume, coi bambini. Quell’anno mi pagavano parecchio, ed eravamo una bella squadra. Così, dalle 9 all’una, e a volte anche il pomeriggio, stavo in acqua, coi bimbi, Ma la cosa che mi interessa raccontare era il pomeriggio. Il pomeriggio smettevo i panni della istruttrice, mi rivestivo e andavo alla segreteria della piscina. Lavoravo lì fino alle sette di sera. Tutti i giorni. Era un lavoro semplice, bisognava iscrivere i nuovi bambini ai corsi, trattare con i genitori, far entrare gli ospiti del pomeriggio, organizzare i nuovi corsi. Ero impegnatissima. Ma era semplice. Io, in quei mesi, non ho pensato a nulla. Facevo quello che dovevo fare e basta. Stavo in piscina tutto il giorno. Trattare con le persone era facile. Ho dei modi naturalmente gentili, e la gente è normalmente ben disposta nei miei confronti. Era facile essere gentili, perché non era un lavoro faticoso.

Ecco, ultimamente penso che forse avrei dovuto fare un lavoro così. Un lavoro quasi meccanico, senza grandi pretese, dove le ore trascorrono, e tu ti senti utile, ma non attaccato, non in pericolo, non sotto esame.

Alle sette andavo un po’ al mare, poi tornavo a casa, con la mia bicicletta rossa. Cenavo con la mia mamma, e insieme guardavamo un film. Mi sentivo sola, sì. Però non stavo male, era tutto molto  regolare, molto tranquillo.

Poi a settembre partii. Quella fu l’ultima estate di lavoro in piscina.

Far West, biblioteca e compartimenti stagni

IMG_20130905_162212Poi quel cassettino dove dentro sono un genio si deve essere aperto forse a tre quarti, perché l’orale di quel concorso alla fine l’ho passato con 36 su 40, il 30 luglio, dopo avere studiato per un mese. Chiusa nell’appartamento di Roma, con 36-38 gradi, le serrande tirate giù, vivendo praticamente al buio, con i gechi sempre più numerosi che strisciavano lunghi i pavimenti riarsi. Sudata, viscida, sporca, trascinandomi senza soluzione di continuità dalla camera a ovest la mattina, giù giù fino alla camera a est nel pomeriggio, sfruttando le correnti di vento tropicale che dalla finestra del bagno entravano a donare un po’ di sollievo.. un vento caldo, secco, che asciugava la pelle e le fauci e che faceva svolazzare ciuffi di polvere negli angoli più remoti. Accompagnata da opachi rimorsi per un dottorato trascurato, una tintarella sbiadita, nipoti e parenti dimenticati. La sera, però, cenette a lume di candela nel ventilatissimo balcone di casa, unico sollievo alla calura che saliva dal cemento delle strade.

In questo far west estivo, che è la Roma di luglio, ho anche preso l’abitudine di andare alla biblioteca della pineta. Dalle nove a mezzogiorno la mattina e dalle tre alle sette il pomeriggio, quando sono bravissima. Cammino 15 minuti per arrivarci, avanti indietro avanti indietro fa un’ora di cammino al giorno. A meno che non rimanga a mangiare lì nei dintorni. Ora che sono tornata a Roma ho ripreso ad andarci. La luce mattutina in pineta è bellissima. Mi sorprende quanto il senso di routine crei in me un senso di equilibrio e bilanciamento che scompone ed è inaspettatamente più forte di abitudinarie ansie e angosce che popolano quotidianamente quel cassettino della mia testa dove dentro sono una nevrotica. No matter what. Io in biblioteca scrivo. Scrivo scrivo scrivo.

Mi dimentico di tutto. Entro in una sorta di trance intellettuale in cui nella mia vita esiste solo una cosa, l’odiata amata tesi di dottorato.

Andando in biblioteca in pieno luglio e in agosto mentre la gente normale è al mare e sperimentando questo senso di grande soddisfazione e compiacimento nel mio ‘fare il mio dovere’, ho anche capito un’altra cosa di me. Io non so riposarmi. Non so oziare. Riposo vuol dire pensieri, pensieri vuole dire angoscia, angoscia vuol dire infelicità, infelicità vuol dire, in qualche modo dovrò rompere i coglioni alla gente intorno a me pur di non sentirmi così angosciata. Tutto questo vuol dire, un’estate passata a Roma a studiare (no, dico) è diventata meglio di un’estate passata al mare a riposarmi.

Questo bel circolo vizioso che la biblioteca ha momentaneamente interrotto, deve essere spezzato e sarà argomento da discutere in officina nei prossimi mesi. Anche qui, se volete.