La possiamo considerare una poesia?

no cerchio

no fiore applicato

velo o veletta?

gonna scivolata

reggiseno biancheria?

qualcosa verde? balze di raso?

sì bottoncini dietro.

No guanti.

 

Ho trovato questa vecchia lista di appunti. La possiamo considerare una poesia?

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Vigilia di Natale al cardiopalma

Vigilia di Natale in giro per  Roma a cercare gli ultimi regalini di natale.  Scendere dall’autobus piena di pacchetti e bustine, precipitarsi alla feltrinelli di piazza colonna. Salire allegramente al secondo piano nella sezione giocattoli, chiedere informazioni ed accorgersi solo dopo, con orrore, di non avere più la borsa. Dimenticata sull’autobus. Con tutto dentro: chiavi di casa, portafoglio, soldi, documenti, carte. Tutto. Scaraventarsi giù all’uscita in preda a panico e disperazione a cercare di capire che debba fare, sopraffatta da interrogativi agghiaccianti: dove dormo stanotte? Come torno a casa senza una lira? Chi entrerà a casa mia stanotte? E nel pieno dell’angoscia, incontrare per caso un caro amico in giro anche lui per ultimi acquisti. Attaccarmi come una cozza a lui e famiglia. Fare mille telefonate, atac, banche, questura, fabbro. Dirigersi verso casa rassegnata e  ma consolata, e ricevere in metro un messaggio su facebook dal commissariato del viminale che mi dice che un turista ha trovato la mia borsa e l’ha portata a loro, e di passare a riprenderla.  Dentro c’era tutto, non mancava niente.

Ecco, lo spirito del natale non alberga in me. Ma ieri sera mi sono ricreduta un pochino.

Buon natale a tutti.

Autunno

Svegliarmi altrove, in una casa piccola e calda di una città lontana, una casa su un viale alberato, le foglie rosse dell’autunno ancora lucide e brillanti dalla pioggia di qualche giorno fa, e il freddo pungente di una soleggiata mattina di novembre. Una casa con un balconcino coperto, come una stanza in più aperta al mondo, con qualche pianta appesa con una corda al soffitto, e una bicicletta appoggiata alla parete. Un tavolo di legno al centro. Preparare un caffè, e berlo lentamente, sfogliando un giornale. Uscire di casa piano, senza fretta, con un quaderno in borsa, e un libro da leggere, una sciarpa di lana attorno al collo, e i guanti. Fermarmi in un bar, di quelli con gli sgabelli alti accanto alla finestra e prendere un altro caffè. Guardare fuori dalla finestra la gente che passa, a lungo. Immaginare le vite delle persone, oppure non pensare a nulla. Godere del silenzio e della pace. Attendere che le parole tornino, e scriverle piano sulla carta.

Dichiarazione al sé

Mi piaci quando ridi di gusto. Mi piaci quello che scrivi, io non so scrivere bene come te. Mi piaci quando ti fai abbracciare e ti godi tutto il benessere. Mi piace che hai un aspetto spirituale che ti da equilibrio e armonia. Mi piace come ti vesti. Mi piace come ti esprimi con il corpo, che non hai vergogna a mostrarlo alla persona che ti vuole bene e che ti fa stare bene. Mi piaci quando sei stesa sul prato, con la faccia al sole, gli occhi chiusi e il sorriso sulle labbra. Mi piace che ti vengono mille idee e l’entusiasmo di realizzarle, che viaggi a vele spiegate e non hai paura di nulla. Mi piace che sei curiosa, entusiasta di tutto e di buon umore, e che anche quando piangi non sei disperata, solo triste. Mi piace il tuo amore per le piante, che ci parli e le curi, e la gioia che ti danno quando spunta un foglia o addirittura un fiore. Mi piace che te ne vai  a leggere alla pineta, e che ti godi quei momenti in solitudine, perché sono rilassanti e rigeneranti. Mi piace che ami viaggiare, so che lo desideri tantissimo, e sono sicura che questa volta ci riusciamo, faremo un viaggio tutto come dici tu.

Mi spiace che ti tengo in un angolino. Mi sei mancata tanto.

Dicono che devo fare le cose che mi piacciono

IMG_20160508_120659Dicono che devo fare le cose che mi piacciono. Dicono che non devo accontentare nessuno, ascoltare l’opinione di nessuno. Solo la mia. Dicono che devo cominciare dalle cose piccole. Che la mattina devo alzarmi e chiedermi: “cosa ti piacerebbe fare oggi?” Dicono che non mi devo spaventare, che non devo pormi traguardi troppo alti. Cose piccole, mi ripetono.

Allora cerco di fare le cose che mi piacciono. Non ci sto troppo a pensare, che sennò mi confondo, non so più cosa voglia dire, mi perdo. Il sabato mattina, per esempio, vado a fare una passeggiata alla pineta. Non ci andavo più da tempo, e non ricordavo più quanto mi rilassasse, quanto mi piacesse. Mi fermo a leggere seduta su un tronco d’albero caduto a terra, il viso rivolto al sole, che ancora non è così caldo, e stare al sole è una sensazione piacevole di tepore. Altre volte passeggio. Ho scoperto che la pineta non è soltanto quel grande fazzoletto di terra incolta, quel pratone di erba alta che credevo. Mi sono addentrata in un sentiero dietro la biblioteca e ho scoperto che la pineta è una foresta, un bosco fitto, che ci sono stagni, ponticelli di legno, boschetti di querce, salite ripide e discese, piccoli canyon di terra rossa e riarsa. Il fatto che io abiti da sei anni dietro la pineta e che non mi sia mai addentrata a esplorarla, che mi sia sempre accontentata della camminata dove ci sono i pini e la gente  che corre, è indicativo di come io sia fatta. C’è un profumo di erba e di piante che non conosco, di cui non ricordo il nome. C’è il fango per terra, e devi stare attento a non scivolare. E’ bellissimo. Vorrei tornare ancora.

Il sabato pomeriggio spesso sono sola a casa, per circa due ore. Qualche volta esco. Ho fatto lunghi giri in centro, cammino guardo le vetrine, se mi va mi compro qualcosa, un libro, un vestito, un caffè. Altre volte invece rimango a casa, sul divano. Scelgo un cd tra il migliaio circa che abbiamo a casa. Sono troppi per me, mi perdo, ma non importa. Ne scelgo uno, e lo ascolto, da sola, leggendo. Cerco di godermi il momento di silenzio, di riposo, e il fatto che il cd l’ho scelto io, tra mille, e che quella musica ora è anche un po’ mia.

Una delle cose che mi piace fare è scrivere qui. Ho smesso da un po’. Ma ora cerco di ricavarmi dei momenti tutti miei e di scrivere qualcosa. Spesso mi trovo ripetitiva e noiosa, ma mi dico che non importa, che scrivere è una delle cose che certamente amo fare, e in questo periodo quando mi ci metto, qualcosa esce. Ho trascorso mesi a riprovare e a sentire un vuoto totale e assoluto dentro di me. Nessuna parola in vista. Nessun pensiero. Il vuoto. Ora scrivo cose piccole, ma non importa. Ho cominciato a scrivere un racconto. Lo tengo in una cartella nascosta nel computer. Mi scoraggio e lo trovo orrendo. Scrivo dieci righe, poi mi fermo incapace di andare avanti, di avere una idea di come dovrebbe andare avanti. Allora spengo. Poi un altro giorno mi ci rimetto e scrivo un’altra decina di righe. Non so cos’è, non sarà nulla come spesso mi accade. Ma mi piace. Mi affatica ma mi piace.

E poi, una mattina, dopo un bellissimo colloquio con il meccanico, che a quanto pare il catorcio s’è rotto nuovamente, una mattina ho fatto un acquisto. L’ho svestito di qualunque idea di risultato, conseguenza, progettazione. Un acquisto senza motivo, solo per il bello di averla a casa, sfogliarla, immaginare. Ho comprato la Lonely Planet dell’India. In inglese. E’ arrivata, e ogni giorno qualcosa succede. Un piccolo movimento nella mia testa. Date della partenza. Itinerari. Sussulti di piacere. Di paura. E di piacere.

Ho difficoltà a pensare a me ad agosto. Cerco di fare le cose piccole che mi piacciono in questo momento, senza pensare al dopo. Sfoglio la guida dell’India, leggo i nomi difficili dei luoghi, delle città, immagino senza ben capire, che non ho idea di cosa voglia dire andare in India. Immagino. Passeggio in pineta, leggo il mio libro. Cerco di non preoccuparmi.

 

Ancora di pesci

Sono a casa da sola. Non capita spesso. Sto bevendo birra con una certa veemenza, ascoltando Pet Sound e preparando una torta salata, perché di qualcosa dovrò pur nutrirmi. Mi sembra di pescare. Lancio la lenza in profondità, tento dei lanci a vuoto, ma l’amo rimane in superficie, sbatte contro qualcosa di duro, e asciutto. Poi non so come, trova una crepa acquosa, vi si immerge, cala giù. La lascio scendere, sprofondare, l’amo appuntito, il filo teso, spero che trovi qualcosa, spero che si impigli, spero di sentire la lenza tendersi. Spero di tirare a riva qualcosa. Qualsiasi cosa, una scarpa, una vecchia bicicletta arrugginita, una valigia vuota. Spero di trovare qualcosa.

Vorrei pescare un pesce. Dalle squame variopinte, metalliche ed elettriche, lo sguardo terrorizzato ma spaventosamente vivo e volitivo, le branchie affannate ad afferrare gli ultimi secondi di ossigeno. Non voglio soffocarlo, non voglio ammazzarlo. Solo guardarlo, magari metterlo in una bolla d’acqua per un po’, gustarne la bellezza, l’esotismo delle sfumature colorate, i movimenti guizzanti, lo sguardo liquido e così profondamente attento. Guardarlo un po’, poi liberarlo, perché, ad essere onesti, non so come si faccia a tenere un pesce in vita. Qui morirebbe. L’aria è asciutta e non c’è acqua. Lo guardo un po’, poi lo lascio rituffarsi giù nel profondo, libero di andare. Quando lo libero giù nel crepaccio profondo, rimane in superficie, mi guarda. Mi parla, con quel linguaggio dei pesci che ancora non ho imparato. Non capisco cosa mi dica.

Allora immagino. Immagino che dica vieni con me.

Terrorizzata, mi tuffo.