Oggi te ne vai.


Oggi che te ne vai ci sentiamo un po’ più stanchi, più lontani e più fragili. Ci sentiamo appesi a un respiro, a un pensiero, a un sussulto. Ci sentiamo più soli, vagare qui intorno, girando. Dimentichiamo le mete, le strade, le cose da fare. Abbiamo perso il centro, il senso, il bersaglio. Abbiamo smarrito i contorni, i disegni, l’altezza e l’ampiezza. Abbiamo dimenticato le misure, noi sarti che tagliamo momenti, ricordi, attimi vani, e poi ce li mettiamo addosso, uno sopra all’altro, fino a sembrare buffi pupazzi, gonfi e ingombranti, che camminano, con gli occhi arrossati, goffi, paonazzi. Oggi che te ne vai, noi rimaniamo, dimentichiamo, continuiamo. Ci slacciamo gli orologi dai polsi, perchè abbiamo perduto le ore i minuti e i secondi. Ci cascano dalle tasche, come monetine da nulla,  e tintinnano sotto i piedi dei passanti, le nostre ore, perdute, di niente.
Oggi che te ne vai, chiudo gli occhi e non ci penso, mi rimbocco le coperte e mi addormento, io, che resto, di nuovo, senza un padre.
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Lasciare

Homesick, ‘cause I no longer know where home is.
(Kings of Convenience)
 
Guardare un luogo con gli occhi di chi parte, nuovamente, lasciando indietro ciò che resta, ancora, anche senza di sè. Lasciare ancora, nuovamente, le pareti, azzurre questa volta, le porte, più o meno robuste, sottili, alte, troppo strette, troppo grandi, gialle questa volta. Le finestre, a volte piccole, a volte grandi, buie questa volta, perché poca luce entrava da esse, e la casa si illuminava più della luce di lampade a terra, le luci basse di chi legge d’inverno in poltrona, o a letto, per quelle case piccole dove il divano non c’è. Staccare il lenzuolo dipinto dal muro, azzurro, sfilare un chiodo alla volta. Con un paio di forbici, con un coltello, puoi provare. Pensare su che nuovo muro appendere il lenzuolo dipinto, comprato al mare, da un nigeriano di una bellezza inaudita, che vendeva batik africani distesi da braccia scure e lunghissime e lucide e belle, sventolanti al vento caldo e ondulato del mare di inizio estate. Ecco il ragazzo che passa, con passi estesi, alto e scuro, con quei suoi capelli intrecciati, ecco quelle lenzuola esotiche e lontane, bucato africano appena uscito da mani di donne sporche di cera e di pigmenti colorati. Il rumore dei passi sulla sabbia, le impronte lasciate dai piedi. Ecco me seduta in riva al mare, guardare con occhi socchiusi, contro il riflesso del sole che si dipinge sul mare in argento e oro,  il batik giallo di sole e nero come neri gli occhi del ragazzo che passava. Guardare il ragazzo e pensare al sole, al caldo, alla sabbia, all’Africa. Scambiare poche parole con il ragazzo. Chiedergli il nome, il nome. Chiedergli se in inverno torna nel suo paese. Dirgli che i batik sono magnifici. Guardarlo e pensare che è tutto qui: la sabbia, il sole, il silenzio, le onde il ragazzo e io. E poi ritornare, nuovamente, davanti a mura azzurre, nude questa volta, di una stanza ora vuota, dalle porte e finestre dipinte di giallo. E sebbene le porte siano gialle, la stanza è fredda, e invernale, e vuota, vuota, vuota di tutto.
Di nuovo me ne vado.