Bolla di sapone

Pensi di vedere le cose da un punto di vista – se non privilegiato, seppur parziale – per lo meno sufficientemente oggettivo per poterti fare un’idea credibile del mondo e delle persone che lo popolano. Sei naturalmente portata a credere a quello che le persone ti dicono, a posare uno sguardo benevolo sulle parole degli altri, sui silenzi, le contraddizioni, le stanchezze altrui. Combatti strenuamente quando qualcosa non ti torna, quando una parola mal si concilia con ciò che credi di vedere. Pensi che sia un errore di valutazione tuo, che sia la tua cattiveria, il tuo pregiudizio che ti gioca un brutto scherzo, e combatti con fermezza quel pensiero giudicante, lo blocchi in partenza. Sospendi il giudizio. Ti astieni. Ed è nello spazio di quell’astinenza che invece le cose accadono, nel silenzio, sotto banco, e che la realtà benevola, quotidiana, di sorrisi e parole gentili a cui ti hanno abituato, non esista. Scopri che sei di un’ingenuità mostruosa, e che il tuo punto di vista è così parziale e così limitato e che la tua esperienza del mondo è così infinitamente ridotta, che agli occhi della gente sei come un’aliena.

Ti vogliono far credere che sei una persona fredda, che tieni le persone a debita distanza, che non ti avvicini agli altri, ma la verità è che vivi in una grande bolla di sapone, e che oggi è scoppiata.

Annunci

(Quasi) finita la fase della piccola dottoranda fiammiferaia inizia ora quella del diario intimistico. Ovvero, agonizzo ma proseguo.

Non sento il Natale e non sento neppure la fine dell’anno. Mi interesso di blog di mamme italiane e americane che nei loro blog celebrano, ringraziano, ironizzano sulla bellezza della loro vita. Mi colpiscono, perché penso che dopotutto la vita con figli sia una vita alquanto ripetitiva monotona spossante e che sia difficile scriverne bene, in modo commovente, divertente, come se ogni momento fosse unico. E’ un linguaggio che mi manca. La lingua della celebrazione, del ringraziamento, della contentezza è una lingua che non mi appartiene. Non ne sono capace, non mi viene. Leggo i blog di queste mamme perché tento di assimilarne la semantica. Sono più naturalmente portata al reportage di sfiga dopo sfiga, alla cronistoria di paperino, alla lamentela travestita da barzelletta. Alla ripetizione in forme sempre nuove e diverse del mio senso di inadeguatezza alla vita.

Quest’anno, questo 2014 che termina oggi qui a Roma, in questo freddo glaciale, a casa nostra, noi due, con una cenetta a lume di candela, ha portato molte novità, e la maggior parte di esse non erano nemmeno cercate. Ci siamo sposati un tardo pomeriggio di luglio sotto una luce di mezza estate limpida e bagnata di sole. Siamo partiti per un viaggio lungo e avventuroso come li sogno io. E’ arrivata una convocazione di ruolo per lui che nessuno si aspettava. Abbiamo comprato casa. E il 23 dicembre, mentre spedivo copia della tesi ai due commissari per la discussione orale, ecco che mi telefonano altrettanto inaspettatamente per una convocazione di ruolo effettiva dal prossimo anno.

Cosa ci succede? Dove sono andati i muri gocciolanti, la cucina sbilenca, la precarietà perenne, lo stipendio part-time?

Non sento il Natale, e questo capodanno lo festeggeremo romanticamente in due, se non altro per l’influenza. Però allo scoccare della mezzanotte vorrei ripensare a tutto ciò che questo anno ci ha regalato e brindare con una scintilla di felicità in più, sperando di imparare presto a comunicarla su queste pagine.

pole position e sceneggiate napoletane con toni da operetta

Ieri sono andata in palestra. Ero triste. Gli occhi rossi e due profonde occhiaie e le labbra chiuse, tese. Il ballerino colombiano se n’è accorto e mi ha fatto un cenno mentre saltellavamo tutti quanti, tra una piroetta e un’altra, e il cenno più o meno significava: “tutto bene? noto con dispiacere che oggi non saltelli felice come una gazzella come fai di solito, ma ti vedo un po’ moscetta e quegli occhi rossi mi fanno pensare che tu oggi abbia avuto una giornata un po’ nera, o un po’ grigia e così mi sembri, un po’ grigia. Ma spero che la composizione saltellante di oggi ti aiuti a dimenticare le pene della giornata.” Ecco, così diceva il cenno che mi ha fatto durante una piroetta e un saltello. E un movimento di bacino, certo, che quello ci sta sempre bene.

Che poi questo cenno l’ho potuto notare perché, sapete, ho guadagnato la seconda fila. Sì. Ero partita dall’ultima, ho guadagnato la seconda. Quasi in pole position oramai. Qualche volta addirittura la prima. Lo sapete questo cosa vuol dire. Pensate alla formula uno. Capirete.

E poi alla fine mi ha chiesto il nome. Che io è più di un anno che vado in palestra da lui. Ma lo sapevo che lui il mio nome mica lo sapeva. Sono sempre così invisibile. Mi confondo dietro la famosa colonna. E ora che ho guadagnato la seconda fila, dopo più di un anno mi ha chiesto il mio nome. Che io gli ho detto: Bagnarole mi chiamo, anche se non gli ho detto proprio così, che non è proprio questo il mio nome. E lui alla fine mi ha detto “Brava. Ciao Ba’!. …. Gnarole.” Che non ha suonato proprio così, perché non è questo il mio nome, ma più o meno così, con la prima sillaba e poi dopo una pausa, anche la seconda, nel caso non avessi capito che era proprio me che salutava.

E comunque gli occhi rossi ce l’avevo sempre per questa storia di questo vestito che devo andare a vedere, ma non tanto per il vestito quanto per tutto ciò che il vestito implica, che una persona che si riconoscerà mi ha detto, Brava! ora comincia la vera passione, e con ciò intendeva la passione nel senso evangelico del termine, e dopo la giornata di ieri, io gli ho dato proprio ragione, che siccome è arrivata anche mia mamma dalla palude a cercare il vestito o meglio tutto ciò che il vestito implica, e si sono create come dire delle congiunture astrali piuttosto negative per me, con tutto un codino di strascichi melodrammatici, con punte da sceneggiata napoletana, che pare che questo tono da sceneggiata napoletana abbia in qualche modo scolpito le modalità comunicative della mia famiglia, anche se noi, poi, napoletani, non siamo proprio.