mi sudavano i piedi


Oggi esami di stato di terza media, i primi per me (i primi dalla parte della cattedra). Prova scritta di inglese. Credo che nessuno dei miei studenti si sia svegliato alle 230 di mattina per l'agitazione, cercando di ripetersi mentalmente (che cosa? gli irregolari del past simple? le formule di apertura e chiusura di una lettera?) la difficilissima procedura a cui avrei dovuto assolvere questa mattina: salutare gli studenti, preparare le tre buste, estrarre la traccia, distribuire traccia e fogli protocollo agli studenti, passare tra i banchi a incoraggiare, firmare, non inciampare sui tacchi 5cm. Sono anche riuscita a suggerire sbagliato ad una mia studentessa.

Geografia delle parole

Ci sono parole che esistono in un solo tempo, poi scompaiono, si abissano, si estinguono.
Perdono il loro valore, la loro ragion d’essere, la loro specificità. Si utilizzano per qualche tempo, poi si dimenticano, non si pronunciano più. Ci sono parole legate alla mia infanzia che non ho mai più pronunciato, che dopo un certo tempo, non sono più servite. Rese inutili dai numerosi trasferimenti, dall’età che cambiava, dalle geografie modificate, queste parole si sono inabissate nel flusso del tempo, solitarie reminiscenze di una mappatura passata e definitavamente conclusa. Queste parole sono: follonica, schiaccia, piazza verdi, diaccioni, ti, rivadeglietruschi, vipera, pavoletti, maschera d’oro e maschera d’argento (nel mondo dell’infanzia le maiuscole non esistono).
Ognuna di queste parole era come un nodo da cui si dipanavano migliaia di trame sottili, di immagini precise, di storie fantastiche, ad esse si affiliavano una serie di altre parole, come in una ragnatela dai fili dorati, fatati, magici.
La parola follonica, come un mollusco la sua conchiglia, si trascinava addosso i suoi correlati: mare, faro, ristorante sul mare, souvenir a forma di gondola, amici di papà, bambina che non ha più la mamma. Di questa parola in seguito non è rimasto più nulla, la risacca se l’è portata via. Ora Follonica è un cartello blu appeso ad una stazione nel lungo viaggio roma termini-massa centro su treno regionale. E’ una parola silenziosa, non rievoca più nulla. Ha perduto la sua connotazione, la magia, il potere.
Le parole “maschera d’oro e maschera d’argento” non sono solamente parole dell’infanzia, sono un mondo a parte, un linguaggio speciale e segreto che solo due persone potevano intendere, io e mia sorella. Era il sorellese, quella lingua femminile e bambinesca, intima e incantatoria, dai poteri ipnotici e paranormali, era quella lingua che permetteva a due bambine di 3 e 4 anni di trasformarsi in due esseri dai superpoteri, eroiche e onnipotenti, e che comparivano misteriosamente in casa, in momenti in cui le due sorelle complici misteriosamente scomparivano.
Unica testimone, spettatrice involontaria e obbligata, mia madre. Mamma, il centro di ogni parola, di ogni spettacolo, di ogni incantesimo praticato entro le mura di casa, l’osservatrice attraverso i cui occhi ogni cosa acquistava un senso speciale e meraviglioso.
Era anche quello il tempo delle prospettive caricaturali, dal basso verso l’alto, il tempo
dello sguardo in su, della testa ad altezza lavandino, del piede numero 25 e degli zoccoletti rossi.
“Mamma dov’è C.?” ” Non lo so…C.!, C.! dove sei?, mmmm, non la vedo…ma tu le somigli… chi sei?” “Sono maschera d’oro”. “E io sono maschera d’argento!”. La vocina a pappagallo era sempre la mia, instancabile imitatrice della sorella maggiore, una spanna più alta di me, diletta e meravigliosa, fonte di magnifiche scoperte, tutrice quattrenne, e bersaglio di dispetti di ogni tipo, che mi avrebbe insegnato ad andare in bici e a nuotare, a leggere e andare sui pattini, che pazientemente avrebbe sopportato la sorellina che diceva “ti” invece che “sì” e che in macchina, puntualmente, le si addormentava sempre sulle gambe.