Ho fatto una passeggiata

Villa Pamphili non è lontana da dove abito io e camminando poco meno di mezz’ora ci si arriva. Non abito in un quartiere bello di Roma. Abbastanza comodo e abitabile, ma le macchine, i negozi rumorosi e noiosi, le persone che passeggiano senza una meta con addosso la tuta gli occhiali da sole e le carrozzine, e poi i marciapiedi bucati e sconnessi, la spazzatura accostata ai cassonetti ricolmi, rifiuti buttati ad un lato della strada, motorette dalle gomme a terra e ormai arrugginite e sfatte abbandonate da anni addosso ad un palo della luce. Questa città è fatta così. Non sempre camminarla è piacevole. Ma arrivata al cancello della villa, mi sono sentita investita da un mondo primaverile e colorato, un mondo fatto di luce e calore,  un mondo di cui io, che ancora indosso la patina e lo sguardo dell’inverno, ho perso le tracce da tempo.

Ho fatto una passeggiata guardandomi intorno,  come se in vita mia non avessi mai visto un albero, o dei fiori rossi sbocciati. Ma dove è andato a finire il tempo? Dov’è andato il tempo in cui si giocava a palla e si correva e si portava il pranzo al sacco? il tempo dei picnic, il tempo in cui ognuno porta qualcosa, il tempo in cui i grandi organizzano le cacce al tesoro per i piccoli, il tempo delle fotografie e dei filmini.

Forse è meglio  così, che  quel tempo sia finito.

Mi sono seduta a leggere un po’. Un bambino si è avvicinato e mi ha detto ‘lo sai che io so saltare quel cancelletto? Vuoi che ti faccio vedere?’. Un altro bambino mi ha tirato un pallone in faccia. C’era un cucciolo davanti a me che piagnucolava perché la sua famiglia giocava a pallone mentre lui era legato a un albero. Si lamentava e poi scodinzolava un po’. Si sentiva una tromba che suonava, in lontananza, forse oltre quegli alberi, che mi guardavano nell’ombra.

Verso casa, avendo ripromesso a me stessa di ingrassare almeno due chili per riempire, se non la camicetta, per lo meno i pantaloni, ho preso un gelato. Pera e marron glacé, i miei gusti preferiti.

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Vitamine

Stamattina sono andata a fare un elettrocardiogramma. Ora, possibile che per visitarmi il cuore io debba mostrare le caviglie?!

Lo sapevo io che dovevo depilarmi ieri.

Comunque sono sana come un pesce, sto benissimo, funziona tutto.

Poi, ora che ho lo spremi agrumi, chissà quante vitamine.

Wild Montana skies

La pineta stamattina era una distesa di neve bianca, puntellata qui e là di stralci di rami sradicati durante le notti di vento.  La pineta è una parentesi della Roma romana, un fazzolettone di terra incoltivata, con discese e salite, arbusti e alberelli, che inaspettatamente si srotola nel bel mezzo di due quartieri trafficati, tra un semaforo e un altro.  Qui niente panchine, ogni tanto una sedia di metallo appoggiata ad un albero. Come ai Jardins du Luxembourg. In settembre, quando il caldo e l’inquietudine di fine estate impedivano di rimanere in casa, venivo a sedermi in una di quella seggiole di metallo a leggere Guerra e Pace e ascoltare i grilli. Così queste quattro parole – settembre, grilli, Tolstoj, pineta – vanno ora per mano nella geografia delle parole che addolciscono la mia permanenza qui.

Stamattina, il rumore dei piedi affondati nella neve,  le grida dei bambini su slittini improvvisati con materassini e pezzi di cartone, il sibilo degli sci di qualche ironico sportivo, mi ha riportato mille anni lontano da qui. Mentre chiudevo gli occhi e assaporavo il tepore del sole sul viso, mi ha colpito qualcosa in pieno viso. Pensavo fosse una palla di neve. Invece no. Era una madeleine.

A quando si era piccolissime, io e mia sorella, e si passavano due settimane a gennaio sulla neve. Lo so che oggi potrebbe sembrare impopolare, ma si passavano a Cortina, dal momento che la mia famiglia, quando noi eravamo piccolissime, si trattava molto bene. Poi siamo decaduti, abbiamo dimenticato molte cose, abbiamo cambiato pelle e case molte volte. Oggi cerchiamo di raccattare brandelli e pezzettini di quello che eravamo una volta.

Allora era tutto bellissimo ed eravamo felicissime, io e mia sorella. Ricordo il colore della neve, giallino o rosa pallido a seconda dell’anno, con quelle mascherine da provette sciatrici addosso, e il loro inconfondibile odore di gomma. Tutto il mondo era giallino o rosa pallido in quelle sciate lunghe pomeriggi. Le manopole che non tenevano mai abbastanza caldo. Gli scarponi rossi di Tecnica, i ricci bagnati e scomposti che uscivano da sotto cappelli di lana. Il calore del sole sulle panchine della baita. Io che cantavo come una pazza mentre scendevo col mio stile di piccola della famiglia che lasciava alla sorella maggiore il compito e la responsabilità di quella brava negli sport. A me, non me ne fregava niente. Mi bastava fare la scema e cantare con un po’ di neve in bocca. Ogni tanto mi lasciavo cadere per terra. Per farmi male. Per farmi coccolare. Per riposarmi un po’. Cadevo anche da ferma. In quel trenino fatto di tre persone che scendevano in fila indiana, con mio padre che a ogni curva ripeteva, come un mantra: punta il bastoncino, e via! , l’ultima della fila ero sempre io, con il naso rosso e le braccia aperte come ad abbracciare l’aria.

Le parole. Le parole ricordano tutto. Ricordano più di quanto sia in grado di fare io. Le parole hanno conservato il batticuore di quei giorni, l’euforia e la bellezza. Le parole cristallo, faloria, socrepes, tofane, valbadia, isidoro (il nostro cattivissimo maestro privato), portano in sé il colore della neve che brilla al sole, o il grigiore di una giornata di bufera, la leggerezza di uno ski lift facile facile o il terrore di una seggiovia a seggiolini singoli sospesa nel vuoto, la velocità di una pista verde, e l’asprezza, la lentezza complicata di una pista rossa, o nera. Quanta paura a volte.

Poi in macchina, tornando all’albergo, ci si toglieva i calzettoni e le calze, ci si metteva comodi e si guardavano dal finestrino le ombre che si allungavano mentre le solite cassettine, quelle adibite ai viaggi in montagna, suonavano quelle canzoni che per me rimarranno sempre indissolubilmente legate a quella macchina, quelle montagne così belle, quei viaggi.

Vi prego, portatemi a sciare. Prometto, sto buona.

Piccole amenità quotidiane, 3

L’altro giorno sono venuti a casa il muratore (nevicava anche dentro casa) e l’amministratrice, che è una vicina di casa che si è inventata amministratrice da quando l’ex amministratore è fuggito portandosi via cinquanta mila euro. Mentre l’amministratrice parlava – e credetemi, parla – di soldi, gestione, tubature, bollette, capacità di relazione, riunioni di condominio, mentre parlava, non mi degnava nemmeno di uno sguardo. Non parlava con me. Non mi considerava proprio. Solo a un certo punto mi ha guardato, e si è rivolta indiscutibilmente a me. Mi ha detto: c’è da pulire i calcinacci.

Oggi mentre ero in cucina che cucinavo, una macchina ha cominciato a suonare insistentemente il clacson. Io stavo girando il sugo (zucchine e guanciale) e lavando i piatti contemporaneamente. Io abito al terzo piano. Suonava il clacson. Ho pensato: ce l’avranno con me?

Questi due giorni di vacanza a sorpresa regalataci da Alemanno, tanto più graditi per il fatto che nonostante la neve e i disagi etc, c’era il sole e qui si respirava un’euforia e un’allegria contagiose, questi due giorni sono stati meravigliosi. Mi sono riposata. Mi è parso, finalmente, di ricominciare a vedere le cose con il loro colore e il loro contorno, nitide, trasparenti, variopinte. Mi sono riposata ma ho fatto un sacco di cose. Mi pareva di avere tempo per tutto. Sono perfino andata al negozio a fare lo shopping, con un sorriso da qui a qui. Ma ci pensate, ho lavato il bagno, no dico, ho lavato il bagno.

Alemanno, ancora un giorno e qui facevo pure un figlio!

Comunque, ieri ho ricominciato la scuola.

Poi volevo anche dirvi che è vero, mi hanno rubato. Lo so che l’ho già detto qualche tempo fa, ma qui non si fanno progressi: io vado al supermercato, passo la cassa e suona l’allarme. Al che l’occhio di bue si accende su di me e calano le luci tutt’intorno, si sente in lontananza la sirena della polizia, dei carabinieri, dei gendarmi, dei vigili del fuoco, e dell’acqua alta, mille occhi si rivolgono accusatori verso di me e il coro fuori scena comincia a cantare in un crescendo infuriato: LADRA! Io sudata e con le orecchie rosse come peperoni tiro fuori l’odiato oggetto del delitto, colpevole del misterioso allarme, cioè il mio portafogli (è un anno che mi capita, sempre, ho fatto un’indagine accurata), al che le luci si riaccendono, tutti si riaddolciscono tranne me, e il mistero è risolto. In realtà il mistero non si è risolto affatto, visto che un paio di mesi fa, per questo motivo ho cambiato portafoglio, senza nessun miglioramento. Oggi ho suonato di nuovo.

Devono avermi rubato da piccola.

Ho sognato.

Ho sognato che tra i blog famosi e bellissimi che leggo, ce n’era uno che parlava di me.

Diceva:

“Sì, bagnarole la leggo, ma non è che sia proprio il mio genere, anzi devo dire che ultimamente mi ha proprio stufato”. E continuava così per almeno un paragrafo. E dove c’era il mio nome, non mi aveva nemmeno linkato (almeno sarebbero andati tutti a vedere chi cavolo è questa bagnarole. Invece no).

Mi sono svegliata di soprassalto. Come con un incubo. Erano le 4.50 di mattina.

Passo troppo tempo qui dentro.

Poi.

Visto che ultimamente trascorro le giornate chiuse in casa a studiare e leggere e lavorare vestita con una tuta di pile, calzettoni fascia per i capelli e pulcione di lana tre taglie più grande di me brutto e caldo, e visto che quando vado su in terra veneta mi devo mettere tre paia di calzettoni, otto sciarpe due cappelli e ho la faccia sempre tutta rossa e piena di rughe da freddo e le scarpe grosse e più che camminare rotolo, allora stamattina che – badate – qui a Roma c’è il sole con un teporino e la neve che brilla mentre si scioglie e il cielo limpido, questa mattina che – badate – la scuola è chiusa, per andare in banca e in posta, mi sono vestita da strafiga.  Ho perfino comprato  uno smalto. Rosso.

Non ho incontrato nessuno, ovviamente. Nemmeno il fruttarolo che ogni tanto mi propone di sposarlo.

e di nuovo moccichini tutt’intorno a me…

ho appestato tutto il vagone del mio solito treno, vendicandomi così sugli inermi incolpevoli passeggeri e sull’odiata ferraglia di trenitalia.

la transumanza è ripresa.

I moccichini pure. 

La settimana scorsa ho avuto due piccoli ospiti a casa: uno di cinque e una di tre anni. La casa si è improvvisamente riempita di urli, rincorse, risa, pianti, nascondini, ricciolini e sgambettamenti. Quello di cinque ha detto: “zia questa casa è vecchia, è proprio vecchia. E’ vecchia ma è bella”. Quella di tre ha detto: “hai sbagliato. Hai sbagliato. Zia, non è bella. è bellittttttima. Però è vecchia”. Poi al momento del nascondino quella di tre ha anche urlato piangendo: “Tocca a io! Tocca a io!” . Però quella di tre dice anche, perfettamente: Metropolitana. Invece quello di cinque dice: mepotrolipitana, ma anche metrotopolipana, o melopotripitana e simili.

Quando se ne sono andati la casa si è svuotata ed ha ripreso ad essere un cesso, come disse il nostro muratore colto.

O tu Blogger (petizione) e muratore poeta

O tu blogger che ogni tanto passi di qui, grazie!
O tu blogger che ogn tanto passi di qui e che ti chiami 403, grazie!
Sì perchè se non era per 403 io mica lo sapevo che siamo a rischio chiusura blog e se non era per 403 che ci avvertiva nel commento al post precedente, io mica mi accorgevo e perdevo tutto perdevo.
Allora dovete sapere che io oggi dovevo studiare tutto ma tutto il giorno, perchè il giovedì non devo andare a scuola e oggi non ho preso il treno, allora studiavo. Ma ora no. Ora io mi sono salvata tutto il blog su Word, perchè sono antica, e ancora non l’ho capito come si fa a trasportarsi il blog su un’altra piattaforma, blogspot o word press, ora vediamo. Ora 403 ci spiega tutto
O tu blogger che passi di qui e ogni tanto commenti! Tu dove vai? Blogspot o WordPress?
Io vengo con te.
Non lasciatemi sola.
Comunque sono venute 94 paginette di Word, con commenti e tutto quanto. Non ce ne sono proprio tanti di commenti, eh, perchè questo è un blog senza pubblicità,  però quelli che ci sono sono tutti belli. tranne quello dell’anonimo che mi ha detto di scrivere il mio numero su bagno dell’autogrill. Quello non l’ho capito. Però gli altri sì.

Poi volevo anche dirvi che oggi è venuto il muratore. Aveva la eRRe moscia e ha detto: sono disoRRientato. Poi ha detto: questa casa è proprio un cesso. Però non ce l’aveva con me che avevo messo tutto in ordine e fatto le pulizie perchè sapevo che veniva. Ce l’aveva con il proprietario della casa, che lo sapete no che questa casa dove abito sta un po’ così, agonizzante, con il sistema elettrico traballante e gli spifferi alle finestre e i muri che trasudano acqua e gocciolano quando piove. Ed è per questo che è venuto il muratore infatti. E ha fatto un bel buco sul muro. Poi l’ha richiuso con la malta scura. Scommetto che ora rimane così per un paio di anni. E insomma, è per questo che lui dice questa casa è un cesso. Ha ragione.
Però io mi chiedevo: ma quando viene il muratore, uno cosa fa? lo guarda lavorare così, rimanendo in piedi in silenzio a guardarlo come una specie di voyeur? oppure se ne disinteressa completamente e si fa gli affari suoi? oppure si mette gli occhialetti e fa le domande intelligenti (questa è malta o stucco? perchè l’acqua goccia? mi insegna?)?