Ultimi rigurgiti accademici prima del tuffo nel mondo del design

Un ultimo weekend trascorso a Venezia e nella palude veneta, ha portato con sè:

– la visione strappalacrime di Frozen, nuovo cartone della Disney, dove due sorelle si perdono e poi si ritrovano, dove le emozioni e la paura creano voragini difficilmente ricomponibili, dove il principe azzurro non esiste, dove il primo amore è piuttosto un secondo amore, e dove ovviamente alla fine vissero tutti felici e contenti, ma questo è la parte Disney che non hanno ancora modificato. Vedere questo cartone con mia sorella, mia mamma e i miei nipoti ha provocato nodi alla gola e occhi gonfi di lacrime che sono passati inosservati grazie alle imprese canore della nipotina di cinque anni che correva per i corridoi cantando tutte le canzoni del cartone a memoria e a momenti anche Shakira;

– La consegna della tesi, completa di firme del tutor e del coordinatore di dottorato, in numero di tre copie alla segreteria studenti, al mio tutor e al mio professore di laurea, mentore super partes di questo dottorato. Il fatto che questo momento topico della mia vita, la consegna di un lavoro di quattro anni, non abbia portato con sé alcun senso di piena soddisfazione, entusiasmo, eccitazione, o per lo meno orgoglio, combinato al fatto che – cominciato quel giochino su fb in cui devo scrivere tre pensieri positivi al giorno per 5 giorni – annego in una difficoltà indicibile nel formulare detti pensieri positivi, nonostante la mia vita sia in questo momento grondante di cose belle, mi fa riflettere su questa assenza di lessico nel mio cervello e sulla cronica mancanza di colori vivaci nella gamma spezzata delle mie emozioni.

Tornata a Roma, mi ha investito La Fase dei Lavori e La Fase dell’Acquisto di Mobili, e con sé grande senso di inefficienza, incompetenza, e incapacità. Manco lo dovessi rifare io il bagno. Nonostante ciò, un intero sabato trascorso a Ikea a scegliere la cucina è stata esperienza intensamente istruttiva, comica a momenti e foriera di grandi idee. Complice il mio acquisto e lettura compulsivi di CasaFacile da un paio di mesi, come al solito nel mio modo ossessivo e patologico mi sono lanciata nel mondo del décor, dell’arredamento e del fai-da-te. Tutto immaginario. Trascorro ore a sfogliare riviste e a immaginare acquisti e arredi che difficilmente potremo mai permetterci. Tuttavia, è un’attività nuova e che piacevolmente riempie il tempo che per ora non sto trascorrendo a studiarmi e rivedermi la tesi. Cosa questa che ricomincerò febbrilmente a fare non appena i livelli di ansia raggiungeranno vette e picchi non facilmente smaltibili.

A brand new day

Davanti a un giovane notaio con la battuta pronta e disinvolto nella sua più completa onnipotenza, un’ agente di banca gentile ma un po’ pasticciona, tre voluminosi assegni nascosti gelosamente in borsetta; seduti accanto alla giovane coppia di venditori a cui abbiamo praticamente dichiarato il nostro amore eterno e indefesso (“va bene, ci state vendendo la vostra casa, ma a parte questo, volete diventare nostri amici? ci piacete tanto, ci vediamo ancora? e a proposito, non abbiamo soldi per arredarla questa casa, vi prego, lasciateci tutto quello che c’è dentro…”), abbiamo finalmente venduto le nostre anime alla banca, che le custodirà gelosamente per trent’anni concedendoci in cambio la generosa facoltà di alloggiare in questa casa scelta da noi, ma comprata da loro, nella quale vivremo per qualche anno dormendo per terra, cucinando su un fornelletto da campeggio e riscaldandoci al calore delle candele che ci serviranno per illuminarla. A meno che Ikea non abbia pietà di noi e avvii qualche promozione su cucine e camere da letto.

Abbiamo finito tutti i soldi.

Nel giro di un mese dobbiamo fare quel poco di lavori che ci sono, traslocare e trasferirci. Lasciamo questa casetta in cui siamo stati per cinque anni, tra muri gocciolanti, cucine unte e cadenti, letti di quarta mano, mobili degli anni cinquanta e, negli ultimi due mesi, una serranda rotta. Non c’è stato feng shui che tenesse. Eppure, ci mancheranno: le finestre enormi e la tanta tanta luce che ne entrava; il balcone lunghissimo; il senso di libertà della nostra vita senza contratti, senza residenza, senza nomi, senza definizioni precise; i vicini di pianerottolo; la amministratrice logorroica ma simpatica; la palestra davanti casa; la strada silenziosa ma vicinissima a supermercati, negozi, fermate di metro e bus.

Ci allontaniamo un po’ e non avremo l’ascensore. Ci vorrà un po’ per abituarci, come per tutti i cambiamenti, e ci inoltriamo silenziosi in questa dimensione un po’ nuova per noi, dove le cose prendono forma e hanno un nome, dove per realizzare i desideri bisogna faticare molto, dove la felicità ripaga la fatica, dove le cose pur prendendo un nome sono in continuo movimento, e sempre nuove.

La tesi termina

Mi soffermo spesso a riflettere sul da farsi.

La tesi termina. Sgocciola a piccole dosi le ultime cose da fare. Minime correzioni. Un rientro eccessivo, un plurale poco consono, una frase superflua. Centellino il tutto. Un giorno riguardo, un giorno mi riposo, non accendo nemmeno il computer. Mi convinco che quel che è fatto è fatto. E’ finita. Sorvolo consapevole sulle lacune. Alcune, poche, sono presenti. Mi riprometto di schematizzare, ripetere, sottolineare, rileggere. Più tardi. Non ora.

Porto tutto a stampare. E’ voluminosa, imponente, ne vado orgogliosa. Lunedì a Venezia, firme di tutor e coordinatore. Poi va consegnata.

La tesi termina.

E io mi ritrovo a chiedere di me. A rendere conto. A ritornare col pensiero, alle ore passate al computer, quando la tesi si scriveva da sola. E a domandarmi cosa farò di quelle ore tra poco, quando non dovrò più nemmeno schematizzare, ripetere, sottolineare. Rivado a quei momenti e cerco di formulare in misura esatta la percentuale di stress che quel tipo di lavoro mi suscitava, e a fare dei calcoli su quello stress, a chiedermi quanto abbia voglia di sopportarlo, in futuro, uno stress simile.

E non riuscire a decidere. Non riuscire a decifrare, a distinguere la percentuale di benessere, soddisfazione, passione, dalla percentuale di angoscia, ansia, insofferenza. a volte sbilanciarmi, pensando, dopo tutto, ma chi stava meglio di me, a casa sua, a scrivere. Ed è vero che sono arrivata al termine perfettamente in tempo, con calma, senza corse finali, e che già che mi avanzava un pochino di tempo, mi sono anche sposata, organizzando un matrimonio non certo in grande stile, e non perfetto, ma felice. E sono partita, senza farmi mancare nulla, la luna di miele, sedici giorni, in California. E la tesi ora è pronta, le sue belle tre copie stampate, sono di là. Pronte. E forse la vita non è stata così male in questi anni.

E ora oltre a consegnare la tesi, compro casa. A Roma. E seguo l’acquisto, e accendo un mutuo. E riesco a fare tutto. Nonostante la tesi, la consegna, il termine. Forse riesco a fare tutto, forse.

Ma non lo so. Non se sono sicura.

La tesi termina. E io non lo so bene cosa farò.

se l’autocensura non mi boicotta, forse scrivo un post anche oggi

Ora non è che, siccome ho spostato i mobili della stanza (evviva!) e ho passato finanche lo straccio, che io mi senta veramente ri-approdata qui, sui bordi sconnessi di questa città intrigata…
Tornare a Roma ha significato anche rientrare a casa dopo un mese e mezzo di assenza, una casa con i suoi insettini che ti accolgono sorridenti sfrecciando di qui e di là veloci sui muri con le loro zampettine minuscole e furiose, significa ritrovare una casa da ripulire da cima a fondo (ma vabeh, non è che siamo fiscali qui), significa riabituarsi ai coinquilini, ai riccioli di polvere, a fare la spesa, a cucinare… significa riabituarsi ai pensieri autunno-invernali che stanno lì tutti pronti con le loro valigie scure di roba pesante, tutti pronti davanti alla porta di casa: eccoci! Stiamo arrivando! Ahhh, i pensieri autunno-invernali, non fa in tempo a cadere una foglia che già stanno tutti lì pronti, in assedio, impettiti con le loro cravattine inamidate e i loro completini ingessati, dio come li odio!
Manco fai in tempo a tornare, dicevo, che già ci sono ad aspettarti (oltre ai pensieri autunn-eccetera) i consigli di classe, il collegio docenti, la programmazione e tutte quelle menate varie a scopo rincoglionitivo e che fanno tanto bene come nutrimento ai tuoi dubbi lavorativo-esistenziali sul perché mai tu stia facendo questo, proprio questo lavoro.
A proposito di rientro a scuola, il primo giorno – consiglio di classe – ha registrato l’uscita di classe di una insegnante in lacrime, lacrime di rabbia direi, seguita da uscita repentina di preside in lacrime, lacrime di stanchezza, ansia e frustrazione direi, alla quale uscita è dunque susseguito rientro di insegnante ricomposta con occhi arrossati e parolacce varie mezze sussurrate nei confronti di suora gelidamente seduta e fingente non capire, insegnante che, sedutasi al banco accanto al mio, è stata gentilmente e  dolcemente invitata dalla sottoscritta a prendere un fazzolettino dal suo pacchetto salva-insegnante-affetta-da-improvviso-attacco-di-lacrime-rabbiose, al cui invito la suddetta insegnante ha replicato freddamente con le seguenti testuali parole: non me ne frega un CAZZO del tuo fazzolettino, vedendo così la sottoscritta rimpicciolirsi e riaccartocciarsi silenziosamente nel suo banchetto fino alla fine del sopracitato consiglio di classe. Al rientro successivo della preside ancora in lacrime è dunque seguita una predica-rimprovero di minuti 12, pronunciata con voce spezzata dai singhiozzi, che sostanzialmente aveva un unico chiaro messaggio: non ammalatevi, non assentatevi, non permettetevi. MAI! (capite poi il mio disappunto quando mamma dal lontano paese del nord-est mi dice con nonchalance: beh, devi venire in questa occasione, che so, prendi l’aspettativa….!!!). Questo comunque era il giorno 1. Giorno 1 prima dell’inizio della scuola, capite? Pensa te quello che sarà dopo, durante…
Comunque. Dicevo che finalmente ho cambiato i mobili della mia stanza. Il letto di qua, il mobile di là, la libreria vicino alla finestra, trallalà. Tra le altre cose ho anche fatto uno striscio lungo 30 e profondo mezzo centimetro sul parquet per spostare quel divano puzzoso e ammuffito che mi ammorbava ogni volta che lo vedevo, ma che vi devo dire, qualche sacrificio bisognerà pur farlo per avere una stanza non-odorante-muffa-stantia.  Tutto sommato è andato tutto bene, l’ultima volta che ho dovuto spostare mobili (al trasloco), un mio amico che mi ha aiutato gli è caduta la rete del letto sopra la caviglia mentre inciampava sugli scalini crollando rovinosamente sul pavimento dell’entrata urlando parolacce e ululati di dolore e slogandosi la caviglia di netto…insomma, meglio il parquet della caviglia del mio amico…

Feng Shui

La laguna è uno stato d’animo del mare.
(Ranafatata)

lungo laguna, ce l'abbiamo solo noi

lungo laguna, ce l’abbiamo solo noi

Io al feng shui non ci ho mai creduto. Però ultimamente, da quando abito in questa casa, un po’ forse comincio a crederci. Perché per esempio, io in bagno non vorrei mai andarci. Non è che sia brutto – bello non è – però è come se ci fosse una corrente avversa. La doccia, se potessi, non la farei mai. Solo a pensare a quella vasca da bagno rosa, mi prende una stanchezza, preferisco lavarmi a pezzi. Invece, se penso a casa di mamma, io la doccia me la farei anche due tre volte al giorno, col bagno tutto celeste, e la vasca bianca. Poi, or ora, mi volto, e la scatoletta dei cotton fioc si è aperta rovesciando tutto il contenuto per terra. Ci deve essere una qualche forza oscura, un campo magnetico, la posizione degli oggetti è sbagliata. È il feng shui. A volte, poi, io non so in che camera mettermi. Vago per il corridoio in cerca di una stanza mia, per esempio in camera mia, e invece non la trovo. Tutte le stanze mi guardano con fare, non ostile, ma  non accogliente, sì, come se i mobili fossero nella posizione sbagliata. Ci sto pensando, a come potrei spostarli, per lo meno nella mia stanza, ma non lo so. Forse il letto più vicino alla finestra, e il divano contro il muro. Eppure è bellina questa stanza. Ma manca il feng shui, manca la corrente positiva, l’amicizia dei mobili.
Oggi a me mi manca il mio paese. Mi manca il lungo laguna, che è una cosa privilegiata che poche città hanno. La mia sì. È il posto dove vado a correre. A me mi manca lo specchio liscio e rosa della laguna di sera, con i gabbiani che ci si bagnano le zampe, e le barchette a motore che rientrano, e le tamerici ai lati, e il profumo di mare e di salsedine. Mi manca il ponte di legno e la barchetta stanca abbandonata sul prato lì vicino. Mi manca la mia bicicletta e i vestiti sudati dopo la corsa. Qui dove sto ora non c’è un posto bello dove andare a correre. C’è la pineta, ma – sarà anche lì una questione di feng shui – a me non mi va di andarci a correre.

Io non lo so, ma a me questo posto dove sto vivendo ora non mi piace proprio tanto.