Senilità

Ieri ero a Venezia. Ho visto un uomo con appresso figli, moglie e guardie del corpo. Ho detto: ‘Lo vedi quello lì? Era un collega di mio papà’. Era Alfano. Devo avere ancora un po’ di confusione in testa. Oppure era l’effetto del secondo spritz.

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Lo scrittore è tornato a casa sua, e io posso finalmente dormire

La settimana fatidica e temutissima è arrivata tra turbe mentali, paure insopportabili e  angosce primordiali e, così come è arrivata, se n’è andata, portandosi via con sé il suo strascico odioso di insonnie, incubi, vomiti e inappetenze. Sono due giorni che mangio e dormo con il sorriso sulle labbra, come se fossi rinata.

E’ andato tutto bene. Sai che noia dirvi così, dopo due mesi che vi rompo le palle. Però è così, tutto bene. La cosa peggiore che io sia riuscita a fare è stato arrivare una mattina a Venezia con i calzini spaiati.

Lo scrittore, dopo avergli detto che lo studio, sì lui proprio lui, non i suoi libri (I’m studying You!), dopo avergli citato frasi dai suoi libri a memoria, dopo avergli detto che so anche che adora la torta “sbrisolona”, è andato in un brodo di giuggiole, si è tutto sciolto, mi ha detto “I’m very impressed”, e ha accondisceso ad ogni mia richiesta (“la prego mi conceda un breve, insignificante colloquio, non le farò domande, può parlare quanto le pare, lei parla io la ascolto con occhi adoranti e pendente dalle sue labbra, sono sua!”).

Settimana finita, il mio organismo ha già meticolosamente selezionato e vagliato una nuova serie di ansie, di cui, fino a pochissimi giorni fa, ignoravo totalmente l’esistenza. Devo avere una dipendenza da ansie pari a quello di un alcolizzato. Nuovo scenario che si materializza nella mia mente, quando il mio professore leggerà l’ intervista sbobinata: “Signorina, ma che cazzo di domande ha fatto all’eccelso scrittore! Ma non si vergogna di averle poste a lui, e di farle leggere a me! Lei non merita di stare qui, se ne vada!”

Vedi, uno può liberarsi finalmente di una settimana faticosa, ma non riesce mai a liberarsi di se stesso.

Lo scrittore

La settimana incriminata dall’arrivo dello scrittore è infine arrivata. Negli ultimi giorni, dopo essermi oramai rassegnata al fatto che lo scrittore in questione è in ottima salute e già alloggiato in una meravigliosa stanza d’albergo con vista sul canale della Giudecca, anche l’inespresso tacito desiderio di essere la depositaria inconsapevole di una influenza fulminante che sta covando segretamente nel mio corpo da giorni, è andata sfumando con il passare delle ore. Sto benissimo.

Il mio ruolo, tuttavia, si è ridotto diciamo a uno sputo, e tenendo conto che altrimenti probabilmente non sarei sopravvissuta, forse è meglio così. Domani comunque ci sarà l’inaugurazione e a me è richiesta solo la presenza, niente di difficile insomma, sempre se togliamo la difficoltà di stare al mondo, che quella è congenita e ormai non la contiamo più.

Se volete potete venire a salutarmi e farmi pat pat sulla spalla, mi riconoscete subito. Sono quella con un completo giacca e pantaloni che non sa portare, che inciampa sui suoi piedi e con un paio di occhiali scuri che coprono, se possibile, tutto il viso. Dall’infanzia mi è rimasta la convinzione che se tengo gli occhi coperti, gli altri non possano vedermi.

Bibi

E’ una giornata uggiosa e monotona, grigia e piovosa.  Mi attende questa sera una cena familiare, con tutti i miei sette parenti riuniti  attorno all’antico tavolo dove un tempo si sedeva mia nonna a capotavola con la sua zazzera arancione e con le sue battute piccanti e poco consone alla sua veneranda età.

Non è passato molto tempo in questa famiglia da quando lo scatto generazionale ha prodotto in poco tempo quattro, no cinque, facciamo sette se consideriamo le ramificazioni da famiglia allargata, sette marmocchi dagli occhi grandi e le mani paffute, quasi tutti con lo stesso nome. Dovete sapere che nella mia famiglia si utilizzano quasi esclusivamente due nomi. Uno è il nome di mio padre, mio nipote, il primo marito di mia zia, il secondo marito di mia zia, il nipote del secondo marito di mia zia, e la lista potrebbe andare ancora avanti. L’altro nome è il mio, e anch’esso si tramanda di generazione in generazione.

Ma fino a pochissimo tempo fa, la piccola della casa, la pupa, per così dire ero io. E il mio nome, quell’inflazionatissimo nome di cui vi dicevo, nei primi anni della mia vita, non è stato mai usato. In casa, fin dalla nascita, io ero Bibi. Bibi, la piccola. Bibi, è piccola lei. Bibi, non la sgridate, che è piccola.

A cinque anni, forte della mia età e dei miei capricci, nella casa dei miei nonni, dove si passavano le vacanze e che ora non c’è più, non come la ricordo per lo meno, ho portato in casa la prima rivoluzione: io non sono Bibi. Io sono grande. Non sarebbe stata l’ultima. Mi sono buttata a letto a strillare e scalciare e agitarmi, piangendo lacrime, chissà, forse vere. Io sono grande, io non mi chiamo Bibi. Dopo due ore, hanno capitolato. Andando a cena con fare maestoso e ‘da grande’, nonni, genitori e cugini mi guardavano con aria intimorita e riverente. Non è più Bibi, è grande. Mi circondava un’aura di regale grandezza, di nuovo battesimo. Se per dirmi: su mangia, si sbagliavano e dicevano su, mangia Bibi, si mordevano le labbra, correggendosi subito. Ah no, non Bibi, è grande lei.

Dopo un po’, smisero di chiamarmi Bibi del tutto, non si sbagliavano più. Per un certo tempo, ho rimpianto questo soprannome, essere piccoli a volte fa comodo. Andò a finire nel dimenticatoio e ne  rimane traccia solo come scritta dietro alcune vecchissime foto in cui sorrido in un passeggino con dei sassolini in mano.

Ho conquistato il mio nome con le unghie e con i denti, come del resto tutto ciò che oggi mi appartiene.

Taccuino, bussola e fischietto

Armata di taccuino, bussola e fischietto, sono andata in ricognizione per le calli di Venezia, in cerca dei luoghi dove dovrò scarrozzare lo scrittore alto, sicura di me, sorridente e trasudante self-confidence, magari anche con un bel paio di tacchi. No, con i tacchi no, non esageriamo. Il fischietto era per segnalare la mia presenza, in caso di smarrimento. Manco di senso dell’orientamento, conoscenza approfondita della città e un buon Iphone, ma non temete, ce la farò. Anche se l’unica cosa che riuscirò a trasudare è l’odore un po’ rancido dell’ansia da prestazione.

A parte tutto questo, è stato un giro bellissimo. Ho scoperto rio Marin, che a Punta della Dogana c’è un bambino nudo alto circa due metri che tiene per le zampe una ranocchia a testa in giù, e che ogni cento metri c’è una calle che si chiama Calle del Fruttarol (forse in onore del fruttarolo di Roma che vuole sposarmi) e un ponte che si chiama Ponte Storto.

Poi ho incontrato anche il mio professore di laurea che mi ha visto con il mio taccuino che non è un taccuino, è un blocchetto di fogli spiegazzati, un po’ unti e sgualciti, e impietosito e un po’ schifato anche, mi ha regalato una moleskine. Ora devo passare tutti i miei appunti dal blocchetto alla moleskine, sennò quando mi rivede si offende. Mannaggia.

Oggi è pasqua, mi trovo nel rifugio toscano perché se ogni due giorni non prendo un treno che mi prosciuga delle forze e della volontà, allora non sono contenta. Ho preso pure la multa, credo di essere una delle poche persone che riescono a prendere la multa pur avendo comprato il biglietto. E’ stato un viaggio bellissimo. Martedì torno a Roma, mercoledì vedrete che già dovrò tornare su a Venezia.

Perdonate lo sfoghetto, già mi sento meglio. E buona pasqua. Un giorno mi spiegate perché si fanno gli auguri di pasqua.

I dettagli rendono la vita più dolce

Vi ricordate la mia studentessa, quella che mi aveva scritto la letterina? oggi me ne ha scritta un’altra (ci credo! c’era il colloquio genitori). Stessa allegria di colori e cuoricini, stesse frasi dolci e affettuose: “Per la Professoressa + dolce”; “Non pensi alla scuola ma pensi a Me” (Attenzione: M con l’accento!); “Lei è fantastica ed ha molta pazienza”, “LVTBA1KDB x questo le auguro Buone Vacanze” (se riuscite a tradurre vi ringrazio), e poi finalmente, la chicca: “Si riposi e si diverti tanto, se lo merita”. … Si diverti? Fantozzi!

Le mie notti sono popolate di animali neri e oscuri. Stanotte nei miei sogni c’era una specie di zampa pelosa e brutta che camminava su e giù per le pareti della stanza, un giorno sì e uno no. Quando si riposava, la sostituiva un enorme ragno nero e peloso.  Con il polipo della volta scorsa, potrei allestire un circo. Preferivo il cammello dello scorso anno. Poi ho sognato anche il meccanico, che sicuramente mi diceva qualcosa di importante e rivelatorio, ma non chiedetemi cosa, ho rimosso.

Per fortuna che stamattina al mercato della frutta ho beccato il fruttarolo, quello con la panza de fora e che mi chiede di sposarlo. Oggi ha dato uno spintone al suo collega e gli ha detto: “Spòstate, quelle bbbelle le servo io. Ahò.” Ahhh, se non ci fosse lui.