Hoppa, l’inforcata e DirStriz

Ieri il ballerino colombiano che mi fa aerobica ci ha fatto ballare GamGam style, e lì ho capito che sono caduta veramente in basso. Perché, diciamoci la verità, tanto bello e tanto bravo, ma il ballerino colombiano è davvero truzzo. Se mi vedeva anche uno solo dei miei studenti potevo pure licenziarmi e dire addio alla scuola per sempre, la mia reputazione se ne andava al ritmo di HeySexyLadyHoppaGanGanStyle. Che poi, questo Hoppa, che oramai è diventato il mantra di tutti i maestri di aerobica, e ad ogni passo urlano HOPPA, ma che vuol dire?!

Le lezioni di swing, invece, proseguono con qualche goffaggine, qualche ginocchiata, e qualche gomitata. A parte i lividi, tutto bene. Per imparare un passo mi ci vogliono circa quattro settimane: la legatura, l’imbracciata, l’inforcata, l’apertura, la chiusura. Molto complicato, per ora. Il nostro maestro, che negli anni di gloria doveva essere un ballerino importante alla rai ha esordito mettendo Sultan’s Swing dei Dire Straits (che è lenta quindi va bene per cominciare), dicendoci che questa canzone dei DIR STRIZ è la culla di TUTTO lo swing e il jazz.

Vi ho lasciato un attimo di respiro per fare la faccia che ha fatto il mio partner di swing quando ha sentito queste parole.  Per fortuna che è predisposto quanto me a nascondersi dietro la colonna e dunque è passato inosservato.

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Il cassettino nascosto della bambina prodigio

– Per concludere l’anno e ringraziarci, i ragazzi di terza media ci hanno regalato un annuario con foto, pensieri, disegni e ricordi dei tre anni passati insieme. Lo sfoglio e leggo frasi di questo tipo: “Ho avuto un buon rapporto con tutte le prof. tranne quella di ginnastica che mi ha preso in antipatia”; “la prof. di italiano è fantastica, la prof. di inglese è dolce e tranquilla, ma non mi piace il suo metodo di insegnamento; la prof. di storia invece non mi piace”; “la prof. di matematica ci dava troppi compiti, la prof. di ginnastica non mi piaceva, l’unica con cui mi sono trovato bene è quella di arte”. E così via. L’annuario, regalino di fine triennio, è diventato un documento di valutazione degli insegnanti, con giudizi firmati, genitori consenzienti, tanti sorrisi e abbracci. A quanto pare miei studenti hanno un futuro assicurato all’Invalsi.

Ah comunque, quella dolce e tranquilla ma con un cattivo metodo didattico sarei io. In effetti me l’avevano detto che dovevo smettere di prenderli a sberle quando mi arrabbiavo e che per piacere la manicure dovevo farla durante l’intervallo e non mentre spiegavo.

La preside ci ha mandato un sms per consolarci: “Non badate a quegli stronzi”, a cui io ho risposto con la mia proverbiale pruderie: “In effetti sono stati davvero poco carini.”

– Sono stata al concerto dei Veils, all’Init di Roma. Ci siete stati all’Init? in pratica è il Circolo degli Artisti dei poveri. Mentre andavamo, presa da entusiasmo ho telefonato a mia zia e le ho detto: “Zia! sono vicina a casa tua, un locale sulla Tuscolana!” Mia zia, la moglie dell’ammiraglio, mi ha risposto un po’ perplessa: ah si? ehm, ma non sarà mica quel locale tutto nero, isolato, pericoloso… ehm..sì sì, brava, brava, divertiti! ciao, clic”  Il pubblico era composto da uno spaurito gruppetto di persone. Eravamo talmente pochi che su facebook hanno messo le foto di tutti i concerti del tour, tranne che quello di Roma. Si sono vergognati di noi. Non di me, però, che ho cantato come un’ossessa in uno di quei rari momenti di perdita del controllo e intensa goduria. E’ stato bellissimo. Giro per casa con addosso la maglietta firmata da Finn  Andrews canticchiando tutta contenta. Il fatto è che anche l’occhio vuole la sua parte, e Finn è bellissimo.

– Nel frattempo, finiti gli esami di terza media che mi hanno lasciato alquanto prostrata e piuttosto delusa, passo le giornate nella biblioteca della pineta. Ci arrivo dopo il caffè da Castroni, dopo una camminatina di quindici minuti al ritmo delle mie cuffiette (The Veils in primis, lasciatemi questo momento di celebrazione adolescenziale). Scrivo la tesi, preparo l’orale per il concorso, organizzo un viaggio in Irlanda, e litigo con me stessa nel tentativo di convincermi che no, non riuscirò a fare un viaggio come dico io nemmeno quest’anno. Mentre in biblioteca scrivo al ritmo di due tre pagine al giorno (mai studiato tanto bene in vita mia) penso che sì, ci deve essere, nascosto da qualche parte nel mio cervello, un cassettino nascosto dove io sono un genio.

Chi mi aiuta?

C’è una canzone che mio padre, che era un ascoltatore di musica, ascoltava quando ero piccola, di cui non ricordo nè il titolo nè le parole nè esattamente chi la canta. O meglio, quasi sicuramente sono o i Beatles o Paul McCartney da solo o Paul McCartney quando suonava con gli Wings. E’ una di queste tre possibilità. Il problema è che non so nè titolo nè testo (non credo che quelle che ricordo io siano le parole esatte: na na naa, na na naa, na na na na na naa, na na na na na-na na na-na. Anche se poi nel ritornello c’è sicuramente ‘why’ e ‘longing’  (se c’è anche ‘longing’ ero una bambina prodigio): why na na na na na na longing na Why na na na na na na na. Ecco chi mi sa dire che canzone è?
La storia di questa canzone è che è una di quelle che quando sei piccolo piccolo popolano la tua testa e i tuoi ricordi, come mio nipote di tre anni che canticchia “She loves you ye ye ye” tra sé e sé mentre gioca con le macchinine. Ai miei tempi c’erano pure i Beatles, c’era Paul McCartney, di cui si storpiavano puntualmente le parole, per cui la canzone “It’s a tug of war” diventava: papà metti “Uinuetto” (‘In a time to come, in a time to come, uinuetto vale più di mille dol-la-ri’, non chiedetemi perchè ma io la cantavo così) c’era una cassetta e una compilation (creata su misura da papà) per ogni viaggio. Nel mio immaginario i viaggi in montagna hanno come sottofondo ‘ohohoh Montana’ di John Denver, ma quando rientravamo dalle piste ci si metteva “Crocodile Rock”, “Daniel”, “Yellow Brick Road” di Elton John e “Rocky Racoon” e “Don’t pass me by” dei Beatles. Poi c’erano le vacanze al mare a Riva degli Etruschi e lì ricordi lontanissimi si risvegliano in mezzo a salsedine, amache, capelli sporchi di terra, scoiattoli, cavalloni e collanine di corallo e la colonna sonora è Francesco De Gregori e Riccardo Cocciante (rarissima musica italiana, in genere era sempre il pop inglese) ma c’erano anche Jackson Brown, Neil Young e Bob Dylan; poi ci sono le autostrade, i lunghi viaggi quelli fino in Scozia in macchina per ore le lunghe attese  e i traghetti e lì ci sono spesso i Dire Straits e specialmente “Walk on life” durante la quale si ballava freneticamente sbatacchiando il sedere a destra e a sinistra io e mia sorella sul sedile di dietro e papà davanti anche se doveva tenere il volante diritto. Nei viaggi a Roma c’era Venditti con “Buona domenica” e “Roma Capoccia”. Altro scivolone italo-patriottico. Paul Mccartney era dovunque, mare montagna piscina casa di amici viaggi lunghi viaggi brevi, lui non mancava mai, almeno una canzone sua era onnipresente in ogni cassettina da tenere nella nostra vecchia regata grigia.
Poi c’è stata un’ involuzione. Noi siamo diventate adolescenti e papà ha smesso i Beatles e ha indossato musica più raffinata e colta (due palle per me e mia sorella dietro a gridare: papà cambiaaaaa): sì perchè dopo la fase pop rock siamo passati alla fase celtic traditional. Amante del mondo anglosassone e dei paesi del nord, si innamorò delle cornamuse, dell’arpa, di Danny Boy e di tutte le storie tristi del folklore normanno. Loreena McKennit e Clannad quando ci andava bene, i viaggi diventarono improvvisamente calmi e soporiferi. Non sapevamo che sarebbero stati gli ultimi.
Ma mi dilungo. Ritorno alla mia canzone sconosciuta. Ebbene, per anni l’ho dimenticata.  Per anni ho cercato di ricordarmela, perchè sapevo che c’era una melodia, un gruppetto di note nella mia mente ma non volevano tornare alla superficie. Poi una notte, forse una decina di anni fa mi sono svegliata con la canzone in testa (solo la musica, e solo un pezzo, niente parole lo sapete) e mi sono impegnata a tenerla a mente ancora fino al mattino dopo e oltre, avevo una paura di perderla con il sonno.
Invece è rimasta. Un episodio simile ma andato a buon fine è la colonna sonora di Billy the Kid quella di Bob Dylan, altra colonna sonora fanciullesca perduta per anni e poi fortuitamente ritrovata per caso pocchi anni fa.
Insomma la canzone è questa, se qualcuno la conosce mi aiuta? sennò non mi resta altro che spiluccarmi tutta la discografia del nostro amato McCartney finchè la ritrovo. cosa che avrei già dovuto fare da tempo. 

ps:  qui c’era un piccolo file con la melodia strimpellata con un dito sul mio pianoforte, ma ora mi sa che non si può più mettere… se conoscete tutta la discografia di paul mc cartney e mi volete aiutare, scrivete che ve lo mando!!