I apologize unreservedly

Ieri ero a Venezia. Sono partita mercoledì sono tornata giovedì, anche se avevo preso il biglietto per venerdì. Quarantotto euro. Cosa vuoi che siano. Prima di andare a Venezia ho soggiornato nella palude, dove ho visto i miei vispi nipotini. La nipotina mi ha sepolto di bacini sul naso. Il nipotino mi ha annunciato che ora ha sei anni e mezzo. Il mio nipotino è bello, bello mozzafiato. Io gli ho detto, ma non è che ora che hai sei anni e mezzo, zia non ti prende più in braccio eh. (children’s talk, sorry about that). E lui ha fatto un salto e mi è saltato in braccio e mi ha strapazzato di bacetti pure lui. Scusate il sentimentalismo, ma da chi lo ricevete voi un trattamento così. Poi giovedì mattina ho fatto la dichiarazione dei redditi. Nella palude il giovedì mattina c’è mercato. In un banco vendevano le tende. Bianche gialle rosse, svolazzanti al sole. Belle le tende al sole, le ho notate. Io in questa casa vorrei avere delle tende nuove (piccolo siparietto della massaia -end of siparietto della massaia). Poi sono andata a Venezia.

A Venezia il professore ha detto che le pagine che gli ho consegnato vanno bene. Poi mi ha detto: “Sì. Però lei in questa tesi si scusa un po’ troppo. Ho capito che lei si scusa, ma basta una volta sola, tolga tutte le altre volte in cui si scusa. E mi ha fatto vedere questo:    E io ho pensato, pure nella tesi sono riuscita a chiedere scusa, pure nella tesi dico io. Questo è il terzo professore di quell’ateneo che mi dice, la smetta di chiedere scusa, la scusiamo. Lei è perdonata, ora scriva la sua tesi e prosegua con la sua vita.

Poi sono tornata a Roma, e tra un impegno e l’altro sono veramente rientrata a casa e caracollata a letto alle ore mezzanotte.

La giornata di ieri è stata così faticosa che stamattina mi sento giustificata a trascorrerla a letto. Non mi capita mai. La radio accesa con pagina tre. Ora scrivo qui, poi leggo un capitolo del mio libro. Poi quasi quasi mi guardo una puntatina di sex and the city, che non l’ho mai visto e tutti ne parlano (tutta la città ne parla). Poi tra un po’ mi alzerò e il fantasma della massaia impazzita si impossesserà di me, indosserà l’armatur ehm il grembiale, infilerà i guanti vileda, sguainerà la sua spugnetta e si preparerà alla battaglia, sgominerà il nemico della polvere.

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In questi giorni

In questi giorni:

– Vado nella palude veneta in mezzo al nipotame e ai problemi familiari. Mi godo il nipotame, litigo coi problemi, sudo sette camicie, vado in bicicletta, vado in spiaggia (nota bene: non al mare, in spiaggia), mi porto da Roma un virus di vomito e correlati che trasmetto a tutta la famiglia. Ora sorella e  nipotame si trovano in Sardegna, la prima vera vacanza da quando il nipotame esiste. Mi mandano giornalmente messaggi dello stato di avanzamento del vomito: il primo messaggio diceva così “il mare è bellissimo ma noi nuotiamo in un mare di vomito e diarrea. Grazie”.

– Arrivo nel rifugio toscano. Vado al mare (nota bene: al mare, non in spiaggia) e mi dibatto tra il senso di vuoto e il riposo, l’immobilità forzata e la bellezza dell’orizzonte, tra l’acqua e le montagne, mi dibatto tra il desiderio di mettere le radici, da qualche parte, ovunque ormai, e l’impulso irresistibile di partire nuovamente.

– Vado al fiume. Mi immergo in un’acqua gelida e pungente, che mi fa respirare e ridere. Gli alberi mi fanno ombra e cammino su sassi rotondi che mi massaggiano i piedi. Torno a casa e ho freddo. Indosso un giacchino leggero, mi sembra settembre e la cosa mi piace.

– Organizzo un viaggio di studio di un paio di settimane in una cittadina medievale tedesca. Non c’è un motivo valido per cui io vada in Germania e non in Irlanda, ma non importa. Attendo un’approvazione del mio professore che non arriverà.

-La nipotina dice che una sua amica, piccolissima, vive nella sua pancia. Si chiama Sadessa. sì, Sadessa.

Questa è una recensione molto, molto accademica di Persuasion (Jane Austen).

Se domani uscite di casa e incontrate una giovine madama dai lunghissimi capelli biondi setosi, vaporosi e ricci raccolti in tante treccine legate dietro da un fiocco di seta, se ha la pelle bianchissima e rivolge il suo amabile sguardo in basso, con fascinosa modestia e ricercata umiltà, porta un abito di popeline, rosa o giallino, con il collo contornato di pizzo, lungo fino ai piedi, stile imperiale, un ombrellino per ripararsi dal sole e un romanzo di Goethe sottobraccio. Se incontrate questa giovine madama, non vi preoccupate, sono io.

Sono appena uscita da un romanzo di Jane Austen.

Lo so, non mi fa bene identificarmi in tutte le eroine di cui leggo, ma in questo caso non si è trattato tanto di identificarsi nel personaggio, quanto di rendersi conto di essere nata nel secolo decimo nono.  

Per due motivi: il primo è che nella mia famiglia tutte le donne sono votate a due sole opzioni: l’istruzione e un buon matrimonio. O meglio: l’istruzione al fine di procurarsi un buon matrimonio. In casa mia la donna deve essere “accomplished”, per usare una parola cara a Jane Austen, o “polished”, cioè deve essere non colta ma coltivata, raffinata, deve saper parlare, saper dire la cosa giusta al momento giusto, deve sapersi muovere, sapersi destreggiare (in cucina e nelle faccende domestiche, e dove sennò?).
In effetti le mie nonne erano già laureate e tutte le mie prozie erano insegnanti. Mia nonna suonava il pianoforte, e lo amava molto, ma ha dovuto abbandonare quando si è sposata. Nessuna di loro però era una donna di cultura, nessuna di loro era una donna consapevole, una donna autonoma, emancipata. Nessuna di loro ha mai parlato in casa di letteratura, o di politica, o di arte. Eppure avevano studiato, con ottimi voti. Avevano dato esami, scritto una tesi, frequentato il magistero. Tutte sono diventate insegnanti delle medie o delle superiori.

La donna della mia famiglia è una donna che vive a cavallo del secolo.

Diciannovesimo.

Silenziosa, devota al marito che le dà sostentamento e amore, e che la salva dalla solitudine e da questo brutto male che è la zitellaggine (ho una prozia che, poverina, non l’ha salvata nessuno). Al marito tutto bisogna scusare e silenziosamente ovviare e attenuare i suoi difetti e le sue mancanze, perché il marito deve essere Amato e Rispettato. I valori che la donna deve imparare e trasmettere ai propri figli sono infatti il Rispetto (e, notate, ho usato la maiuscola) e la Buona Educazione.

L’altro motivo per cui sono un personaggio di Jane Austen è il mio approccio alla vita e ai sentimenti di quando avevo sedici anni. Queste donne dell’Ottocento non potevano in alcun modo esprimere i loro sentimenti agli uomini, non potevano mostrarsi, non ne avevano né il permesso, perché l’etichetta imponeva che f0sse l’uomo a scegliere e la donna ad essere scelta, né ne avevano i mezzi, ritrovandosi per la maggior parte del loro tempo segregate in casa cercando di impegnare il proprio tempo nel modo meno noioso possibile (lavorando a maglia o leggendo o suonando il piano per esempio, oppure elucubrando di questioni astratte e vuote, di parole dette, pensieri fatti, speranze mal riposte, il tutto totalmente privo di concretezza, tipo: “cosa avrà significato quello alzando il sopracciglio destro in quel modo? Forse mi odia” oppure: “hai visto quello sguardo malinconico ma audace, cosa vorrà dire, mi ama?” e giù ore e ore a parlarne).
L’uomo invece era quello che usciva, lavorava, andava a caccia, e andava a visitare diverse famiglie in giro per la campagna inglese, assicurandosi così la possibilità per lo meno di rivedere l’oggetto amato, se già ne aveva uno, o di sceglierlo, se ancora non aveva trovato donna da maritare.
Ecco che la vita di queste donne si trasformava in un’estenuante, infinita, incessante attesa e in un languore continuo e tormentoso. Se già esse amavano qualcuno, non avevano assolutamente alcun mezzo possibile per contattarlo e rivederlo, dovevano solo aspettare, aspettare che lui si rifacesse vivo, se lui lo voleva. Sennò potevano anche aspettare quarant’anni. Magari aspettavano, o magari si rassegnavano e accettavano la corte di qualche altro pretendente rompiscatole. Che angoscia.
E se anche poi rivedevano l’amato, e ancora non si erano rassegnate all’idea di perderlo, l’etichetta ancora le costringeva a non mostrare in modo plateale i loro sentimenti. Era tutto un gioco di sguardi, di ritrosie e bramosie, di speranze celate e dissimulate. E poi si poteva parlare solo per metafore: era impossibile parlare chiaramente, l’etichetta lo sconsigliava vivamente, allora per dire ciò che stava veramente  a cuore bisognava trovare argomenti innocui e trasformarli, circuirli, lavorarli fino a farli diventare sommesse dichiarazioni d’amore, che però, mai venivano comprese (anche se, nei libri di Jane Austen sì, vengono comprese, perché i due innamorati hanno una tale sintonia di cuore che tutto comprendono senza potersi dire nulla, beati loro).

Ecco, io a sedici anni ero così!! Languivo, chiusa a casa perché non avevo il coraggio di chiamare chi desideravo chiamare, attendendo che gli altri chiamassero me, e languivo, leggendo e pensando, pensando e leggendo, e poi scrivendo sul mio diario, e suonando ogni tanto, e vabeh, studiando anche. Studiavo e languivo. Languivo e studiavo. Oh, come soffrivo! Non c’erano sms, non c’era facebook, non c’era la community blogghereccia, o la tua finestrella di msn, che ti danno almeno la sensazione di non essere a casa da sola. No.  C’era il vuoto di camera mia, c’era mia sorella che usciva e io a casa che vagavo per il corridoio. C’era solo il telefono allora, vuoi sentire una persona? Chiamala. Parlaci. Non c’era il messaggino, quelle due paroline che fanno intendere senza bisogno di dire, di spiegare. No. C’era il telefono. Se volevi parlare con qualcuno dovevi chiamarlo, parlarci. Era troppo terrorizzante.
Di amici ne avevo, anche amici maschi, che mi chiamavano. Ma non ero un’adolescente felice, non ero un’adolescente con amici, non ero spensierata, non ero libera. Mi sentivo sola e braccata, mi sentivo privata del mio linguaggio, privata della possibilità di esprimermi e con le persone che volevo io. Attendevo, silenziosamente, in camera mia. Cosa o chi attendevo, poi, non lo sapevo nemmeno io.

Avrei dovuto nascere due secoli fa, avrei capito molte più cose di me. 

No, non sono cool

Quando torno a casa, al paese intendo, che poi paese non è, è una cittadina, vedi qui, non sono cool, non sono cool proprio per niente.
Passo le giornate al mare, cercando di esistere il meno possibile.

A volte ci vado da sola, saluto appena, con un cenno minimo, i vicini di ombrellone, mi stendo sul lettino, e leggo il mio libro. Leggo il mio libro per due, tre, quattro ore. Non alzo mai la testa, non parlo con nessuno. I vicini di ombrellone sono gli stessi da ventisei anni, cioè dal 1984, anno del nostro arrivo in questa ridente cittadina di mare. Alcuni ormai sono anziani, decrepiti, curvi, ma continuano a venire in spiaggia. (notare: qui si dice “andare in spiaggia”, non “al mare”: il mare quasi non si vede dal mio ombrellone, è tutta spiaggia, la mia spiaggia, il mare è ininfluente, almeno d’estate, non per me che il bagno me lo faccio lo stesso nonostante il grado di torpidità dell’Adriatico). I vicini di ombrellone, dicevo, ogni tanto mi guardano, si chiedono – io mi immagino si chiedano – cosa io faccia tutta da sola lì al mare anche quest’anno,  tutti gli anni la stessa immagine, questa ragazza tutta da sola in spiaggia, ma non ce l’ha un moroso una vita, degli amici? Quando vado al mare con mia sorella, mi dò tutta ai miei nipoti. Gioco con loro, mi diverto con loro, parlo con loro. I miei nipoti hanno rispettivamente tre anni e mezzo e un anno e mezzo. I miei amici dell’estate.
Se non vado al mare, mi aggiro come un fantasma vagamente depressa con la mia bicicletta rossa e le orecchie farcite di musica mista. Mi immagino la gente che mi vede e che mi conosce (qui tutti si conoscono) e che si chiede, ma come? ancora sola? pure quest’anno?

Avevo degli amici una volta, qui al paese. Ora, non lo so, non ce li ho più, li ho persi di vista, troppi anni fuori credo, troppi cambi di pensiero, forse, troppe vicende interiori, anche.
A volte li incontro per strada. Li evito terrorizzata, abbassando lo sguardo quando possibile. Altre volte li saluto entusiasta, e loro ricambiano felicemente stupiti, come dire, ma guarda, ma non riesco mai ad andare oltre la soglia del saluto, fermarmi per esempio, a fare due chiacchiere, addirittura proporre un’uscita fuori, una birra insomma, per risentirsi. Mi piacerebbe. Davvero. Ci penso sempre. Ma poi, la maggior parte delle volte che li incontro, sono le volte che mi trascino vagamente depressa dal lettino della spiaggia al bar a prendere un gelato, o per strada da sola a guardare una vetrina, o in bici e non mi va, saluto o cerco di rendermi invisibile.
Quando mi sento cool, invece, non incontro nessuno.
Quando mi preparo, quando mi dico: oggi, se incontro qualche vecchio amico, mi fermo, sono pronta sono bella eccomi! non incontro nessuno. Oggi per esempio, mi sentivo cool. Sarà che, dopo quattro ore abbondanti con la testa immersa nel mio libro (Foreskin’s Lament, Shalom Auslander), finalmente l’ho finito, ero contenta, erano le sette passate, c’era il tramonto, l’arietta fresca, le gambette nude, la schiena scoperta, la bicicletta rossa, la musica cool nelle orecchie, ero contenta, ho detto: dai che incontro qualcuno!
Non ho incontrato nessuno.

La sera non esco. Mi faccio una partita a spider. Una nel senso letterale del termine, visto che non riesco a venirne fuori da una settimana e ogni sera, anche stasera, è sempre la stessa partita, poi mi guardo un film che ho nell’hard disk esterno che mi sono portata da roma, poi me ne vado a letto, poi leggo qualche pagina, poi dormo.

Il sole quest’anno ha giocato un brutto scherzo e mi si è formata una macchia sul labbro superiore. Ogni tanto mi ricordo di metterci sopra la crema schermo totale, ma spesso mi dimentico, e quando torno a casa mi gardo allo specchio, mi vedo questo spesso paio di baffi addosso…

No, decisamente non sono cool.

Oggi ho preso l'autobus per andare a Venezia. Accanto a me si è seduto un vecchietto slavato, con gli anelli alle dita, braccialetti etnici ai polsi, collana d'oro. Capelli semilunghi biondicci, un po' curvo, anziano. Odor stantio di tabacco ad uso prolungato. Dopo pochi secondi mi chiede.
– Signorina la me scusa, signorina. Lei va a Venezia?
– Sì.
– La va per studio o per lavoro?
– Per studio.
– Ah per studio.
– …
Giro la testa verso il finestrino, sperando di non dover passare un'ora così.
Passano pochi minuti.
– Signorina, la me scusa.
– Sì.
– Ma a ela gli uomini ghe piaze….
Che peccato averlo interrotto, chissà come sarebbe finita la frase: Ma a lei gli uomini le piacciono giovani o vecchi? Le piacciono con i calli sulle mani o sui piedi? Con la dentiera o con la gobba?…
Non so da dove sia comparsa la mia voce di gelo, nonostante il caldo torrido di questi giorni. L'ho sfiammato, l'ho congestionato, l'ho tramortito: "No, senta se dobbiamo fare tutta la strada così io mi sposto, mi faccia passare".

– Signorina, la me scusa, la me permette di scusarmi, non la disturbo più, mi permette?"
– Sì ecco, si scusi (non ho detto la scuso, ho detto si scusi! incredibile….ero io?) e non mi disturbi più.
Più nulla, agitato e silenzioso, dopo pochi secondi è passato alla preda femminila davanti a me: "Signorina la me scusa, mi fa sedere accanto a lei?" La poverina si è alzata per farlo accomodare, mentre io le facevo cenno di venire a sedersi accanto a me.
Il vecchietto è sceso dall'autobus poche fermate più tardi al suono di: Buon Lavoro autista!
Peccato non poter riprodurre qui l'accento della campagna veneta, sarebbe tutto molto più realistico. Se c'è una cosa che non ho mai imparato nella mia vita è il dialetto.
 

Geografia delle parole

Ci sono parole che esistono in un solo tempo, poi scompaiono, si abissano, si estinguono.
Perdono il loro valore, la loro ragion d’essere, la loro specificità. Si utilizzano per qualche tempo, poi si dimenticano, non si pronunciano più. Ci sono parole legate alla mia infanzia che non ho mai più pronunciato, che dopo un certo tempo, non sono più servite. Rese inutili dai numerosi trasferimenti, dall’età che cambiava, dalle geografie modificate, queste parole si sono inabissate nel flusso del tempo, solitarie reminiscenze di una mappatura passata e definitavamente conclusa. Queste parole sono: follonica, schiaccia, piazza verdi, diaccioni, ti, rivadeglietruschi, vipera, pavoletti, maschera d’oro e maschera d’argento (nel mondo dell’infanzia le maiuscole non esistono).
Ognuna di queste parole era come un nodo da cui si dipanavano migliaia di trame sottili, di immagini precise, di storie fantastiche, ad esse si affiliavano una serie di altre parole, come in una ragnatela dai fili dorati, fatati, magici.
La parola follonica, come un mollusco la sua conchiglia, si trascinava addosso i suoi correlati: mare, faro, ristorante sul mare, souvenir a forma di gondola, amici di papà, bambina che non ha più la mamma. Di questa parola in seguito non è rimasto più nulla, la risacca se l’è portata via. Ora Follonica è un cartello blu appeso ad una stazione nel lungo viaggio roma termini-massa centro su treno regionale. E’ una parola silenziosa, non rievoca più nulla. Ha perduto la sua connotazione, la magia, il potere.
Le parole “maschera d’oro e maschera d’argento” non sono solamente parole dell’infanzia, sono un mondo a parte, un linguaggio speciale e segreto che solo due persone potevano intendere, io e mia sorella. Era il sorellese, quella lingua femminile e bambinesca, intima e incantatoria, dai poteri ipnotici e paranormali, era quella lingua che permetteva a due bambine di 3 e 4 anni di trasformarsi in due esseri dai superpoteri, eroiche e onnipotenti, e che comparivano misteriosamente in casa, in momenti in cui le due sorelle complici misteriosamente scomparivano.
Unica testimone, spettatrice involontaria e obbligata, mia madre. Mamma, il centro di ogni parola, di ogni spettacolo, di ogni incantesimo praticato entro le mura di casa, l’osservatrice attraverso i cui occhi ogni cosa acquistava un senso speciale e meraviglioso.
Era anche quello il tempo delle prospettive caricaturali, dal basso verso l’alto, il tempo
dello sguardo in su, della testa ad altezza lavandino, del piede numero 25 e degli zoccoletti rossi.
“Mamma dov’è C.?” ” Non lo so…C.!, C.! dove sei?, mmmm, non la vedo…ma tu le somigli… chi sei?” “Sono maschera d’oro”. “E io sono maschera d’argento!”. La vocina a pappagallo era sempre la mia, instancabile imitatrice della sorella maggiore, una spanna più alta di me, diletta e meravigliosa, fonte di magnifiche scoperte, tutrice quattrenne, e bersaglio di dispetti di ogni tipo, che mi avrebbe insegnato ad andare in bici e a nuotare, a leggere e andare sui pattini, che pazientemente avrebbe sopportato la sorellina che diceva “ti” invece che “sì” e che in macchina, puntualmente, le si addormentava sempre sulle gambe.

Feng Shui

La laguna è uno stato d’animo del mare.
(Ranafatata)

lungo laguna, ce l'abbiamo solo noi

lungo laguna, ce l’abbiamo solo noi

Io al feng shui non ci ho mai creduto. Però ultimamente, da quando abito in questa casa, un po’ forse comincio a crederci. Perché per esempio, io in bagno non vorrei mai andarci. Non è che sia brutto – bello non è – però è come se ci fosse una corrente avversa. La doccia, se potessi, non la farei mai. Solo a pensare a quella vasca da bagno rosa, mi prende una stanchezza, preferisco lavarmi a pezzi. Invece, se penso a casa di mamma, io la doccia me la farei anche due tre volte al giorno, col bagno tutto celeste, e la vasca bianca. Poi, or ora, mi volto, e la scatoletta dei cotton fioc si è aperta rovesciando tutto il contenuto per terra. Ci deve essere una qualche forza oscura, un campo magnetico, la posizione degli oggetti è sbagliata. È il feng shui. A volte, poi, io non so in che camera mettermi. Vago per il corridoio in cerca di una stanza mia, per esempio in camera mia, e invece non la trovo. Tutte le stanze mi guardano con fare, non ostile, ma  non accogliente, sì, come se i mobili fossero nella posizione sbagliata. Ci sto pensando, a come potrei spostarli, per lo meno nella mia stanza, ma non lo so. Forse il letto più vicino alla finestra, e il divano contro il muro. Eppure è bellina questa stanza. Ma manca il feng shui, manca la corrente positiva, l’amicizia dei mobili.
Oggi a me mi manca il mio paese. Mi manca il lungo laguna, che è una cosa privilegiata che poche città hanno. La mia sì. È il posto dove vado a correre. A me mi manca lo specchio liscio e rosa della laguna di sera, con i gabbiani che ci si bagnano le zampe, e le barchette a motore che rientrano, e le tamerici ai lati, e il profumo di mare e di salsedine. Mi manca il ponte di legno e la barchetta stanca abbandonata sul prato lì vicino. Mi manca la mia bicicletta e i vestiti sudati dopo la corsa. Qui dove sto ora non c’è un posto bello dove andare a correre. C’è la pineta, ma – sarà anche lì una questione di feng shui – a me non mi va di andarci a correre.

Io non lo so, ma a me questo posto dove sto vivendo ora non mi piace proprio tanto.