Here comes the sun (notate il luminoso ottimismo di questo titolo che invece di soffermarsi sull’angoscia esistenziale del presente, prefigura un futuro vicino di liberazione e spensieratezza)

Discussioni di alto livello tra me e la bottiglietta d'acqua

Discussioni di alto livello tra me e la bottiglietta d’acqua

– Il giorno della discussione è minacciosamente vicino, alla soglia direi, foriero dei più terribili incubi notturni, notti insonni, tachicardie insopportabili, attacchi d’ansia e senso di morte e devastazione universale. L’avvicinamento del giorno temuto è stato accompagnato da studio folle ed agitato, ma soprattutto da picchi di nervosismo e angoscia esistenziale, trovando infine una definitiva valvola di sfogo nello studio della preside, una mattina, dove, con occhi colmi di lacrime e singhiozzi mal trattenuti, la dottoranda fiammiferaia ha dato sfogo al peggio di se stessa, terminando la sua disperata condanna a morte con un: “Non ce la faccio. Dammi due giorni di permesso per studiare.” Giorni che le sono stati accordati con forti abbracci, incoraggiamenti e consolazione e soprattutto con un accomodante e cauto: “Stai tranquilla,” che come un mantra, colleghe, preside e vicepreside tutte mi stanno ripetendo, con voce sottile e suadenti. Temono un esaurimento nervoso.

Non sanno che sono sempre così.

– la dottoranda fiammiferaia è molto in ansia, soprattutto ha paura che l’emozione la rincoglionisca e non sappia più nè parlare inglese nè ricordare cosa ha scritto sulla tesi. Però si è presa un meraviglioso vestito, un cappottino rétro, e soprattutto un cappello a bombetta che, una volta terminato l’incubo, farà innamorare tutta Venezia.

– La dottoranda fiammiferaia si è anche fatta un regalo di dottorato. Per sancire la libertà appena conquistata, nonostante l’esito dell discussione, la nostra andrà a sciare, un’attività che la riporta indietro nostalgicamente ai ricordi di infanzia e che ha intensamente desiderato per molti molti anni.

– La dottoranda fiammiferaia ha una lista di cose che vorrà fare quando sarà finalmente libera, quando lavorare solo a scuola le sembrerà pura vacanza, quando i weekend non dovrà stare alla scrivania a studiare a scrivere. Spera tanto che non siano solo illusioni.

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pezzi sparsi

– Passo una lunga serata in un locale di amici che si chiama Folkosteria dove si tiene una festa brasiliana. Assisto ad ulteriore movimento di bacino, entusiastiche espressioni di fratellanza ed energia sudamericana, dedico un minuto pensiero al mio maestro di aerobica, colombiano snodato e convinto dell’importanza del bacino, e decreto che, nell’eventualità di una lap dance (parola scelta con mire espansionistiche: questo blog non lo guarda più nessuno), io probabilmente farei il palo. Alle 2 di mattina c’è ancora un folto gruppo di brasiliani mascherati che ballano sui tavoli al ritmo di percussioni impazzite. Il tentativo di una ragazza con vestito bianco e casco di banane in testa di coinvolgermi nel movimento del bacino ha visto il completo fallimento del suo gesto, essendo la sottoscritta totalmente incapace perfino del passo ‘prendi sottobraccio la felicità’ del famoso e pluriennale ballo del qua qua qua. Che non comporta movimenti di bacino particolari.

Ma datemi lo swing, e mi vedrete trasformata.

– Studio le avvertenze generali per il concorso per docenti: legislazione scolastica, teorie dell’apprendimento, come predisporre una lezione efficace, didattica e nuove tecnologie, etc. Scopro in me un interesse che non immaginavo, ma soprattutto un desiderio di essere UnaBravaInsegnante, di fare qualcosa di creativo, di impegnarmi in un progetto più ampio, di non focalizzarmi sulle solite tre ore settimanali. Mi sento divisa in due, tra il dottorato e la scuola. Al telefono con mia sorella ci scambiamo i numeri di decreti legge, articoli della costituzione e disquisiamo sulle competenze chiave della cittadinanza attiva. Ansia.

– Correggo le lettere che mi scrivono in inglese i miei studenti, devono raccontarmi di una festa – un matrimonio, una festa in famiglia, un compleanno in discoteca – a cui hanno partecipato. Scrivono più o meno tutti le stesse cose, iniziano con le stesse frasi, seguono il modello del libro. Molti di loro dichiarano di aver ballato Gangam Style. Mmmm. Gnam gnam style, penso. Hanno scritto male… Che sarà? Cerco su Youtube, scopro che c’è un tizio con gli occhiali da sole che si agita a suon di una musica immonda. Musica che mi ripropongono in palestra. In che mondo sono finita. Colloquio con i genitori. Una mamma mi racconta che da quando c’è Bruno Mars il figlio è migliorato tantissimo in inglese.  – Sì, ha cominciato mia figlia a seguirlo, Bruno Mars, sa, e da allora anche mio figlio lo segue e niente, parlano in inglese tra loro, imparano, apprendono, è un piacere sentirli. E’ tutto merito di Bruno Mars se i miei figli stanno imparando l’inglese così bene (Grazie signora che me lo viene pure a dire, ma chi è questo Bruno Mars? è una nuova scuola di inglese? è un metodo di apprendimento linguistico che dovrei conoscere e non conosco? Sulle Avvertenze Generali per il concorso non ne parlano.. mmm… forse è un insegnante di ripetizioni famoso in tutta Roma che rende madrelingua nel giro di pochi mesi? E invece no! andate, andate a vedere anche voi chi è Bruno Mars, il nuovo Michael Jackson di noi ggiovani).

– Non contenta degli impegni e delle ansie che mi assalgono ricontatto lo scrittore irlandese. Ci accordiamo, il 2 marzo vado a Dublino a trovarlo. Mi sento un latte alle ginocchia; ricordi angosciosi mi rimandano ai mesi in preparazione dell’intervista con lo scrittore inglese, lo scorso aprile, ricordate? come dimenticare, vi ho assillato per sei mesi; incubi notturni minacciano il mio sonno. E tuttavia, lì, in fondo in fondo al tunnel, intravedo, lontanissimo, un lumino di imprevisto entusiasmo.

Lo scrittore è tornato a casa sua, e io posso finalmente dormire

La settimana fatidica e temutissima è arrivata tra turbe mentali, paure insopportabili e  angosce primordiali e, così come è arrivata, se n’è andata, portandosi via con sé il suo strascico odioso di insonnie, incubi, vomiti e inappetenze. Sono due giorni che mangio e dormo con il sorriso sulle labbra, come se fossi rinata.

E’ andato tutto bene. Sai che noia dirvi così, dopo due mesi che vi rompo le palle. Però è così, tutto bene. La cosa peggiore che io sia riuscita a fare è stato arrivare una mattina a Venezia con i calzini spaiati.

Lo scrittore, dopo avergli detto che lo studio, sì lui proprio lui, non i suoi libri (I’m studying You!), dopo avergli citato frasi dai suoi libri a memoria, dopo avergli detto che so anche che adora la torta “sbrisolona”, è andato in un brodo di giuggiole, si è tutto sciolto, mi ha detto “I’m very impressed”, e ha accondisceso ad ogni mia richiesta (“la prego mi conceda un breve, insignificante colloquio, non le farò domande, può parlare quanto le pare, lei parla io la ascolto con occhi adoranti e pendente dalle sue labbra, sono sua!”).

Settimana finita, il mio organismo ha già meticolosamente selezionato e vagliato una nuova serie di ansie, di cui, fino a pochissimi giorni fa, ignoravo totalmente l’esistenza. Devo avere una dipendenza da ansie pari a quello di un alcolizzato. Nuovo scenario che si materializza nella mia mente, quando il mio professore leggerà l’ intervista sbobinata: “Signorina, ma che cazzo di domande ha fatto all’eccelso scrittore! Ma non si vergogna di averle poste a lui, e di farle leggere a me! Lei non merita di stare qui, se ne vada!”

Vedi, uno può liberarsi finalmente di una settimana faticosa, ma non riesce mai a liberarsi di se stesso.

Lo scrittore

La settimana incriminata dall’arrivo dello scrittore è infine arrivata. Negli ultimi giorni, dopo essermi oramai rassegnata al fatto che lo scrittore in questione è in ottima salute e già alloggiato in una meravigliosa stanza d’albergo con vista sul canale della Giudecca, anche l’inespresso tacito desiderio di essere la depositaria inconsapevole di una influenza fulminante che sta covando segretamente nel mio corpo da giorni, è andata sfumando con il passare delle ore. Sto benissimo.

Il mio ruolo, tuttavia, si è ridotto diciamo a uno sputo, e tenendo conto che altrimenti probabilmente non sarei sopravvissuta, forse è meglio così. Domani comunque ci sarà l’inaugurazione e a me è richiesta solo la presenza, niente di difficile insomma, sempre se togliamo la difficoltà di stare al mondo, che quella è congenita e ormai non la contiamo più.

Se volete potete venire a salutarmi e farmi pat pat sulla spalla, mi riconoscete subito. Sono quella con un completo giacca e pantaloni che non sa portare, che inciampa sui suoi piedi e con un paio di occhiali scuri che coprono, se possibile, tutto il viso. Dall’infanzia mi è rimasta la convinzione che se tengo gli occhi coperti, gli altri non possano vedermi.

Taccuino, bussola e fischietto

Armata di taccuino, bussola e fischietto, sono andata in ricognizione per le calli di Venezia, in cerca dei luoghi dove dovrò scarrozzare lo scrittore alto, sicura di me, sorridente e trasudante self-confidence, magari anche con un bel paio di tacchi. No, con i tacchi no, non esageriamo. Il fischietto era per segnalare la mia presenza, in caso di smarrimento. Manco di senso dell’orientamento, conoscenza approfondita della città e un buon Iphone, ma non temete, ce la farò. Anche se l’unica cosa che riuscirò a trasudare è l’odore un po’ rancido dell’ansia da prestazione.

A parte tutto questo, è stato un giro bellissimo. Ho scoperto rio Marin, che a Punta della Dogana c’è un bambino nudo alto circa due metri che tiene per le zampe una ranocchia a testa in giù, e che ogni cento metri c’è una calle che si chiama Calle del Fruttarol (forse in onore del fruttarolo di Roma che vuole sposarmi) e un ponte che si chiama Ponte Storto.

Poi ho incontrato anche il mio professore di laurea che mi ha visto con il mio taccuino che non è un taccuino, è un blocchetto di fogli spiegazzati, un po’ unti e sgualciti, e impietosito e un po’ schifato anche, mi ha regalato una moleskine. Ora devo passare tutti i miei appunti dal blocchetto alla moleskine, sennò quando mi rivede si offende. Mannaggia.

Oggi è pasqua, mi trovo nel rifugio toscano perché se ogni due giorni non prendo un treno che mi prosciuga delle forze e della volontà, allora non sono contenta. Ho preso pure la multa, credo di essere una delle poche persone che riescono a prendere la multa pur avendo comprato il biglietto. E’ stato un viaggio bellissimo. Martedì torno a Roma, mercoledì vedrete che già dovrò tornare su a Venezia.

Perdonate lo sfoghetto, già mi sento meglio. E buona pasqua. Un giorno mi spiegate perché si fanno gli auguri di pasqua.

Tutt’attorcigliata

Oggi mi è arrivata una mail che spiega le incombenze di una giovane dottoranda alle prese con il ricevimento di un importante scrittore in arrivo nella città elastica. La mail elenca in pochi punti i doveri di dottoranda attenta, responsabile, capace. La mail così recita:

Tutor
I tutor sono gli angeli custodi degli autori durante le giornate del festival. Saranno sempre a loro disposizione e, in particolare, dovranno:

  • occuparsi di accompagnare l’autore affidatogli al suo incontro;
  • far scorrere le slides durante la lettura;
  • assistere la troupe che fa le riprese video durante la breve intervista che si tiene alla fine dell’incontro (o in un altro momento), facendo anche da traduttore;
  • accompagnare l’autore agli eventi sociali in programma (se aderisce);

La giovane dottoranda in questione, trasudante responsabilità, sicurezza, capacità e orientamento sarei io. Haha.

Alla lettura della mail, nell’annebbiamento che ne è seguito, con improvvisi giramenti di testa, senso di vertigine e sudorazione fredda, non riuscivo a ricondurre a me il significato di alcune vocaboli. Festival? Slides? Troupe? Riprese video? Traduttore?

Ma di che cosa si tratta? di chi, di chi si sta parlando? Di me? Ne è seguito una fase di intensa depressione, pensieri di morte e sotterramento, macumba nei confronti di scrittori e professori tutti,  strappamento di capelli, lancio di sguardi di abbandono e incomprensione al cielo, pestamento di piedi a terra, piagnucolii al suon di No no e No.

Dopodiché ho dovuto ricompormi, visto che nel frattempo nello studiolo era entrato un professore a prendere un libro, e non mi sembrava il caso che mi vedesse stesa per terra a piangere con la faccia incassata nel gomito.

Allora mi sono ricomposta e ho deciso che passerò i prossimi venti giorni parlando solo inglese, allenandomi con il power point, imparando a muovermi per la città allungabile come fanno gli indigeni, con la testa tra le nuvole e dieci centimetri da terra, e nascondendo il fatto che dentro mi sento così, tutt’attorcigliata.


Spazzoloni, declamazioni letterarie rivolte al secchio e polipi neri

Ho appena scoperto che se ripeto a voce alta mentre passo lo straccio in cucina, mi concentro benissimo.

Quando la prossima settimana andrò a parlare con la professoressa di quello scrittore lì, che dite, posso portarmi appresso secchio e spazzolone e mettermi a pulire il pavimento dello studio? …”Ehm, le spiace se le dò una bella passata con lo straccio mentre discutiamo? No, sa, ehm, mi rilassa molto…!”

Stanotte invece ho sognato che il tasto dell’ascensore si era trasformato in un polipo nero che si nascondeva nel mio zaino, e quindi non potevo tornare a casa. Si accettano interpretazioni.