Piccoli momenti di gloria

Innanzitutto voglio condividere la soddisfazione del fatto che vi sto scrivendo dal treno che mi sta riportando a Roma, nonostante l’ironia di aver scoperto come collegarmi su internet in treno l’ultimo giorno in cui  prenderò il treno, visto che a Venezia ho sostanzialmente finito di andarci.

Poi, intendo condividere con voi anche che, nonostante sia una fase della mia vita in cui a fatica riesco a leggere un libro la sera, preferendo spesso un sudoku o un film; nonostante, inaspettatamente, mi ritrovi a trascorrere tre ore settimanali della mia vita in palestra, e del tempo, sempre eccedente ogni aspettativa, udite udite, in negozi di cosmetica dove acquisto a seconda dell’umore rossetti più o meno rossi, matite per gli occhi, primer e ombretti, e che altrettanto tempo io l’abbia trascorso su youtube a seguire i tutorial di Clio per imparare come applicare codesti trucchi, che per me hanno sempre rappresentato un mondo sconosciuto e misterioso; ecco dicevo, nonostante questa fase di apparente rimbecillimento (addirittura più del consueto) io oggi 14 dicembre, ad una bellissima lezione su La Banalità Del Male sia finalmente riuscita a porre LaDomanda!!! Ma aspettate!  non si è trattato solo di porre una domanda, con il fare timidino insicuro che voi oramai conoscete bene…. Ah no! dovete immaginarmi seduta in prima fila, con una gambetta accavallata sull’altra, lo sguardo acuto e la penna in mano lievemente sollevata, dovete immaginarmi con le spalle alla Lili Gruber che a un certo punto alzo la mano facendo non una domanda… ah no! Ebbene, io intervengo! non domando, intervengo! Noooo, non ci credete. Neanch’io. Intervengo interrompendo la domanda di una prof. spettatrice, dicendo, udite udite: “posso aggiungere qualcosa a questo riguardo?” per poi partire con il mio intervento (lasciatemelo chiamare intervento, sapete che la gloria dura ben poco) a cui la prof. relatrice ha commentato dicendo “più che giusto”. Insomma, sarà che sono stata minacciata con ricatti psicologici non da poco, sarà stato il meccanico in officina a spiazzarmi con i suoi paradossi (“più vuoi fare bella figura, meno ti prepari e più rischi di fare la parte dell’ebete”), sarà stato che il colloquio col mio tutor stamattina sulla tesi è stato molto piacevole e positivo, ma oggi sento di potermi permettere un po’ di soddisfazione.

Infine volevo avvertirvi che, visto che sono un po’ di mesi che vi lascio stare, non vi tormento con la questione del dottorato e delle mie performance più o meno idiote (tranne oggi), ho pensato bene, per ravvivare questo blog, di mettermi in contatto con l’altro scrittore, quello irlandese, per chiedergli un’intervista, il mio forte. La mia speranza di poter risolvere con una intervista via email è miseramente fallita subito. Lo scrittore mi invita a Dublino.

Bene, avremo di cui parlarci nei prossimi mesi.

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Jessico, riunioni collegiali, Mummy

– Non più sottoposta allo stress traumatico di ricorrenti viaggi in fatiscenti treni verso il lontanissimo nordest, e al conseguente stress settimanale di lezioni, seminari e riunioni, con tutto il suo strascico di ansia da prestazione, rughe, caduta capelli, tachicardie, lavoro accumulato, ansia e poi ancora? ah sì, ansia, mi ritrovo, sorprendentemente, ad avere più tempo. Tempo che dovrei comunque dedicare al dottorato, perché, non dimentichiamocelo, ora che ho finito tutta la frequenza, è arrivato il momento di scrivere una tesi di dottorato, ma, trovandomi lontana dalla sede universitaria e non avendo ancora incontrato il mio tutor che è appena tornato dopo un soggiorno di un anno in Africa, diciamo che mi ha colto una certa rilassatezza, uno svagamento, un senso di riposo, e così, insomma, mi sono iscritta in palestra. Ebbene sì. Sì, lo so, avrei preferito il charleston, il teatro e lo yoga, ma ci arriverò, prima o poi, ancor qualche migliaio di euro da spendere in officina, e ci arriverò. Per ora, avendo la palestra proprio davanti casa, mi diletto a sudare come un’ossessa saltellando alle lezioni di aerobica step e cose così. Torno a casa leggera come un’uccellino, di buon umore, canticchiando, e con tutto il mondo che mi sorride. E’ incredibile quello che può fare la serotonina. Anyway, dopo la mia lezione di aerobica, c’è la lezione di Zumba. Sì, la Zumba. No, non ve lo spiego cos’è, gugolate. Lo so, mi ero ripromessa che mai e poi mai, ma parevano tutti divertirsi un mondo, e il maestro è un ballerino di un metro e ottanta super snodato e muscoloso, e mi ha colto una fitta di dolore per il mio anno di immobilità forzata, e niente, ho provato (omg).  Che posso dirvi? L’ultima canzone proposta (sì sono arrivata alla fine), un motivetto calabrese o catanese, diceva più o meno così : “muovi il culo a destra, muovi il culo a sinistra, culo di qua, culo di là, trallallero trallallà”. E io l’ho ballato…Ma la cosa più bella è il nome del maestro, tanto per concludere il quadretto: si chiama Jessico, anzi Jethico, con un po’ di zeppola.

– oggi c’è stata la famigerata riunione di passaggio di anno dei dottorandi, sì, quella che ogni anno vi stresso. Posso dirvi in totale tranquillità e direi ormai con pacifica rassegnazione, che ho fatto schifo. Letteralmente. Solo che questa volta invece di essere in cinque, eravamo una quarantina di persone tra dottorandi e professori. Ma ormai se la saranno passata la voce che bagnarole è una povera idiota che non sa parlare in pubblico, e dunque nessuno mi ha interrotto (anche perché ho parlato 15 secondi in tutto) e dopodiché ho potuto scivolare nuovamente sotto la sedia,  a leccarmi le ferite.

– Piccolo siparietto familiare:

Mamma: senti, ma l’ultima volta che sei stata qui, sei stata educata nei confronti della vicina anziana? hai risposto male? hai fatto qualcosa?

io: no, perché? anzi, l’ho pure accompagnata al supermercato.

Mamma: perché l’altro giorno mi ha detto che la più simpatica della famiglia sei te. Mi sembra strano…

io: Eh, l’ha detto sul serio, pensavi che fosse ironica?

Mamma: veramente sì.

io: …

Chain of thoughts

Sono andata a correre in Pineta. Mentre il mio compagno di corsa, in mancanza di meglio (“me lo potevi dire che non parli mentre corri, mi portavo l’Ipod”), recitava a memoria il “To be or not to be” dell’Amleto, io, che mentre corro non parlo, pensavo:

– sempre pittoresca questa pineta. Cartoni di Tavernello e bottiglie mezze vuote di Coca-Cola abbandonate tra i cespugli, uomini con la faccia rossa e la barba di qualche giorno che dormono distesi su una panchina o per terra; un signore con la giacca di marca e lo zaino da campeggio che piscia contro un albero; in lontananza, oltre questa distesa di erba incolta e arbusti, la punta della Cupola sbuca da dietro una collinetta; una tavolata di signori in sedia a rotelle che mangiano panini e porchetta.

– questa estate a Dublino lo metterò come impegno: andare a correre ogni sera, non importa quanto, anche solo venti minuti al giorno, purché vada a correre.

– quest’estate a Dublino, noleggio una bicicletta.. Si potrà noleggiarla, anche solo per un mese?

– Prossima settimana a Trieste: non mi va. Però è bello. Però non mi va. Però ti interessa. Però non mi va. Però Trieste, che bella, la città di Joyce, di Svevo, il mare. Però non mi va. Etc.

– Ecco tutti questi pensieri. E’ perché mi sono messa a studiare, a leggere, a scrivere quel paper. E allora il retro della testa se ne va per conto suo, come sempre, con tutti quei pensieri ragnosi.

– Se ripenso all’officina degli ultimi mesi, mi pare di poter riassumere il senso di quello che mi dice il meccanico in davvero poche parole: Fai Quello Che Ti Pare. Non male, direi. Fosse facile.

– Soffoco, non respiro, mi fermo. Half-a-pippett that I am.

Senilità

Ieri ero a Venezia. Ho visto un uomo con appresso figli, moglie e guardie del corpo. Ho detto: ‘Lo vedi quello lì? Era un collega di mio papà’. Era Alfano. Devo avere ancora un po’ di confusione in testa. Oppure era l’effetto del secondo spritz.

Tutt’attorcigliata

Oggi mi è arrivata una mail che spiega le incombenze di una giovane dottoranda alle prese con il ricevimento di un importante scrittore in arrivo nella città elastica. La mail elenca in pochi punti i doveri di dottoranda attenta, responsabile, capace. La mail così recita:

Tutor
I tutor sono gli angeli custodi degli autori durante le giornate del festival. Saranno sempre a loro disposizione e, in particolare, dovranno:

  • occuparsi di accompagnare l’autore affidatogli al suo incontro;
  • far scorrere le slides durante la lettura;
  • assistere la troupe che fa le riprese video durante la breve intervista che si tiene alla fine dell’incontro (o in un altro momento), facendo anche da traduttore;
  • accompagnare l’autore agli eventi sociali in programma (se aderisce);

La giovane dottoranda in questione, trasudante responsabilità, sicurezza, capacità e orientamento sarei io. Haha.

Alla lettura della mail, nell’annebbiamento che ne è seguito, con improvvisi giramenti di testa, senso di vertigine e sudorazione fredda, non riuscivo a ricondurre a me il significato di alcune vocaboli. Festival? Slides? Troupe? Riprese video? Traduttore?

Ma di che cosa si tratta? di chi, di chi si sta parlando? Di me? Ne è seguito una fase di intensa depressione, pensieri di morte e sotterramento, macumba nei confronti di scrittori e professori tutti,  strappamento di capelli, lancio di sguardi di abbandono e incomprensione al cielo, pestamento di piedi a terra, piagnucolii al suon di No no e No.

Dopodiché ho dovuto ricompormi, visto che nel frattempo nello studiolo era entrato un professore a prendere un libro, e non mi sembrava il caso che mi vedesse stesa per terra a piangere con la faccia incassata nel gomito.

Allora mi sono ricomposta e ho deciso che passerò i prossimi venti giorni parlando solo inglese, allenandomi con il power point, imparando a muovermi per la città allungabile come fanno gli indigeni, con la testa tra le nuvole e dieci centimetri da terra, e nascondendo il fatto che dentro mi sento così, tutt’attorcigliata.


Piccole amenità quotidiane, 4

Oggi in prima media c’era compito

Io. Allora ragazzi togliete dal banco tutto quello che non vi serve, sul vostro banco deve rimanere soltanto una penna nera, una matita e una gomma e il foglio, ok?

Loro: Prof!

Loro: Prof!

Loro: Prof!

(Parlano tutti insieme contemporaneamente)

io: Dimmi. Dimmi. Dimmi

Loro: Prof. Io non ho la penna nera… ce l’ho blu.

Io. Ma va bene uguale!!

Loro: Prof!

Io: dimmi.

Loro: Prof. Io la penna nera non funziona, più. Va bene se uso quella blu?

Io: …

Dopo due ore:

Io: Ragazzi prendete il diario, che vi do i compiti. Allora, questi sono per martedì 13 marzo: ripeto: martedì……..es . n. 1-2-3-4-5-6- p. 170; es. 1-2-3 p. 171. OK? Ripeto lentamente: es…..

Loro: Prof! es. 7-8-9-?

Loro: che pagina?

Loro: io non ho capito.

Loro: p. 181?

Loro: che esercizi?

Loro: per quando?

Loro: Per martedì 16?

Loro: Per mercoledì 14?

Loro: ma quando ci vediamo?

E così, all’infinito, in una normalissima lezione in prima media. (poi scusate, tra una battuta e l’altra inframmezzateci una sedia che si rovescia, un astuccio che cade, ma che dico uno, tre, quattro cinque astucci che cadono contemporaneamente, penne, righelli che sbattono rumorosamente, banchi spostati, ci stanno gli spiriti in quella classe, per non parlare dei piccoli lavoretti art-attack che vengono progettati e realizzati durante l’ora di inglese, sono attrezzatissimi: forbicine, pezzettini di carta, glitter, pennarelli, uniposca, scotch, vinavil, barattoli di vetro, contenitori vari, il tutto che ripetutamente e a regolare cadenza cade per terra con un tonfo secco).

Oggi sono andata a pagare l’assicurazione della macchina, che è scaduta da una settimana. Per fortuna che qualcuno più pratico e lungimirante di me ha avuto sogni premonitori sulla scadenza dell’assicurazione, anche se tanto premonitori non sono stati, visto che era già scaduta. Comunque potevo andare in autobus ma sono andata a piedi, che con le cuffiette e il passo veloce e il cielo pieno di pioggia mi piaceva di più. E in effetti ho camminato sotto la pioggia. Ma mi è piaciuto tanto.

A casa ci stanno due nuovi coinquilini: Basilico e Prezzemolo. Vanno a far compagnia a Violetta e a Fernando, il ferro-cactus.

Ieri sera ho fatto una cosa che non avevo mai fatto prima. Ho digitato su google, taglio corto capelli ricci e ho cliccato immagini. Ne è uscito un mondo di cui ignoravo l’esistenza, parole esotiche e misteriose, siti interi e blog dedicati a unghie e colori di capelli, tecniche di fissaggio, tinte dai colori più strampalati, e mi è venuto un tale senso di vertigine e un timor panico, che ho dovuto spegnere subito il computer.

Però, sospinta da questo impetuoso slancio di femminilità, stamattina ho messo la gonnella.

Sempre quella volta che stavo in erasmus ed ero inesperta e sempre ubriaca.

Abitavo tra gli altri con una coinquilina irlandese che sembrava appena uscita dal film Singles. Per mesi io e i miei inquilini ci siamo lambiccati con le ipotesi più assurde sulla vita privata di questa misteriosa fascinosa avvocato in carriera proveniente da Derry: ex-militante dell’IRA? ricca ereditiera? orfana di qualche passata tragedia?

Comunque. Non è di Deborah che vi voglio parlare stasera. Vi voglio parlare di Eoin, l’amico intellettuale di Deborah. Eoin: biondo, occhialetto di tartaruga, anello d’argento al dito. Eoin, professione drammaturgo e regista. Eoin, giovane promessa del teatro. Eoin, già diverse pièce teatrali alle spalle. Eoin, pure bello. Non bello nel senso tradizionale del termine. Bello nei suoi modi ovattati e curiosi, bello nel suo fare silenzioso e osservatore, bello nella sua voce suadente e nell’accento di Dublino (che, a Cork vuol dire tanto). Deborah mi parlava sempre di Eoin, lo devi conoscere, ti piacerà tantissimo, lui si intende di letteratura, lui ti può aiutare con la tesina su Beckett, vi capirete tantissimo.

Il giorno che mi fa conoscere Eoin mi porta direttamente a casa sua. Io, a malapena mi destreggio con la loro lingua, loro più grandi di me, più adulti, più consapevoli. Deborah mi presenta. Questo è stato il dialogo:

Deborah: “Questa è la mia coinquilina. E’ molto sofisticata. Sa tutto di letteratura. E’ una vera appassionata. Com’è carina, la vedi? Ma è anche intelligente, sai”.

io: “ehm… ciao”

Eoin: “Piacere di conoscerti”

Deborah: ” E’ anche una vera appassionata di Beckett. Deve scrivere una tesina su Beckett. La aiuteresti?”

Eoin: “Ho questo poster di una rappresentazione di Beckett che ho messo in scena un paio di anni fa. Lo vuoi? tieni, te lo regalo”.

Io: “Ehm. Grazie mille.”

Eoin: “Sai. Sarei interessato a leggere un po’ di letteratura italiana contemporanea. Non ne conosco molta. Mi aiuteresti? Cosa mi consigli?”

io: “…” (vuoto)

Eoin: “Qualche nome… italiana…”

io: “…” (vuoto più totale: italia.. contemporaneo… ne ho letto uno un mese fa…come si chiamava? come?…. è…buio….qui…dentro….)

io:”…” (buttati, inventa, inventa un nome, non lo saprà mai, inventa!)

io: “… ehm…Pirandello?”

Eoin: “… contemporanea”.

io: “…” (voglio andare a casa)

Cosa avrei potuto dire allora? vediamo….Avrei potuto dire: Baricco, De Carlo. Li conoscevo, li avevo letti. Lo so non è proprio il massimo, ma sarebbero pur stati due nomi. Eco! Eco lo avevo letto, Eco lo sapevo. Neppure Eco mi è venuto in mente.

Ora ditemi voi, perché io sto qui a raccontarvi dell’Irlanda mentre dovrei essere su word a scrivere quella presentazione orale che ho per giovedì. E intanto il tempo passa, le giornate si allungano, le notti si accorciano, le rughe si scavano, i caffè si trangugiano senza sosta, e si fanno bucati che nemmeno se mettevo il maglione grigio nel tritacarne non mi usciva così.