La tesi termina

Mi soffermo spesso a riflettere sul da farsi.

La tesi termina. Sgocciola a piccole dosi le ultime cose da fare. Minime correzioni. Un rientro eccessivo, un plurale poco consono, una frase superflua. Centellino il tutto. Un giorno riguardo, un giorno mi riposo, non accendo nemmeno il computer. Mi convinco che quel che è fatto è fatto. E’ finita. Sorvolo consapevole sulle lacune. Alcune, poche, sono presenti. Mi riprometto di schematizzare, ripetere, sottolineare, rileggere. Più tardi. Non ora.

Porto tutto a stampare. E’ voluminosa, imponente, ne vado orgogliosa. Lunedì a Venezia, firme di tutor e coordinatore. Poi va consegnata.

La tesi termina.

E io mi ritrovo a chiedere di me. A rendere conto. A ritornare col pensiero, alle ore passate al computer, quando la tesi si scriveva da sola. E a domandarmi cosa farò di quelle ore tra poco, quando non dovrò più nemmeno schematizzare, ripetere, sottolineare. Rivado a quei momenti e cerco di formulare in misura esatta la percentuale di stress che quel tipo di lavoro mi suscitava, e a fare dei calcoli su quello stress, a chiedermi quanto abbia voglia di sopportarlo, in futuro, uno stress simile.

E non riuscire a decidere. Non riuscire a decifrare, a distinguere la percentuale di benessere, soddisfazione, passione, dalla percentuale di angoscia, ansia, insofferenza. a volte sbilanciarmi, pensando, dopo tutto, ma chi stava meglio di me, a casa sua, a scrivere. Ed è vero che sono arrivata al termine perfettamente in tempo, con calma, senza corse finali, e che già che mi avanzava un pochino di tempo, mi sono anche sposata, organizzando un matrimonio non certo in grande stile, e non perfetto, ma felice. E sono partita, senza farmi mancare nulla, la luna di miele, sedici giorni, in California. E la tesi ora è pronta, le sue belle tre copie stampate, sono di là. Pronte. E forse la vita non è stata così male in questi anni.

E ora oltre a consegnare la tesi, compro casa. A Roma. E seguo l’acquisto, e accendo un mutuo. E riesco a fare tutto. Nonostante la tesi, la consegna, il termine. Forse riesco a fare tutto, forse.

Ma non lo so. Non se sono sicura.

La tesi termina. E io non lo so bene cosa farò.

Far West, biblioteca e compartimenti stagni

IMG_20130905_162212Poi quel cassettino dove dentro sono un genio si deve essere aperto forse a tre quarti, perché l’orale di quel concorso alla fine l’ho passato con 36 su 40, il 30 luglio, dopo avere studiato per un mese. Chiusa nell’appartamento di Roma, con 36-38 gradi, le serrande tirate giù, vivendo praticamente al buio, con i gechi sempre più numerosi che strisciavano lunghi i pavimenti riarsi. Sudata, viscida, sporca, trascinandomi senza soluzione di continuità dalla camera a ovest la mattina, giù giù fino alla camera a est nel pomeriggio, sfruttando le correnti di vento tropicale che dalla finestra del bagno entravano a donare un po’ di sollievo.. un vento caldo, secco, che asciugava la pelle e le fauci e che faceva svolazzare ciuffi di polvere negli angoli più remoti. Accompagnata da opachi rimorsi per un dottorato trascurato, una tintarella sbiadita, nipoti e parenti dimenticati. La sera, però, cenette a lume di candela nel ventilatissimo balcone di casa, unico sollievo alla calura che saliva dal cemento delle strade.

In questo far west estivo, che è la Roma di luglio, ho anche preso l’abitudine di andare alla biblioteca della pineta. Dalle nove a mezzogiorno la mattina e dalle tre alle sette il pomeriggio, quando sono bravissima. Cammino 15 minuti per arrivarci, avanti indietro avanti indietro fa un’ora di cammino al giorno. A meno che non rimanga a mangiare lì nei dintorni. Ora che sono tornata a Roma ho ripreso ad andarci. La luce mattutina in pineta è bellissima. Mi sorprende quanto il senso di routine crei in me un senso di equilibrio e bilanciamento che scompone ed è inaspettatamente più forte di abitudinarie ansie e angosce che popolano quotidianamente quel cassettino della mia testa dove dentro sono una nevrotica. No matter what. Io in biblioteca scrivo. Scrivo scrivo scrivo.

Mi dimentico di tutto. Entro in una sorta di trance intellettuale in cui nella mia vita esiste solo una cosa, l’odiata amata tesi di dottorato.

Andando in biblioteca in pieno luglio e in agosto mentre la gente normale è al mare e sperimentando questo senso di grande soddisfazione e compiacimento nel mio ‘fare il mio dovere’, ho anche capito un’altra cosa di me. Io non so riposarmi. Non so oziare. Riposo vuol dire pensieri, pensieri vuole dire angoscia, angoscia vuol dire infelicità, infelicità vuol dire, in qualche modo dovrò rompere i coglioni alla gente intorno a me pur di non sentirmi così angosciata. Tutto questo vuol dire, un’estate passata a Roma a studiare (no, dico) è diventata meglio di un’estate passata al mare a riposarmi.

Questo bel circolo vizioso che la biblioteca ha momentaneamente interrotto, deve essere spezzato e sarà argomento da discutere in officina nei prossimi mesi. Anche qui, se volete.