Hoppa, l’inforcata e DirStriz

Ieri il ballerino colombiano che mi fa aerobica ci ha fatto ballare GamGam style, e lì ho capito che sono caduta veramente in basso. Perché, diciamoci la verità, tanto bello e tanto bravo, ma il ballerino colombiano è davvero truzzo. Se mi vedeva anche uno solo dei miei studenti potevo pure licenziarmi e dire addio alla scuola per sempre, la mia reputazione se ne andava al ritmo di HeySexyLadyHoppaGanGanStyle. Che poi, questo Hoppa, che oramai è diventato il mantra di tutti i maestri di aerobica, e ad ogni passo urlano HOPPA, ma che vuol dire?!

Le lezioni di swing, invece, proseguono con qualche goffaggine, qualche ginocchiata, e qualche gomitata. A parte i lividi, tutto bene. Per imparare un passo mi ci vogliono circa quattro settimane: la legatura, l’imbracciata, l’inforcata, l’apertura, la chiusura. Molto complicato, per ora. Il nostro maestro, che negli anni di gloria doveva essere un ballerino importante alla rai ha esordito mettendo Sultan’s Swing dei Dire Straits (che è lenta quindi va bene per cominciare), dicendoci che questa canzone dei DIR STRIZ è la culla di TUTTO lo swing e il jazz.

Vi ho lasciato un attimo di respiro per fare la faccia che ha fatto il mio partner di swing quando ha sentito queste parole.  Per fortuna che è predisposto quanto me a nascondersi dietro la colonna e dunque è passato inosservato.

Qui dentro c’è l’eco. Comunque il titolo è un altro. Il titolo è: Complicazioni della vita accademica.

La parola chiave di questo secondo anno di dottorato è: pubblicazioni. C’è una specie di frenesia isterica riguardo questo argomento, quando conosci qualcuno in dipartimento la prima domanda che gli fai è: hai pubblicato? Se sono io a fare questa domanda, il corollario è: come si fa?

Sono circondata da sciami di dottorandi pubblicatori: quel mio collega di cinema alla fine del primo anno aveva già pubblicato. Un articolo? un capitolo? no. Un libro, un libro intero scritto e firmato da lui. Quell’altro dottorato di tedesco ogni anno sforna decine di articoli pubblicati in diverse riviste italiane e tedesche. In lingua tedesca, ovvio. Quell’altra collega di comparatistica è al suo secondo dottorato e ha appena pubblicato un libro anche lei.

Poi ci sono io.

Ci sono io che verso settembre vado dal mio tutor e gli dico: “Io…ecco, veramente io… ma non lo so, ehm, forse, anzi sicuramente è meglio di no, ma diciamo forse forse io, solo per imparare come si fa, eh, non avrei mai e poi mai la presunzione di… ma.. ecco…io… avrei un articolo!”. Poi gli scrivo una mail che si intitola “Ambizioni premature”, che è come darsi subito una zappa sui piedi, in cui gli invio suddetto articolo, e poi basta. Basta, finito. L’articolo è ancora lì nascosto nel mio computer. Tanta è stata l’angoscia di addirittura inviarlo al mio professore, che mi si è esaurita la scorta di coraggio per inviarlo a qualche rivista. Diciamo che ora, che sono passati quattro mesi, sto recuperando le forze perdute, e posso pensare di rimettermi a correggere quelle parti che il professore mi ha consigliato di riguardare e poi fare il grande passo nel vuoto.

Ora vi dico un’altra cosa. Segreta. Pare, ma sembrerebbe quasi certo ormai, che il mio autore, quello su cui un giorno dovrò scrivere la mia tesi di dottorato, venga in dipartimento verso aprile, per un convegno di scrittori che la mia facoltà organizza ogni anno. Ora, un dottorando normale cosa proverebbe? grande emozione e gioia, orgoglio, entusiasmo nell’organizzare un’intervista, lo direbbe a tutti quelli che incontra. Direbbe: “io e il mio professore stiamo organizzando….”, oppure “ebbene sì, è sicuro, John viene a trovarci” (non si chiama John, è un nome fittizio, non ve lo dico come si chiama il mio autore) oppure “io e il professore stiamo organizzando l’accoglienza, sì ieri ci ho parlato al telefono, del resto, sapete, è il mio autore”. Se voi foste un dottorando normale, al massimo un tantino cagacazzo, direste così.

Io no. Io da quando ho avuto questa tragica notizia, non dormo la notte. Attendo con orrore e disperazione quel momento. Mi aggiro per il dipartimento nascondendomi dietro le colonne, sperando che nessuno mi chieda nulla. Prego dio ogni giorno di mandargli, che so, una febbre, una diarrea, un’influenza in quei giorni così che non possa venire. Impreco pensando, ma con tutti gli autori che dovevano chiamare, proprio il mio! E proprio di sì doveva dire! Spero ogni giorno che il mio professore mi dica: “Ovviamente lei non è pronta per parlare con il nostro eccelso autore, si tenga nascosta, non dica a nessuno che lei lo sta studiando, non si faccia coinvolgere se vuole evitare brutte figure”. Ah come mi sentirei umiliata e sollevata. Allora sì che girerei per il dipartimento a testa alta, e felice!

Ecco, io mi sto avvicinando all’incontro con il mio autore con questo stato d’animo, augurandogli di tutto cuore una diarrea.