Riflessioni estive su luci e ombre della vita matrimoniale

La vita matrimoniale si complica di ramificazioni che a volte mal si conciliano col concetto profondo su cui si basa un rapporto che, sebbene sia sancito dal codice civile, e dunque legame contrattuale, amministrativo, burocratico, pertiene prima di tutto alla sfera dell’emozione, della libertà, della spontaneità, dell’effimera leggerezza, della felicità folle dell’amore che niente spiega e niente vuole, che, per sua stessa natura, è fuori ragione, incomprensibile, asimmetrico. Il matrimonio crea inaspettato un paradosso. Una scissione dolorosa, una spaccatura interviene nella vita dei due giovani sposi. Lo suggeriscono le parole stesse. Prendete i due lemmi: marito e moglie. Due parole fondamentalmente noiose, che si trascinano con sé una rete semantica che poco ha a che fare con l’amore e molto con l’istituzione di un’organizzazione perfetta, di un ingranaggio che funziona, di un macchinario ben oliato. Ripetetevi queste due parole, lasciate andare la fantasia. Cosa vi viene in mente? Marito: lavoro, baffi, stipendio, soldi, fiori, scarpe, tv, partita. Moglie: grembiule, cucina, lavandino, figli, casa, spesa. Quanto più leggere e libere da stratificazioni primitive le parole compagno e compagna: due persone che si fanno compagnia, che sono vicino l’uno all’altra, che si accompagnano.

Suddivisione dei ruoli. E’ così radicato nella mente l’immaginario italiano del binomio marito-moglie che diventa difficile sfuggire all’ineluttabile risucchio all’interno di un teatrino già stabilito e ben rodato da un cinquantennio di immobilità familiare. Che cos’ha tutto questo a che vedere con l’amore mi chiedo? Nulla.

Mentre penso queste cose mi trovo sotto il sole, su uno scoglio a guardare il mare e tento di ritrovare in me quella freschezza di pensieri e immagini che aiutano di tanto in tanto ad uscire dalla pesantezza di ruoli che a fatica si sopportano ma che vengono appioppati con una naturalezza di cui mi stupisco ogni volta.

La vita matrimoniale si sdoppia improvvisamente in due dimensioni parallele. Una è quello delle origini, della giovinezza e della freschezza. E’ il livello della follia, dell’emozione, degli sguardi persi in quelli dell’altro, della felicità senza fondo, del tempo che si dilata in un presente infinito, del nulla pieno di tutto ciò di cui si ha bisogno. E’ la dimensione dell’amore. L’altra dimensione è quella della gestione familiare. E’ la dimensione di chi fa cosa, della spesa ogni settimana, della pulizia della casa, della sveglia la mattina presto, degli orari di lavoro, delle domeniche noiose, del pagamento delle bollette, delle file alla posta, alla banca, al caf. E’ la dimensione del mutuo, dei mobili da comprare, degli scatoloni da aprire, del letto da fare, dell’aspirapolvere del bucato della lavastoviglie da caricare.

Sotto il peso della Suddivisione dei Ruoli,  ecco che la dimensione dell’amore si assottiglia, si sminuisce, si fa a pezzetti, rimane in lembi di fazzoletto, pezzetti di carta, molliche di pane, sparsi qua e là, un minuto ogni giorno, per poi ricondensarsi in parte in vacanza, quando le carte si rimescolano, e i pesi sembrano risollevarsi dai loro nascondigli arrugginiti.

Ora sono in vacanza, e mi godo ogni singola mollica di pane e ogni pezzetto di carta che riesco a racimolare. Non penso a nulla, non ho doveri, impegni, responsabilità.

Nulla. Mi godo la dolcezza dell’amore e la bellezza di questo luogo di mare e sole. Mi godo i piedi nudi, l’acqua fresca dopo una giornata di vento, i cavalloni, i libri letti in pace sotto l’ombrellone, l risveglio senza sveglia.

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