I libri che leggo

Leggo di tutto, leggo molto, leggo qualunque cosa mi passa sotto mano. Non sono molto selettiva, non passo molto tempo a scegliere Il Libro, e non passo molto tempo nemmeno a cercarLo, Il Libro, quello che mi illuminerà, quello che cambierà la mia vita, quello che capirò tutto. Non sono nemmeno una grande collettrice di edizioni rare, copertine rilegate, pagine di carta pregiata. Leggo i libri che mi passano sotto mano, quelli che stanno nella grande libreria di questa casa, mai aperti, quelli che riesco a scaricare su kindle, quelli inaspettati che trovo in libreria, quelli della biblioteca. Adoro leggere i libri che mi consiglia la gente, anche quando non sono un granché. Se mi consigli un libro, probabilmente lo leggo, lo compro. Non leggo chick literature, leggo pochi italiani e me ne rammarico, cerco di leggere buona letteratura, ma senza grandi pretese. Non leggo Pynchon, per dire. Pynchon mi spaventa, ma non si sa mai. Per esempio, ora sto leggendo The Fang Family e non so nemmeno perchè. L’ho trovato a un Newsagent all’aeroporto di Los Angeles, e avevo letto una recensione, forse, e e l’ho preso. E ieri ho finito Telegraph Avenue, che ho letto perché me l’ha consigliato il mio amico Ipofrigio, e mi è piaciuto tantissimo, ma non mi chiedete perché. Ci devo pensare.

Non ci sono libri però che mi hanno spalancato le porte della comprensione. Non mi aspetto rivelazioni. Forse perché è troppo acuta in me la coscienza che, dopo tutto, sono scritti da persone, e una punta di cinismo, acuitasi ultimamente, mi impedisce di pensare che ci siano persone che possano darmi la chiave per uno stato di coscienza più profondo, più illuminato. Dunque non perdo nemmeno troppo tempo a sottolineare, mandare a memoria interi paragrafi, riportare sul mio quaderno personali i passaggi che più mi hanno commosso. Questa era una cosa che ho fatto durante tutti gli anni dell’adolescenza, quando ero convinta che in un libro avrei trovato la verità, e che dovevo assiduamente cercarla. Leggevo libri e libri, e sottolineavo, sottolineavo, scrivevo appunti, dedicavo riflessioni, pensieri. E poi ho smesso. Non cerco più la verità nei libri. Non so se questo è un bene. Non credo di trovarla in un libro, la verità.

E nonostante tutto, i libri, quasi tutti, mi commuovono, direi sempre. Con l’acuirsi del cinismo, paradossalmente, è aumentata la commozione, e sono diventata molto emotiva. Questo, ovviamente non è misura di valutazione del libro. Più piango, e più il libro è bello? Direi proprio di no. La mia emotività è priva di buon gusto. A volte mi può emozionare anche una brutta frase, per la sua innocente banalità, per la sua ingenua piattezza. Più facilmente mi commuove una prosa solenne, torrenziale o sintetica, l’accostamento inaspettato di aggettivi inusuali, il mescolamento azzardato di metafore. Mi commuove la descrizione di un prato, di un papavero, di un tramonto. Mi commuove la realtà più ordinaria resa con il linguaggio difficile della filosofia, della matematica, della chimica. Quando incontro una frase così bella, la leggo e la rileggo. Ma poi mi dimentico. Non ritengo quasi nulla, se non la sensazione della bellezza. Cerco di ricordare, poi dimentico.

Altre volte mi commuovo nel seguire la trama di un romanzo. Anche questo non corrisponde sempre al valore del libro.  Spesso è semplicemente perché parla alla mia esperienza personale, ai miei desideri, ai miei rimpianti. Mi identifico quasi sempre, e non sempre è un bene. Altre volte mi lascio trasportare dai grandi amori, dalle guerre, dalle lontananze, dalle perdite. Dal senso di grandezza che traspare in Guerra e Pace, Anna Karenina,  American Pastoral, Middlemarch o The God of Small Things. A volte i libri mi chiamano. Li trovo nei luoghi più disparati e in situazioni diverse, li incontro in libreria, a casa di amici e sulla metro, si presentano a me insistentemente, come a dirmi, leggimi.  To Kill a Mockingbird o The Bell Jar, li ho trovati così.

Sento che ho perduto qualcosa ultimamente. Ma non so bene cosa, e non credo di ritrovarlo nei libri.

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