Far West, biblioteca e compartimenti stagni

IMG_20130905_162212Poi quel cassettino dove dentro sono un genio si deve essere aperto forse a tre quarti, perché l’orale di quel concorso alla fine l’ho passato con 36 su 40, il 30 luglio, dopo avere studiato per un mese. Chiusa nell’appartamento di Roma, con 36-38 gradi, le serrande tirate giù, vivendo praticamente al buio, con i gechi sempre più numerosi che strisciavano lunghi i pavimenti riarsi. Sudata, viscida, sporca, trascinandomi senza soluzione di continuità dalla camera a ovest la mattina, giù giù fino alla camera a est nel pomeriggio, sfruttando le correnti di vento tropicale che dalla finestra del bagno entravano a donare un po’ di sollievo.. un vento caldo, secco, che asciugava la pelle e le fauci e che faceva svolazzare ciuffi di polvere negli angoli più remoti. Accompagnata da opachi rimorsi per un dottorato trascurato, una tintarella sbiadita, nipoti e parenti dimenticati. La sera, però, cenette a lume di candela nel ventilatissimo balcone di casa, unico sollievo alla calura che saliva dal cemento delle strade.

In questo far west estivo, che è la Roma di luglio, ho anche preso l’abitudine di andare alla biblioteca della pineta. Dalle nove a mezzogiorno la mattina e dalle tre alle sette il pomeriggio, quando sono bravissima. Cammino 15 minuti per arrivarci, avanti indietro avanti indietro fa un’ora di cammino al giorno. A meno che non rimanga a mangiare lì nei dintorni. Ora che sono tornata a Roma ho ripreso ad andarci. La luce mattutina in pineta è bellissima. Mi sorprende quanto il senso di routine crei in me un senso di equilibrio e bilanciamento che scompone ed è inaspettatamente più forte di abitudinarie ansie e angosce che popolano quotidianamente quel cassettino della mia testa dove dentro sono una nevrotica. No matter what. Io in biblioteca scrivo. Scrivo scrivo scrivo.

Mi dimentico di tutto. Entro in una sorta di trance intellettuale in cui nella mia vita esiste solo una cosa, l’odiata amata tesi di dottorato.

Andando in biblioteca in pieno luglio e in agosto mentre la gente normale è al mare e sperimentando questo senso di grande soddisfazione e compiacimento nel mio ‘fare il mio dovere’, ho anche capito un’altra cosa di me. Io non so riposarmi. Non so oziare. Riposo vuol dire pensieri, pensieri vuole dire angoscia, angoscia vuol dire infelicità, infelicità vuol dire, in qualche modo dovrò rompere i coglioni alla gente intorno a me pur di non sentirmi così angosciata. Tutto questo vuol dire, un’estate passata a Roma a studiare (no, dico) è diventata meglio di un’estate passata al mare a riposarmi.

Questo bel circolo vizioso che la biblioteca ha momentaneamente interrotto, deve essere spezzato e sarà argomento da discutere in officina nei prossimi mesi. Anche qui, se volete.

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