Due bottoni

Ieri all’esame scritto di inglese c’erano diversi oggetti interessanti sui banchi dei miei studenti: un santino del Papa, un orsetto, un portachiavi, una ranocchia, una reliquia della beata a cui è intestata la mia scuola, un santino del Papa, un anello con inciso il padre nostro. E così via. Non so se hanno funzionato o se c’è che ormai mi sono talmente abituata a lavorare in codesta scuola che oramai mi sono tarata a dare voti dal sei al dieci, dove sei corrisponde allo schifo più totale ma ormai per me corrisponde alla sufficienza perché sono un’insegnante dalla parte dello studente. Fatto sta che il voto più basso è stato sei più. Poi non lo so, forse dovrei cominciare anch’io a fare uso di questi santini se è vero che funzionano, se non fosse che io i santini preferisco non averceli a casa, che poi se li ho a casa non riesco più a buttarli via, per via che sono cresciuta in una famiglia che se buttavi un santino non so quale disgrazia poi ti capitava, io tengo i santini in un cassetto in camera mia nascosti, un giorno vorrei prenderli e buttarli via tutti. Mia mamma per esempio quando perde qualcosa invoca Sant’Onofrio Pilusu attraverso una preghiera in rima che è piuttosto una filostrocca che comincia così: “Sant’Onofrio Pilusu fascitemi ‘sta grazia”. Mia mamma dice che funziona, poi ogni volta le trova le cose. Tipo perde le chiavi, Sant’Onofrio Pilusu fascitemi ‘sta grazia, la chiavi stavano nella borsa, dove le aveva lasciate. Perde gli occhiali, Sant’onofrio Pilusu fascitemi ‘sta grazia, gli occhiali stavano appoggiati sulla lavatrice dove li aveva lasciati cinque minuti prima. Mia mamma usa il verbo ‘perdere’ ma in realtà intende ‘lasciare’.

Poi ieri sono andata a cena con le mie colleghe, che io mi ci trovo bene con loro e spesso dico peccato che sono solo mie colleghe, che bello sarebbe se fossero anche mie amiche, che l’argomento “amiche” ultimamente diciamo negli ultimi 15 anni è un argomento abbastanza delicato, ve lo risparmio. Sono andata a cena, mi sono fatta anche bella, che a scuola di solito ci vado che sembro una fetecchia, anche se mi faccio la toletta e tutto quanto, ma non c’è speranza, la scuola mi succhia via tutta la luce, entro in quel luogo sono una fetecchia senza luce. A cena è andato tutto bene, mi sono anche divertita diciamo, se non fosse che mentre loro ridevano, si divertivano chiacchieravano e tutte quelle cose normali che si fanno a cena io pensavo: come mi sento triste. Poi queste battute che a loro facevano molto ridere, ma proprio scoppiare a ridere a crepapelle, a me mi facevano ridere un pochino appena due tre secondi poi basta, e poi a un certo punto siccome loro ridevano tanto io no, ho pensato, forse stanno ridendo di me, sennò non si spiegherebbe il fatto che loro ridono io no. E poi dopo il secondo bicchiere di vino io avevo questo desiderio impellente di raccontare i fatti miei,  e dopo ogni fatto mio pensavo ma che cazzo racconti a fare i fatti miei miei quelli che non racconto a nessuno. Devo esser imbecillita pensavo. E poi anche quell’altro discorso che ho fatto alla collega di italiano, che le ho detto, mi sa che ormai sono tarata dal sei al dieci, ma io dico proprio a lei lo devi fare questo discorso, sempre a mettere in dubbio le tue capacità di insegnante, poi per forza la gente non ti prende sul serio, mi sono detta. E poi anche quando la collega di arte dopo che ho detto una cosa mi ha risposto con una battuta secca e un po’ da stronza, io ho pensato ecco era meglio che stavo zitta, era meglio che stavo a casa anzi. Era meglio che le colleghe rimangano tali, che tanto lo sapevi che tu a questo tipo di uscite, tu, non ti diverti per niente. Anzi, dopo sei solo più triste, che ti chiedi cosa hai tu che non va che gli altri si divertono tu no, che gli altri vanno al concerto di madonna tu no, forse è solo il fatto che tu con queste persone che ti stanno tanto tanto simpatiche ma poi non ci stai bene per niente, tu non devi uscirci, lo sapevi già. Come anche il dottorato, tanto bello tanto bello, me mi sembra che mi sento solo molto triste.

Poi ieri dopo l’esame scritto di inglese, la collega che ha fatto assistenza, quella di ginnastica mi ha detto, ora sei più tranquilla? devi stare tranquilla non agitarti , riposati questo weekend. Poi alle due mi ha chiamato la collega di francese mi ha detto, volevo sapere come stavi, come è andata ti ho visto così agitata ieri, devi stare tranquilla. Poi oggi è venuto il proprietario della casa a riscuotere l’affitto, gli ho chiesto se per piacere ci sistema la serranda della cucina che si è rotta, poi ho detto, dov’è il cacciavite, dov’è, l’abbiamo usato ieri, lui ha detto: stai tranquilla, non ti agitare, usiamo qualcos’altro, tranquilla, ora sistemiamo tutto.

Allora ho pensato che seconde me ultimamente, mi sembra che io sono un po’ come Coraline, al posto degli occhi, io ho due bottoni.

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8 thoughts on “Due bottoni

  1. Qui in alta Italia, allo stesso scopo, s’invoca sant’Antonio da Padova; così faceva mia nonna tramite apposita filastrocca in un arcaico milanese (curiosamente, con un simile accenno pilifero: «Sant’Antoni de la barba bianca, / Fèm trovà quel che me manca»).

    Confermo che funziona.

  2. Sant Antoniu nemicu di lu dimoniu

    la religione cattolica sa essere veramente veramente pagana come nessun altra..
    E comunque mi ha fatto ricordare di quando al saggio di pianoforte mi portai il santino di Bob Marley
    di cui allora ero fedele devoto.

    Il saggio andò una mezza schifezza.
    Grazie bobbemarley eh.

  3. 😀 il santino di Bobbe lo proporrò anche ai miei studenti, anche se credo che la vicepreside non ne sarà molto contenta.
    Io al saggio di pianoforte bob marley non sapevo nemmeno chi fosse, ma avevo un vestitino rosa e il cerchietto.

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