Per quattro mesi sono stata insieme a un ragazzo. Lui era di roma, ma lavorava in un'industriosa cittadina lombarda, io ancora non mi ero trasferita a roma, lavoravo in quel carcere minorile di marhghera, sì, ve l'avevo detto, la scuola professionale. Ci vedevamo nei weekend, una volta ogni due settimane. In quei mesi mi sono visitata tutte le città venete che in ventiquattro anni non avevo mai visto: verona, vicenza, treviso, asolo, conegliano, bassano, rovigo e così via. Qualche volta prendevo la macchina e scappavo nella cittadina lombarda a trovarlo.
Era una relazione atipica, non abbiamo mai superato la soglia del bacio, appassionato, ma pur sempre solo bacio. Nessun palpamento, davvero. Era un rapporto basato sul dialogo, sulle discussioni, sulle divergenze intellettuali.
Sulle elucubrazioni mentali, direi ora.
Lui aveva dei dubbi. Si struggeva, si tormentava, si torturava. Un io lacerato tra il voglio e il non voglio, tra l'umiltà portata all'eccesso e l'orgoglio furioso, tra l'autolesionismo preoccupante e la mania di onnipotenza, tra l'insolenza più perfida e il senso di colpa più strisciante e meschino.
In tutto questo era anche un genio. Un essere strano, intrigante, un artista incompreso, un asociale fascinoso.
Un giorno mi disse: hai un corpo che mi commuove.
Un corpo che commuove.
Si passava le giornate insieme, si camminava per le città del nord italia e si parlava. Poi però arrivava la paura, il senso di superiorità, l'ansia, la voglia di ferire, il mostro del superio che attaccava entrambi con colpi al di sopra delle nostre forze.
Una sera si era alla cittadina lombarda, a casa sua, io ero lì da parecchi giorni, ma avevo una febbre alta che non mi mollava. Per non essere di peso pretendevo di uscire e fare le cose nonostante la febbre, ma la realtà era che non mi reggevo in piedi (mi ci è voluta una settimana per accorgermi che avevo le placche e che finchè non avessi preso l'antibiotico non mi sarebbe passata).
Dicevo, era una sera di agosto. Io ero a letto. Lui mi odiava.
A un tratto mi sono alzata dal letto, febbre alta. Sono andata in bagno, mi sono lavata la faccia, tolta il pigiama, vestita, messa una fascia in testa e legata i capelli. Non mi reggevo in piedi.
Sono andata in cucina, mi sono seduta al tavolo. Avevo una matita e un taccuino in mano.
Sono andata da lui e gli ho detto, ora parli.
Lui era seduto accanto a me. Ha chiuso gli occhi e ha parlato. Ha parlato per un'ora. Ha tirato fuori tutto ciò che lo preoccupava, tutte le ansie, tutte le paure. Io mi scrivevo tutto. Mi pulsavano le tempie, mi facevano male le giunture. Quando ha finito, dopo un'ora, ho riletto gli appunti, li ho rielaborati mentalmente, ho trovato i nodi, e glieli ho sciolti uno a uno.
Era tutto chiaro, era tutto lì scritto sul taccuino. Dopodiche, lui stava meglio, il mostro era passato. Anch'io tutto sommato stavo meglio, almeno non mi odiava più, almeno fino alla mattina dopo.
Comprensibilmente, non è durata.
Per fortuna.
"120 euro, grazie".
Avrei dovuto dirgli. Era il giusto prezzo della mia parcella.

 

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