Questa è una recensione molto, molto accademica di Persuasion (Jane Austen).

Se domani uscite di casa e incontrate una giovine madama dai lunghissimi capelli biondi setosi, vaporosi e ricci raccolti in tante treccine legate dietro da un fiocco di seta, se ha la pelle bianchissima e rivolge il suo amabile sguardo in basso, con fascinosa modestia e ricercata umiltà, porta un abito di popeline, rosa o giallino, con il collo contornato di pizzo, lungo fino ai piedi, stile imperiale, un ombrellino per ripararsi dal sole e un romanzo di Goethe sottobraccio. Se incontrate questa giovine madama, non vi preoccupate, sono io.

Sono appena uscita da un romanzo di Jane Austen.

Lo so, non mi fa bene identificarmi in tutte le eroine di cui leggo, ma in questo caso non si è trattato tanto di identificarsi nel personaggio, quanto di rendersi conto di essere nata nel secolo decimo nono.  

Per due motivi: il primo è che nella mia famiglia tutte le donne sono votate a due sole opzioni: l’istruzione e un buon matrimonio. O meglio: l’istruzione al fine di procurarsi un buon matrimonio. In casa mia la donna deve essere “accomplished”, per usare una parola cara a Jane Austen, o “polished”, cioè deve essere non colta ma coltivata, raffinata, deve saper parlare, saper dire la cosa giusta al momento giusto, deve sapersi muovere, sapersi destreggiare (in cucina e nelle faccende domestiche, e dove sennò?).
In effetti le mie nonne erano già laureate e tutte le mie prozie erano insegnanti. Mia nonna suonava il pianoforte, e lo amava molto, ma ha dovuto abbandonare quando si è sposata. Nessuna di loro però era una donna di cultura, nessuna di loro era una donna consapevole, una donna autonoma, emancipata. Nessuna di loro ha mai parlato in casa di letteratura, o di politica, o di arte. Eppure avevano studiato, con ottimi voti. Avevano dato esami, scritto una tesi, frequentato il magistero. Tutte sono diventate insegnanti delle medie o delle superiori.

La donna della mia famiglia è una donna che vive a cavallo del secolo.

Diciannovesimo.

Silenziosa, devota al marito che le dà sostentamento e amore, e che la salva dalla solitudine e da questo brutto male che è la zitellaggine (ho una prozia che, poverina, non l’ha salvata nessuno). Al marito tutto bisogna scusare e silenziosamente ovviare e attenuare i suoi difetti e le sue mancanze, perché il marito deve essere Amato e Rispettato. I valori che la donna deve imparare e trasmettere ai propri figli sono infatti il Rispetto (e, notate, ho usato la maiuscola) e la Buona Educazione.

L’altro motivo per cui sono un personaggio di Jane Austen è il mio approccio alla vita e ai sentimenti di quando avevo sedici anni. Queste donne dell’Ottocento non potevano in alcun modo esprimere i loro sentimenti agli uomini, non potevano mostrarsi, non ne avevano né il permesso, perché l’etichetta imponeva che f0sse l’uomo a scegliere e la donna ad essere scelta, né ne avevano i mezzi, ritrovandosi per la maggior parte del loro tempo segregate in casa cercando di impegnare il proprio tempo nel modo meno noioso possibile (lavorando a maglia o leggendo o suonando il piano per esempio, oppure elucubrando di questioni astratte e vuote, di parole dette, pensieri fatti, speranze mal riposte, il tutto totalmente privo di concretezza, tipo: “cosa avrà significato quello alzando il sopracciglio destro in quel modo? Forse mi odia” oppure: “hai visto quello sguardo malinconico ma audace, cosa vorrà dire, mi ama?” e giù ore e ore a parlarne).
L’uomo invece era quello che usciva, lavorava, andava a caccia, e andava a visitare diverse famiglie in giro per la campagna inglese, assicurandosi così la possibilità per lo meno di rivedere l’oggetto amato, se già ne aveva uno, o di sceglierlo, se ancora non aveva trovato donna da maritare.
Ecco che la vita di queste donne si trasformava in un’estenuante, infinita, incessante attesa e in un languore continuo e tormentoso. Se già esse amavano qualcuno, non avevano assolutamente alcun mezzo possibile per contattarlo e rivederlo, dovevano solo aspettare, aspettare che lui si rifacesse vivo, se lui lo voleva. Sennò potevano anche aspettare quarant’anni. Magari aspettavano, o magari si rassegnavano e accettavano la corte di qualche altro pretendente rompiscatole. Che angoscia.
E se anche poi rivedevano l’amato, e ancora non si erano rassegnate all’idea di perderlo, l’etichetta ancora le costringeva a non mostrare in modo plateale i loro sentimenti. Era tutto un gioco di sguardi, di ritrosie e bramosie, di speranze celate e dissimulate. E poi si poteva parlare solo per metafore: era impossibile parlare chiaramente, l’etichetta lo sconsigliava vivamente, allora per dire ciò che stava veramente  a cuore bisognava trovare argomenti innocui e trasformarli, circuirli, lavorarli fino a farli diventare sommesse dichiarazioni d’amore, che però, mai venivano comprese (anche se, nei libri di Jane Austen sì, vengono comprese, perché i due innamorati hanno una tale sintonia di cuore che tutto comprendono senza potersi dire nulla, beati loro).

Ecco, io a sedici anni ero così!! Languivo, chiusa a casa perché non avevo il coraggio di chiamare chi desideravo chiamare, attendendo che gli altri chiamassero me, e languivo, leggendo e pensando, pensando e leggendo, e poi scrivendo sul mio diario, e suonando ogni tanto, e vabeh, studiando anche. Studiavo e languivo. Languivo e studiavo. Oh, come soffrivo! Non c’erano sms, non c’era facebook, non c’era la community blogghereccia, o la tua finestrella di msn, che ti danno almeno la sensazione di non essere a casa da sola. No.  C’era il vuoto di camera mia, c’era mia sorella che usciva e io a casa che vagavo per il corridoio. C’era solo il telefono allora, vuoi sentire una persona? Chiamala. Parlaci. Non c’era il messaggino, quelle due paroline che fanno intendere senza bisogno di dire, di spiegare. No. C’era il telefono. Se volevi parlare con qualcuno dovevi chiamarlo, parlarci. Era troppo terrorizzante.
Di amici ne avevo, anche amici maschi, che mi chiamavano. Ma non ero un’adolescente felice, non ero un’adolescente con amici, non ero spensierata, non ero libera. Mi sentivo sola e braccata, mi sentivo privata del mio linguaggio, privata della possibilità di esprimermi e con le persone che volevo io. Attendevo, silenziosamente, in camera mia. Cosa o chi attendevo, poi, non lo sapevo nemmeno io.

Avrei dovuto nascere due secoli fa, avrei capito molte più cose di me. 

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