Del tornare in un posto che tu pensi che sia ancora lì e invece non è più lì

L’altro giorno mi trovavo in quella città elastica fatta di ponti che si allungano e calli che si restringono, quella città assai bagnata avete capito quale, e insomma stavo andando in un dipartimento ed ero molto contenta perché erano le nove della mattina e quell’aria settembrina fresca e la gente che va al lavoro e il rumore dei tacchi (non i miei, non oserei mai in quella città lì) e gli studenti che prendono il caffè e insomma ero contenta e anche perché per arrivare a quel dipartimento lì bisogna prendere la gondola, anzi il gondolino si chiama così che è proprio una gondola che tu paghi cinquanta centesimi (io pensavo che avevano alzato il prezzo e invece no è sempre cinquanta centesimi, una volta forse erano mille lire) e lei ti porta dall’altra parte del Canale, ora avete capito che città è, eh, insomma sono circa un minuto e mezzo di traversata ma è pur sempre un giro in gondola a cinquanta centesimi, che bello a me piace sempre andarci e insomma ci sono andata e poi niente sono arrivata davanti al portone ed era chiuso, tutto chiuso che sapete, quel dipartimento lì non è più lì, da un po’ di anni ormai. Io non lo sapevo e mi sono sentita vecchiaaaaa. Che poi quel dipartimento lì lo hanno messo al posto della biblioteca generale e la biblioteca generale l’hanno messa al posto di una banca e la banca l’hanno messa al posto, ora non so dove l’hanno messa la banca comunque non è importante. Io volevo dire che alla fine l’ho trovato quel dipartimento e non sono arrivata in ritardo e insomma la riunione è cominciata e io mi sono guardata intorno. Ora sapete, quando io partecipo a qualcosa di serio e importante, siccome sono tesa, mi parte una cosa che comincio a osservare delle cose stupide, delle quisquilie e poi mi parte l’autoironia e mi viene da ridere e non posso ridere e insomma così. Io quel giorno mi sono messa a guardare che penne usavano gli altri. Tutti gli altri usavano delle penne molto serie e professionali: c’erano le bic, c’erano le pilot, c’era la tratto pen, poi ho guardato la penna che stavo usando io. Io stavo usando una penna di Titti rosa e arancione con tutte le stelline e i brillantini e la catenella attaccata al tappo con scritto Tweety che mentre scrivevo tintinnava leggermente….io la usavo perché era l’unica penna funzionante che avevo in borsa che è la penna che mi ha regalato una mia bambina di seconda media l’anno scorso che io da quando me l’ha data la uso sempre perché lo so che lei è contenta che vede la sua professoressa che usa sempre la penna che le ha regalato e si sente voluta bene. A scuola infatti va bene. Ma lì, in mezzo a tutte quelle serissime bic e quelle pilot professionalissime, la mia tin tin tin tin che luccicava al sole e scampanellava, tin tin tin tin , mentre la capa parlava io un po’ mi veniva da ridere e un po’ pensavo che no, non sono abbastanza seria per frequentare questi posti universitari pieni di gente intellettuale. Io no.
Poi volevo anche dire che verso le sei di sera camminavo verso l’autobus e c’era la luce arancione e c’era silenzio e c’era lo sciacquio dell’acqua del canale che era diventata arancione pure lei e c’erano i ponti da attraversare e c’ero io che ero stanca ma che stavo bene con quella luce così arancione e soprattutto non passavano le macchine e ho pensato che un giorno forse sarebbe bello vivere qui.     
Poi volevo anche dire che questa volta ho usato carattere 18 perchè a me mi sembra troppo piccolo leggerlo il 16, insomma lo faccio per voi.

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