se l’autocensura non mi boicotta, forse scrivo un post anche oggi

Ora non è che, siccome ho spostato i mobili della stanza (evviva!) e ho passato finanche lo straccio, che io mi senta veramente ri-approdata qui, sui bordi sconnessi di questa città intrigata…
Tornare a Roma ha significato anche rientrare a casa dopo un mese e mezzo di assenza, una casa con i suoi insettini che ti accolgono sorridenti sfrecciando di qui e di là veloci sui muri con le loro zampettine minuscole e furiose, significa ritrovare una casa da ripulire da cima a fondo (ma vabeh, non è che siamo fiscali qui), significa riabituarsi ai coinquilini, ai riccioli di polvere, a fare la spesa, a cucinare… significa riabituarsi ai pensieri autunno-invernali che stanno lì tutti pronti con le loro valigie scure di roba pesante, tutti pronti davanti alla porta di casa: eccoci! Stiamo arrivando! Ahhh, i pensieri autunno-invernali, non fa in tempo a cadere una foglia che già stanno tutti lì pronti, in assedio, impettiti con le loro cravattine inamidate e i loro completini ingessati, dio come li odio!
Manco fai in tempo a tornare, dicevo, che già ci sono ad aspettarti (oltre ai pensieri autunn-eccetera) i consigli di classe, il collegio docenti, la programmazione e tutte quelle menate varie a scopo rincoglionitivo e che fanno tanto bene come nutrimento ai tuoi dubbi lavorativo-esistenziali sul perché mai tu stia facendo questo, proprio questo lavoro.
A proposito di rientro a scuola, il primo giorno – consiglio di classe – ha registrato l’uscita di classe di una insegnante in lacrime, lacrime di rabbia direi, seguita da uscita repentina di preside in lacrime, lacrime di stanchezza, ansia e frustrazione direi, alla quale uscita è dunque susseguito rientro di insegnante ricomposta con occhi arrossati e parolacce varie mezze sussurrate nei confronti di suora gelidamente seduta e fingente non capire, insegnante che, sedutasi al banco accanto al mio, è stata gentilmente e  dolcemente invitata dalla sottoscritta a prendere un fazzolettino dal suo pacchetto salva-insegnante-affetta-da-improvviso-attacco-di-lacrime-rabbiose, al cui invito la suddetta insegnante ha replicato freddamente con le seguenti testuali parole: non me ne frega un CAZZO del tuo fazzolettino, vedendo così la sottoscritta rimpicciolirsi e riaccartocciarsi silenziosamente nel suo banchetto fino alla fine del sopracitato consiglio di classe. Al rientro successivo della preside ancora in lacrime è dunque seguita una predica-rimprovero di minuti 12, pronunciata con voce spezzata dai singhiozzi, che sostanzialmente aveva un unico chiaro messaggio: non ammalatevi, non assentatevi, non permettetevi. MAI! (capite poi il mio disappunto quando mamma dal lontano paese del nord-est mi dice con nonchalance: beh, devi venire in questa occasione, che so, prendi l’aspettativa….!!!). Questo comunque era il giorno 1. Giorno 1 prima dell’inizio della scuola, capite? Pensa te quello che sarà dopo, durante…
Comunque. Dicevo che finalmente ho cambiato i mobili della mia stanza. Il letto di qua, il mobile di là, la libreria vicino alla finestra, trallalà. Tra le altre cose ho anche fatto uno striscio lungo 30 e profondo mezzo centimetro sul parquet per spostare quel divano puzzoso e ammuffito che mi ammorbava ogni volta che lo vedevo, ma che vi devo dire, qualche sacrificio bisognerà pur farlo per avere una stanza non-odorante-muffa-stantia.  Tutto sommato è andato tutto bene, l’ultima volta che ho dovuto spostare mobili (al trasloco), un mio amico che mi ha aiutato gli è caduta la rete del letto sopra la caviglia mentre inciampava sugli scalini crollando rovinosamente sul pavimento dell’entrata urlando parolacce e ululati di dolore e slogandosi la caviglia di netto…insomma, meglio il parquet della caviglia del mio amico…

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